Storia oggi

Il blog di Daniel Degli Esposti

Categoria: Interventi istituzionali

  • Giorno del ricordo: incontro a Maranello sulle vicende del confine orientale

    Giorno del ricordo: incontro a Maranello sulle vicende del confine orientale

    Mercoledì 11 febbraio ci incontriamo a Maranello per l’incontro Spine di confine. Racconterò i fatti avvenuti nell’Alto Adriatico tra la Grande Guerra e il passaggio di Trieste alla Repubblica italiana (1954), facendo emergere anche i riflessi di queste vicende sul territorio modenese.

    L’appuntamento è fissato per le ore 17 presso la Biblioteca comunale MABIC, in via Vittorio Veneto 5.

    L’iniziativa è promossa dal Servizio Cultura del Comune di Maranello nel calendario degli eventi per il Giorno del Ricordo.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    Giorno del ricordo: la vicenda del confine orientale

    Negli ultimi 20 anni in Italia il discorso pubblico ha spesso fatto coincidere le difficili relazioni italo-jugoslave del dopoguerra con le uccisioni e gli occultamenti di cadaveri nelle foibe. Nell’autunno del 1943 e poi nell’estate del 1945, in due fasi ben distinte tra loro, circa 4.000/5.000 persone di lingua e cultura italiana vengono uccise prima dalle formazioni della Resistenza e poi dai militanti della nascente Repubblica popolare federale jugoslava.

    Quando la guerra è ancora in corso, anche per non incorrere nel rischio di far trovare i cadaveri alle forze di occupazione tedesche, i corpi vengono spesso gettati nelle cavità carsiche.

    Dopo la Liberazione, le uccisioni avvengono in circostanze diverse e una parte consistente dei decessi si verifica nei campi di prigionia allestiti dalle autorità jugoslave. Alcune vittime sono compromesse con l’occupazione fascista, altre non sono disposte ad accettare il controllo della Repubblica nata dalla Resistenza titoista sui territori annessi dall’Italia dopo la Grande Guerra.

    Uscire dalla guerra

    La sorte degli italiani uccisi nell’Alto Adriatico rispecchia la difficile conclusione di un conflitto totale, anche se nel senso comune non viene quasi mai ricondotta agli eventi accaduti nel periodo bellico e nel ventennio del regime fascista.

    In realtà queste vicende storiche – chiamate in causa ogni 10 febbraio con il Giorno del ricordo – presentano una maggiore complessità. Innanzitutto, la data scelta per commemorarle è quella del Trattato di pace di Parigi, che nel 1947 disegna gli equilibri successivi alla Seconda guerra mondiale, togliendo all’Italia le colonie e i territori sulla sponda destra dell’Adriatico.

    Si tratta tuttavia di una vicenda geopolitica assai più estesa, che ridisegna completamente gli scenari europei: non è dunque possibile isolarne e assolutizzarne un solo elemento, come se si trattasse di un semplice contenzioso italo-jugoslavo. Non è neppure possibile rimuovere tutto ciò che era accaduto prima del 1945.

    I crimini italiani e i crimini tedeschi

    A partire dall’aprile 1941, l’occupazione tedesca e italiana della penisola balcanica inaugura infatti una fase carica di problemi e violenze, crimini di guerra e contraddizioni di potere. Per controllare la Jugoslavia, i nazisti e i fascisti rispolverano il principio romano del “divide et impera”: alcuni gruppi armati, come gli ustascia croati, ricevono la fiducia e la responsabilità di amministrare parte dei territori, mentre altri (come i cetnici serbi) vengono squalificati e denigrati, pur essendo fieramente monarchici e anticomunisti.

    Le tensioni interetniche diventano dunque strumenti di dominio. La visione razziale della Germania nazista prevede la riduzione dei popoli slavi ai lavori forzati. Anche i fascisti recuperano l’originaria ostilità nei confronti delle etnie balcaniche per rinvigorire il morale dei soldati e stimolarli ad aggredire il nemico del momento. Il destino peggiore è comunque riservato ai partigiani di Josip Broz “Tito”, ai sinti, ai rom e agli ebrei, considerati senza alcun dubbio nemici del popolo germanico e dei fascismi europei.

