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    Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Sabato 24 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 16 al Centro sociale Pedrini di Crespellano per un pomeriggio di contributi e riflessioni su una delle pagine più scomode della storia italiana. L’incontro Italiani brava gente? sarà il primo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso del pomeriggio, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Davide Conti parlerà dell’uso pubblico della storia e dei crimini di guerra italiani. Gino Marchitelli interverrà per raccontare la vergogna italiana dei campi fascisti. Io chiuderò il programma con un contributo sul nazionalismo e sull’italianizzazione forzata nell’area dell’Alto Adriatico.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Italiani brava gente? Una piccola anteprima

    Nel 1934 l’ambizioso Italo Balbo diventa governatore della Libia. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture mastodontiche e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria.

    Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica: molti emigranti preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città.

    I progetti di sfruttamento elaborati dalla classe dirigente fascista non permettono tuttavia di scoprire i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo. Il regime non trasforma dunque la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come un costoso palcoscenico per la propaganda.

    Le brame imperiali del fascismo

    La brutalità della pacificazione fascista in Libia si ripresenta anche nel consolidamento del potere italiano in Somalia e nella nuova aggressione dell’Etiopia. Nel 1935 Mussolini attacca l’impero di Hailè Selassiè con un esercito superiore per uomini e mezzi, ma la campagna militare è complicata dal clima africano e dagli errori strategici del Regio Esercito.

    Nel frattempo, la Società delle Nazioni prova a fermare le ostilità, ma l’Italia rifiuta ogni trattativa. In Etiopia il Regio Esercito schiera mezzi notevolmente superiori a quelli normalmente impiegati nelle guerre coloniali: l’Italia vuole infatti distruggere completamente le forze armate etiopi e impadronirsi dei loro territori.

    La dittatura fascista punta a ottenere un maggiore prestigio sulla scena internazionale, ma ha anche bisogno di mettere le mani su risorse e mercati africani: le difficoltà economiche degli anni Trenta rischiano infatti di scontentare le classi dirigenti e di diffondere il malcontento tra le masse popolari.

    Sanzioni e autarchia

    Tuttavia, il 18 novembre 1935 il Regno d’Italia viene colpito da sanzioni economiche adottate dalla Società delle Nazioni per punire l’aggressione all’Etiopia. Sulla carta questi provvedimenti, voluti soprattutto dall’Impero britannico e dalla Francia, vietano i commerci tra l’Italia e tutti i Paesi membri della Società delle Nazioni.

    In realtà, tuttavia, le sanzioni colpiscono le esportazioni senza impediscono all’Italia di comprare ferro, acciaio, carbone e petrolio, materie prime necessarie alla guerra. Le sanzioni colpiscono quindi la gente comune, ma non fermano il conflitto. I britannici non chiudono neppure il Canale di Suez, consentendo alla flotta italiana di rifornire le truppe.

    Così, nel maggio del 1936, dopo che i generali italiani hanno bombardato diversi villaggi con i gas asfissianti, il Regio Esercito entra nella capitale etiope Addis Abeba e Mussolini proclama l’Impero, anche se gli etiopi non smettono di resistere nelle periferie del Paese.

    Il regime sfrutta inoltre le difficoltà economiche del blocco commerciale per diffondere odio nei confronti delle “potenze plutocratiche”. Comincia così la retorica propagandistica dell’autarchia, mantenuta anche dopo la fine delle sanzioni, che vengono abolite nel luglio del 1936.

    Il massacro di Addis Abeba

    Per controllare le colonie, il regime fascista si serve senza esitazioni della violenza repressiva. Uno degli episodi più emblematici si consuma nella capitale etiope Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937.

    Tutto comincia mentre è in corso una cerimonia nel recinto del “Piccolo Ghebì”, il palazzo del governo. È presente anche il maresciallo Rodolfo Graziani, vicerè d’Etiopia: nei mesi della guerra di conquista ha utilizzato per primo i gas asfissianti e ha fatto bombardare a tappeto diverse città; dopo la proclamazione dell’impero si è reso responsabile di violente repressioni nei confronti dei gruppi etiopi contrari al dominio italiano.

    Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, nel corso dell’evento, due eritrei lanciano alcune bombe sul gruppo delle autorità italiane. Muoiono 7 persone e altre 50 rimangono ferite: tra queste c’è Graziani, che dall’ospedale ordina di mettere in stato d’assedio Addis Abeba.

    Il federale fascista Guido Cortese organizza la rappresaglia, lasciando campo libero alle violenze dei militari e dei civili italiani. Per tre giorni fascisti in camicia nera, soldati, operai, impiegati e ascari libici si scatenano tutti insieme per le vie della città, dando la caccia agli abitanti. Incendiano parecchie abitazioni e uccidono in diversi modi migliaia di persone.

    Dopo la fine della dominazione italiana, le autorità etiopi parlano di 30.000 morti. Secondo Angelo Del Boca, quella stima è eccessiva, ma nei tre giorni della strage le vittime non sono meno di 4.000.

    Il massacro di Debre Libanòs

    Le violenze non finiscono lì. Nelle settimane successive un’indagine delle autorità italiane mette pretestuosamente sotto accusa il clero copto, accusandolo di fomentare la ribellione.

    Così, fra il 21 e il 27 maggio, il generale Maletti viene incaricato di uccidere tutti i religiosi della città conventuale di Debre Libanòs. I telegrammi inviati dal vicerè a Mussolini parlano di 449 morti, ma negli anni Novanta le ricerche sul campo rivelano che la strage ha provocato fra le 1.400 e le 2.000 vittime.

    “Italiani brava gente”: un mito lontano dalla realtà

    Da episodi come questi emerge chiaramente la violenza repressiva del colonialismo italiano, che si inserisce nella complessa storia dell’espansione imperialistica europea in Africa.

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