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Il blog di Daniel Degli Esposti

Tag: ANPI

  • Rinascita: narrazione-spettacolo sul dopoguerra a Spilamberto

    Rinascita: narrazione-spettacolo sul dopoguerra a Spilamberto

    Giovedì 4 giugno 2026 ci incontriamo per una narrazione-spettacolo sul dopoguerra a Spilamberto. Nell’ottantesimo anniversario della Repubblica ripercorreremo insieme un’epoca decisiva per il rilancio del paese e della comunità. Proprio per questo l’evento s’intitola Rinascita. Spilamberto, il dopoguerra e il primo voto delle donne.

    Racconterò quegli anni chiave a partire dai risultati delle ricerche storiche che sono sfociate nel libro Lottare per scegliere. Antifascismo, Resistenza e ricostruzione a Spilamberto. A quegli spunti aggiungerò le scoperte fatte negli ultimi mesi consultando gli archivi del Comitato di liberazione nazionale e di altri privati.

    Federico Benuzzi darà voce alle protagoniste e ai protagonisti del dopoguerra a Spilamberto con le sue letture attoriali.

    Come partecipare

    L’appuntamento è fissato a giovedì 4 giugno alle ore 20:30 nell’ex chiesa di Santa Maria degli Angeli, con ingresso da via Vischi, a Spilamberto.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    L’iniziativa è curata e sostenuta da ANPI Spilamberto in collaborazione con il Comune di Spilamberto.

    Dopoguerra a Spilamberto: una piccola anteprima

    Aspettando la narrazione-spettacolo, ecco qui una piccola anteprima sulla situazione del dopoguerra a Spilamberto. Si tratta di una lettera inviata il 12 dicembre 1945 dalla Camera del lavoro all’Ente comunale di assistenza.

    «Vi portiamo a conoscenza le condizioni particolarmente misere dell’operaio agricolo A.S., abitante in via Settecani (casa Balugani). Siete pregato di fare un sopralluogo in quella casa e constatare di fatto la veridicità della nostra informazione. Egli versa nella più squallida miseria, padre di 4 figli, di cui uno da vari mesi ammalato, e quindi soggetto a forti spese. Non possiede neppure letti, quello su cui dorme gli è stato prestato ed egli onestamente lavora quanto può e vive miseramente nell’ombra senza aver il coraggio di chiedere nulla. Secondo il nostro criterio, occorre intervenire d’urgenza».

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  • Rifare l’Italia: mostra a Bazzano su Repubblica e impegno delle donne

    Rifare l’Italia: mostra a Bazzano su Repubblica e impegno delle donne

    Sabato 18 aprile 2026 ci incontriamo alle 16:30 nella Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Valsamoggia, BO) per l’inaugurazione della mostra Rifare l’Italia. Repubblica, rinascita e impegno delle donne in Valsamoggia. Sarà il coronamento di un lavoro che mi ha accompagnato per mesi e che ha dato forma a un ricco calendario di eventi.

    Nell’ottantesimo anniversario della Repubblica, la Fondazione Rocca dei Bentivoglio e le sezioni ANPI di Valsamoggia mi hanno chiesto di ricostruire e raccontare le vicende delle donne che hanno fatto rinascere l’Italia dopo il 1945.

    Le ricerche hanno fatto uscire dai cassetti e dalle soffitte materiali inediti, che ridaranno voce alle persone protagoniste di storie importanti, ma spesso dimenticate per la loro dimensione quotidiana e antieroica.

    La mostra è a cura della Fondazione Rocca dei Bentivoglio in collaborazione con il Comune di Valsamoggia e con le sezioni ANPI di Valsamoggia.

    Mostra a Bazzano: info e appuntamenti

    • Inaugurazione mostra – sabato 18 aprile 2026, ore 16.30, con ingresso libero e gratuito.
    • La mostra è visitabile dal 18 aprile al 21 giugno 2026 nei giorni di apertura del Museo Civico Arsenio Crespellani
      (dal martedì al venerdì: dalle 15.00 alle 19.00; sabato, domenica e festivi: dalle 10.00 alle 19.00).
    • Costo biglietti: € 4,00 intero / € 3,00 ridotto: over 65; € 2,00: per gruppi sopra le 15 persone, per possessori di YoungERcard e per iscritti FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano (biglietto intero); € 1,00: per possessori di Card Cultura e per iscritti FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano (biglietto ridotto); gratuito: minori di 14 anni, persone con disabilità, guide turistiche provviste di tesserino; comprensivi del noleggio audioguida e dell’accesso alla Rocca dei Bentivoglio)

    Eventi legati alla mostra Rifare l’Italia

    Domenica 26 aprile 2026

    Ore 17.00 – All’interno delle iniziative del Festival Narrativo del Paesaggio
    Madri della Repubblica
    Visita guidata alla mostra con lo storico Daniel Degli Esposti.