    Nel corso del conflitto i nazisti e i fascisti commettono diversi crimini di guerra e contro l’umanità: le forze armate incendiano e saccheggiano diversi villaggi, stuprano e uccidono migliaia di civili non soltanto per vendicare gli agguati subiti dalla Resistenza, ma anche per cercare di spezzare col terrore la solidarietà tra i partigiani e la popolazione.

    L’Italia fascista non nasconde affatto le proprie responsabilità: diversi soldati scelgono addirittura di inviare le foto delle atrocità ai parenti per mostrare i risultati fisici delle proprie vittorie.

    Milioni di persone in movimento

    Le violenze, le uccisioni e l’occultamento dei cadaveri non possono inoltre far dimenticare altri due processi storici, strettamente legati al confine orientale. Si tratta dell’esodo di circa 250.000 persone di lingua e cultura italiana dalle aree slave del confine orientale. L’accoglienza di queste persone si rivela ben presto problematica: lo Stato deve farsi carico del loro mantenimento, ma le comunità di destinazione non vedono di buon occhio l’arrivo di nuovi “concorrenti” nel consumo delle risorse e sul lavoro.

    In Emilia alle preoccupazioni di sopravvivenza si aggiungono inoltre i pregiudizi politici: coloro che fuggono dalla Jugoslavia di Tito vengono infatti percepiti come fascisti, anche se molti di loro vivono nel disimpegno e nell’indifferenza. L’ostilità reciproca induce le Sinistre a inasprire i propri giudizi sui profughi e questi ultimi ad abbracciare un nazionalismo sempre più incline a sviluppare nostalgie degli anni Trenta.

    L’esodo istriano e giuliano-dalmata si svolge in un’epoca di grandi migrazioni. Nel secondo dopoguerra milioni di persone sono infatti costrette ad abbandonare i loro spazi di vita per raggiungere altri luoghi. È, ad esempio, il caso dei circa 13 milioni di tedeschi residenti nei territori occupati dalla Wehrmacht tra il 1938 e il 1945. Le loro vicende, intrecciate alle occupazioni militari del periodo bellico e alle contrapposizioni ideologiche del dopoguerra, rappresentano una pagina di storia mai completamente “elaborata”. Una questione complessa, spesso liquidata con disprezzo o strumentalizzata dalle forze politiche.

    Un approccio diverso

    Limitandosi al contesto del confine orientale, occorre infatti analizzare le cause scatenanti la violenza, valutando i “precedenti” fra italiani e slavi. Considerare adeguatamente le azioni di occupazione e controllo bellico che il regime fascista ha dispiegato nella penisola balcanica è fondamentale per comprendere storicamente la difficoltà dei rapporti fra le comunità nelle regioni di confine.

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  • Guiglia è Medaglia d’oro al Merito Civile per la Resistenza

    Guiglia è Medaglia d’oro al Merito Civile per la Resistenza

    Martedì 16 dicembre 2025 sarà un grande giorno per Guiglia. Il Comune riceverà la Medaglia d’Oro al Merito Civile. La Presidenza della Repubblica ha deciso di concederla con questa motivazione.

    Durante il secondo conflitto mondiale il territorio di Guiglia fu vittima dell’occupazione tedesca, che costrinse gli abitanti a difendersi da feroci aggressioni; i cittadini non mancarono di prodigarsi per dare rifugio ai partigiani, che si adoperavano per liberare il territorio. In particolare, nel dicembre 1944 furono catturati diversi ostaggi che, portati nella sede del comando tedesco, furono torturati ed uccisi. Negli ultimi mesi del conflitto il Comune di Guiglia fu colpito da 25 bombardamenti, che provocarono numerosi morti e feriti fra la popolazione, e distrussero o danneggiarono molte abitazioni. Mirabile esempio di sacrificio, di spirito di solidarietà e di virtù civiche. Settembre 1943 – Dicembre 1944 – Guiglia (MO).

    Una ricerca sulla storia di Guiglia

    Nell’estate 2019 ho passato diversi giorni nell’Archivio storico comunale di Guiglia per una ricerca sulle vicende della comunità nella Seconda guerra mondiale.

    Da quelle carte e da altri documenti, custoditi in diversi archivi modenesi, ho ricostruito una serie di storie che facevano emergere l’impegno civile di tante persone e famiglie, pronte a battersi anche senza le armi per costruire una realtà più giusta.