    Prenotazione obbligatoria – prenotazioni@roccadeibentivoglio.it e 051836441 dalle 10 alle 13.

    Sabato 23 maggio 2026

    Ore 20.45 – All’interno delle iniziative della Notte europea dei Musei
    Presentazione del libro Sovversivi e sovversive. Storia, memoria, cura. Dialogo tra i curatori del volume e Daniel Degli Esposti.
    A seguire visita guidata alla mostra.

    Domenica 24 maggio 2026

    Ore 17.00 – All’interno delle iniziative del Festival Narrativo del Paesaggio
    Madri della Repubblica
    Visita guidata alla mostra con lo storico Daniel Degli Esposti.

    Prenotazione obbligatoria – prenotazioni@roccadeibentivoglio.it e 051836441 dalle 10 alle 13.

    Una piccola anteprima

    La Repubblica italiana nasce insieme alla cittadinanza politica delle donne. Gli sguardi e le sensibilità delle attiviste allargano gli orizzonti della politica e della militanza sindacale, introducendo nuove priorità e valorizzando le differenze.

    Le donne prendono la parola e lasciano un segno che mira a trasformare una società segnata dagli squilibri. Dalla Costituzione alle decisioni dei consigli comunali, dall’impegno per la pace all’accoglienza diffusa, dall’educazione di chi cresce alla cura di chi invecchia, l’azione femminile punta ad affermare nuovi diritti, democratizzando la libertà e concretizzando l’idea della giustizia sociale.

    Il bolognese e la valle del Samoggia sono terre dove la Resistenza crea le condizioni per una partecipazione di massa. Tante donne passano dalla mobilitazione clandestina contro la guerra fascista alla militanza politica, rifiutando di incarnare l’«angelo del focolare».

    Molte di loro vivono «tre vite in una», perché lavorano e curano la famiglia e partecipano alle attività politiche. Si fanno carico di fatiche triple, ma non rinunciano a trasmettere alle figlie l’ideale dell’impegno collettivo e la centralità della pace.

    Anche per questo nasce e si consolida il «modello emiliano», capace di alimentare un progresso che mira ad allargare il benessere gestendo le contraddizioni del capitalismo.

    È una missione compiuta o una fatica sprecata? È una storia di tinte nitide o di sfumature e gradazioni? A ottant’anni dalla primavera costituente, vale la pena cercare di ripercorrerla, seguendo i passi di chi l’ha scritta con le piccole azioni quotidiane e con i grandi gesti di trasformazione.

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  • Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano: narrazione-spettacolo

    Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano: narrazione-spettacolo

    Domenica 19 aprile 2026 ci incontriamo alle 10 nella sala del Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano (Via Palmiro Togliatti 5/F, Valsamoggia) per la narrazione-spettacolo Controvento. Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano.

    Racconterò le vicende dell’antifascismo e della lotta partigiana in paese, accompagnato da letture di documenti e testimonianze dell’epoca, a cura di Federica Trenti e Federico Benuzzi.

    La Resistenza a Crespellano: una storia da scoprire

    La narrazione-spettacolo sulla Resistenza a Crespellano ruota intorno alla storia di un uomo che conobbe le persecuzioni del regime e il confino di polizia. In piena dittatura, Armando Masetti passò dal dissenso all’azione politica, diventando un punto di riferimento per chi si opponeva al fascismo.

    Nelle prime fasi della Resistenza, l’esperienza dei perseguitati politici fu cruciale per lo sviluppo dell’organizzazione partigiana clandestina. I Comitati di liberazione nazionale si rivolgono ai dissidenti per educare politicamente i giovani e per stabilire contatti con altri gruppi.

    L’abitudine alla clandestinità consente ad Armando Masetti e ad altri organizzatori della lotta partigiana di costruire collegamenti tra le diverse zone del territorio occupato.

    Crespellano diventa una cerniera di Resistenza tra il bolognese e il modenese. Le formazioni delle periferie provinciali rimangono in contatto con i centri arrivi nelle città, dove non sempre i militanti conoscono gli animatori degli altri nuclei ribelli.

    Per conoscere le storie di Armando Masetti e della Resistenza a Crespellano, ti aspettiamo alla narrazione-spettacolo Controvento.

    Come partecipare

    La partecipazione alla narrazione-spettacolo Controvento. Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano è gratuita grazie al sostegno di ANPI Crespellano. Non è necessario prenotare.

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  • La complessa vicenda del confine orientale: incontro in Valsamoggia

    La complessa vicenda del confine orientale: incontro in Valsamoggia

    Mercoledì 11 marzo 2026 ci incontriamo alle ore 20:30 nella Sala polivalente di Castello di Serravalle (piazza della Pace) per una serata di contributi e riflessioni sulla complessa vicenda del confine orientale.