    Il Comune di Guiglia utilizzò la relazione nata da quella ricerca storica come punto di partenza per la richiesta di un riconoscimento al merito civile. Nel 2025, a sei anni dall’inizio del lavoro, è arrivata la risposta che ci ha riempito di gioia.

    La consegna della Medaglia d’Oro

    Il grande giorno sarà martedì 16 dicembre e ci ritroveremo alle ore 10 nella Sala degli Scolopi (castello di Guiglia) per la cerimonia pubblica.

    Nel corso della mattinata, racconterò brevemente le vicende storiche che hanno portato al riconoscimento.

    Guiglia nella Seconda guerra mondiale: una piccola anteprima

    La popolazione di Guiglia fu pienamente coinvolta nelle dinamiche della “guerra totale”, che caratterizzarono il fronte italiano del secondo conflitto mondiale, in modo particolare fra l’8 settembre 1943 e l’ultima decade dell’aprile 1945.

    La prima fase del conflitto

    Nella prima fase del conflitto il richiamo alle armi dei giovani e le necessità del razionamento alimentare misero in seria difficoltà diverse famiglie. I mezzadri e i coltivatori diretti dovettero adeguarsi al sistema degli ammassi, conferendo i prodotti nelle località indicate dalle autorità.

    Gli approvvigionamenti alimentari ai lavoratori non agricoli arrivavano spesso in ritardo e non garantivano sempre il fabbisogno necessario al mantenimento dell’efficienza fisica.

    Le conseguenze dell’8 settembre 1943

    All’indomani dell’armistizio diverse famiglie si attivarono a proprio rischio per proteggere gli ex prigionieri alleati e i militari italiani sbandati. Qualcuno riuscì inoltre a fornire carte d’identità in bianco a 7 ebrei stranieri, internati per alcuni mesi nel territorio comunale: soltanto uno di loro sarebbe poi stato catturato e deportato ad Auschwitz, trovando la morte in circostanze non meglio definibili.

    Guiglia e la “Spedizione Bandiera”

    Alla fine del primo inverno dell’occupazione nazista la “Spedizione Bandiera” segnò l’avvio della Resistenza armata nella valle del Panaro. Il 12 marzo 1944 la battaglia di Pieve di Trebbio fu il primo combattimento tra partigiani e fascisti repubblicani.

    Dopo una mattinata di lotta il comandante Leonida Patrignani fu costretto a far ripiegare i volontari della libertà sulla riva sinistra del Panaro, dove sciolse la formazione. Diversi giovani proseguirono comunque la Resistenza anche nei mesi successivi.

    n quella prima battaglia morirono 7 partigiani, mentre un altro venne sorpreso e ucciso dai fascisti il giorno successivo. Gli effetti delle operazioni militari non riguardarono soltanto i protagonisti, ma si estesero alla comunità della frazione, che dovette fare i conti con i prelevamenti della Guardia nazionale repubblicana.

    Guiglia nell’estate del 1944

    Nell’estate del 1944 i nuclei partigiani presenti tra Castello di Serravalle, Savignano sul Panaro, Guiglia e Zocca intensificarono le proprie attività, inducendo in diversi casi i fascisti alla ritirata temporanea o alla resa. A Guiglia il distaccamento della GNR si consegnò alle forze della Resistenza, lasciando il paese privo della sorveglianza armata fascista. I partigiani assaltarono dunque l’ammasso per evitare che i generi alimentari venissero utilizzati dai nazisti.

    I rastrellamenti e la strage dei Boschi di Ciano

    A partire dalla seconda metà di luglio le forze armate e i corpi paramilitari tedeschi si avvalsero della collaborazione dei repubblicani per mettere in atto una serie di rastrellamenti nel territorio di Guiglia.

    I principali obiettivi erano la cattura di uomini adulti, da impiegare nei lavori di fortificazione delle linee difensive oppure da inviare in Germania come manodopera per le industrie belliche, e l’intimidazione della popolazione civile, accusata di eccessiva vicinanza al movimento partigiano.

    Il 18 luglio il rastrellamento si verificò anche a Castello di Serravalle e a Zocca: 20 ostaggi furono impiccati in località Boschi di Ciano, mentre altri 22 vennero trasferiti a Bologna e rinchiusi nel campo di smistamento delle Caserme Rosse; la maggior parte di loro, prima di rientrare in paese, dovette svolgere un periodo di lavoro nell’Organizzazione Todt nelle retrovie del fronte.

    Guiglia nell’autunno 1944

    Altri rastrellamenti sconvolsero il paese e le frazioni tra ottobre e novembre. Le truppe e i reparti paramilitari saccheggiarono più volte le abitazioni e le stalle, arrecando gravi danni alla popolazione civile. Alle loro razzie si aggiungevano inoltre i prelevamenti delle formazioni partigiane e le scorrerie di gruppi criminali, pronti ad approfittare del caos bellico per ricavare vantaggi personali.

    Retrovia della Linea Gotica

    Nel corso dell’autunno la zona di Samone divenne nevralgica per le operazioni militari naziste. Il fronte del conflitto si stabilizzò sulla Linea gotica e l’area a sud di Zocca divenne nevralgica per le operazioni militari, che andarono tuttavia incontro a una lunga stasi invernale. Nell’abitato di Samone si insediò un comando tedesco, che si proponeva di controllare tutta la zona e il transito lungo la strada fondovalle del Panaro.

    Da quella località partì uno dei contingenti che il 5 novembre contribuì ad accerchiare i partigiani nella zona di Benedello, innescando una delle battaglie più significative nella storia della Resistenza modenese. In quelle circostanze diversi partigiani riuscirono a salvarsi grazie all’aiuto delle donne e delle famiglie contadine.

    Le azioni delle SS e la strage di villa Martuzzi

    Tra novembre e dicembre la presenza dei nazisti sul territorio di Guiglia aumentò ulteriormente. Venne allestito un ospedale militare e trovarono alloggio diversi reparti: gli avvicendamenti erano frequenti per la vicinanza alle linee del fronte.

    Tra il 23 e il 30 dicembre un reparto della XVI Panzergrenadier Reichsführer SS di stanza a Vignola effettuò alcune operazioni di rastrellamento nel territorio di Guiglia, prelevando diversi ostaggi. Sedici di loro furono condotti nella sede del comando a villa Martuzzi: lì vennero torturati e uccisi insieme a un altro uomo.

    Salvare le persone e le opere d’arte

    Nei primi mesi del 1945 le formazioni partigiane attive nella zona di Guiglia e Zocca s’impegnarono a far oltrepassare il fronte ai soggetti più deboli e alle persone in pericolo, correndo gravi rischi per la forte presenza di reparti armati. L’impegno di Pietro Zampetti, Soprintendente alle Gallerie di Modena, consentì di mettere in salvo la collezione delle opere d’arte estensi, collocate nel castello di Guiglia fin dal 1940.

    I bombardamenti aerei

    Nelle ultime due settimane del conflitto i bombardamenti alleati contro i reparti nazisti e le infrastrutture di collegamento si intensificarono notevolmente, poiché la riva destra del Panaro divenne di fatto una zona di operazioni militari.

    In tutto l’arco del conflitto Guiglia fu colpita da 25 azioni di bombardamento e cannoneggiamento, che provocarono 19 morti e 12 feriti tra la popolazione civile. Le abitazioni completamente distrutte furono 28, quelle danneggiate 184 e quelle che riportarono alcune lesioni 212.

    Una Resistenza civile

    La fascia pedemontana e le colline intorno al Panaro ebbero dunque un ruolo fondamentale nella lotta di liberazione, poiché consentirono di mantenere i collegamenti fra i nuclei partigiani della montagna, le basi logistico-organizzative e le strutture delle formazioni attive in pianura.

    La collaborazione che i contadini e le famiglie di Guiglia offrirono agli organizzatori della lotta di liberazione permise ai gruppi combattenti di rifornirsi e nascondersi in luoghi sicuri.

    Il timore dei rastrellamenti non fece riavvicinare le comunità alla guerra nazista e fascista: la solidarietà e il sostegno nei confronti della Resistenza non furono unanimi, ma conobbero una diffusione tale da permettere alla lotta partigiana di sopravvivere in clandestinità fino alla Liberazione.

    Una storia da conoscere

    L’impegno civile della popolazione, segnata dalle difficoltà materiali e dalle sofferenze morali, merita dunque la riconoscenza delle istituzioni. Se il desiderio di democrazia alimenterà il bisogno di conoscere le radici storiche del presente, l’eredità della lotta partigiana continuerà ad avere un senso anche quando saranno scomparsi tutti i protagonisti e i testimoni di quei fatti.

    Comprendere storicamente quel passato significa infatti riconoscere da dove provenivano le idee di giustizia, equità e libertà che indussero migliaia di persone in tutta l’Italia a mobilitarsi per chiudere i conti con le tragedie dei fascismi.

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  • Costruire la pace in tempo di guerra: intervento a Savignano sul Panaro

    Costruire la pace in tempo di guerra: intervento a Savignano sul Panaro

    Sabato 1° novembre parteciperò alla commemorazione indetta dal Comune di Savignano sul Panaro per la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate con l’intervento storico Costruire la pace in tempo di guerra.

    Sarà un modo per ricordare le mobilitazioni pacifiste e antimilitariste negli anni del conflitto, ma anche – e soprattutto – un esercizio per coltivare il ripudio della guerra nel nostro presente, sempre più segnato da tragedie umanitarie e progetti di riarmo.

    Racconterò le vicende di persone che si opposero ai meccanismi che costruivano l’odio nei confronti del nemico. Queste storie si legheranno idealmente alla recente Marcia della Pace Perugia-Assisi, un’esperienza condivisa insieme a tante persone di Savignano.

    Come partecipare

    Il mio intervento si terrà alle ore 11 nella piazza della Pace, davanti al cimitero di Savignano sul Panaro.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    L’iniziativa è organizzata dal Comune di Savignano sul Panaro.

    Costruire la pace: una piccola anteprima

    Per capire se e come si possa costruire la pace in tempo di guerra, ecco qui una storia che non racconterò il 1° novembre a Savignano sul Panaro. Accadde nel Natale del 1914, mentre in Belgio infuriavano i combattimenti del primo conflitto mondiale.

    Una guerra sorprendente e sanguinosa

    All’inizio dell’inverno la guerra smentisce i pronostici di quasi tutti i suoi artefici. L’imperatore tedesco Guglielmo II, ad esempio, attendeva i soldati vincitori prima che le foglie cadessero dagli alberi. La sera del 24 dicembre le truppe sono ancora in trincea e sanno che ci resteranno a lungo. La vigilia di Natale risveglia tuttavia la voglia di normalità. Da quattro mesi i soldati sono immersi nella morte di massa: sparano e lanciano bombe, uccidono e cercano di salvarsi. Molti di loro non ne possono più.

    Nei pressi di Ypres le trincee sono vicinissime. In molti luoghi i soldati dell’Intesa sentono quello che fanno i loro nemici e viceversa. Nella notte di Natale gli uni sentono gli altri cantare e celebrare in qualche modo la festa imminente. È una tregua non scritta, ma fissata dagli ordini degli ufficiali. Nessuno vuole dare spazio alla rabbia della propaganda avversaria per aver organizzato un attacco nel giorno di Natale.

    La “tregua di Natale”

    A un certo punto, però, accade l’imprevisto. Qualcuno decide di uscire dalle trincee con le mani in alto. I nemici si stringono la mano, si scambiano doni e si mostrano le fotografie di famiglia. I soldati non solo rispettano la tregua, ma cominciano anche a fraternizzare. In una distesa fangosa non lontano da Ypres va addirittura in scena una partita di foot-ball, nella quale i tedeschi battono 3-2 i “maestri del gioco” britannici. 

    I soldati non dimenticheranno mai quel “Natale di pace” nel mezzo della Grande Guerra, anche perché sanno che non può durare. La notizia della tregua corre da una linea all’altra, fino a raggiungere i comandi. Gli ufficiali temono che i soldati facciano la pace nelle trincee. Qualcuno, particolarmente spaventato dai moti del popolo, sente addirittura aria di rivoluzione… In entrambi gli schieramenti si alzano i toni: per non finire al muro, i i comandanti dei reparti devono tornare nei ranghi e convincere i soldati a combattere. La guerra continua.

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