    L’incontro Spine di confine sarà il secondo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso dell’incontro, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Eric Gobetti parlerà delle foibe tra storia e memoria, ma anche della Resistenza dimenticata, ovvero degli italiani che s’impegnarono nella lotta di Liberazione nei Balcani. Dino Spanghero parlerà del confine orientale. Cesare Galantini interverrà per raccontare la memoria della Divisione Garibaldi Montenegro. Io chiuderò il programma con un contributo sulle guerre tra poveri nell’Emilia del secondo dopoguerra, quando gli imprenditori e gli agrari cercarono di utilizzare gli esuli del confine orientale per contrastare gli scioperi e le rivendicazioni dei lavoratori.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Il confine orientale: un’anteprima

    Negli ultimi 20 anni in Italia il discorso pubblico ha spesso fatto coincidere le difficili relazioni italo-jugoslave del dopoguerra con le uccisioni e gli occultamenti di cadaveri nelle foibe.

    Nell’autunno del 1943 e poi nell’estate del 1945, in due fasi ben distinte tra loro, circa 4.000/5.000 persone di lingua e cultura italiana vengono uccise prima dalle formazioni della Resistenza e poi dai militanti della nascente Repubblica popolare federale jugoslava.

    Quando la guerra è ancora in corso, anche per non incorrere nel rischio di far trovare i cadaveri alle forze di occupazione tedesche, i corpi vengono spesso gettati nelle cavità carsiche. Dopo la Liberazione, le uccisioni avvengono in circostanze diverse e una parte consistente dei decessi si verifica nei campi di prigionia allestiti dalle autorità jugoslave.

    Alcune vittime sono compromesse con l’occupazione fascista, altre non sono disposte ad accettare il controllo della Repubblica nata dalla Resistenza titoista sui territori annessi dall’Italia dopo la Grande Guerra.

    La sorte degli italiani uccisi nell’Alto Adriatico rispecchia la difficile conclusione di un conflitto totale, anche se nel senso comune non viene quasi mai ricondotta agli eventi accaduti nel periodo bellico e nel ventennio del regime fascista.

    Una vicenda complessa

    In realtà queste vicende storiche – chiamate in causa ogni 10 febbraio con il Giorno del ricordo – presentano una maggiore complessità. Innanzi tutto, la data scelta per commemorarle è quella del Trattato di pace di Parigi, che nel 1947 disegna gli equilibri successivi alla Seconda guerra mondiale, togliendo all’Italia le colonie e i territori sulla sponda destra dell’Adriatico.

    Si tratta tuttavia di una vicenda geopolitica assai più estesa, che ridisegna completamente gli scenari europei. Non è dunque possibile isolarne e assolutizzarne un solo elemento, come se si trattasse di un semplice contenzioso italo-jugoslavo. Non è neppure possibile rimuovere tutto ciò che era accaduto prima del 1945.

    I Balcani sotto l’occupazione fascista e nazista

    A partire dall’aprile 1941, l’occupazione tedesca e italiana della penisola balcanica inaugura infatti una fase carica di problemi e violenze, crimini di guerra e contraddizioni di potere.

    Per controllare la Jugoslavia, i nazisti e i fascisti rispolverano il principio romano del “divide et impera”. Alcuni gruppi armati, come gli ustascia croati, ricevono la fiducia e la responsabilità di amministrare parte dei territori, mentre altri (come i cetnici serbi) vengono squalificati e denigrati, pur essendo fieramente monarchici e anticomunisti.

    Le tensioni interetniche diventano dunque strumenti di dominio. La visione razziale della Germania nazista prevede la riduzione dei popoli slavi ai lavori forzati. Anche i fascisti recuperano l’originaria ostilità nei confronti delle etnie balcaniche per rinvigorire il morale dei soldati e stimolarli ad aggredire il nemico del momento.

    Il destino peggiore è comunque riservato ai partigiani di Josip Broz “Tito”, ai sinti, ai rom e agli ebrei, considerati senza alcun dubbio nemici del popolo germanico e dei fascismi europei.

    Crimini di guerra

    Nel corso del conflitto i nazisti e i fascisti commettono diversi crimini di guerra e contro l’umanità. Le forze armate incendiano e saccheggiano diversi villaggi, stuprano e uccidono migliaia di civili non soltanto per vendicare gli agguati subiti dalla Resistenza, ma anche per cercare di spezzare col terrore la solidarietà tra i partigiani e la popolazione.

    L’Italia fascista non nasconde affatto le proprie responsabilità. Diversi soldati scelgono addirittura di inviare le foto delle atrocità ai parenti per mostrare i risultati fisici delle proprie vittorie.

    L’esodo

    Le violenze, le uccisioni e l’occultamento dei cadaveri non possono inoltre far dimenticare altri due processi storici, strettamente legati al confine orientale. Si tratta dell’esodo di circa 250.000 persone di lingua e cultura italiana dalle aree slave del confine orientale.

    L’accoglienza di queste persone si rivela ben presto problematica. Lo Stato deve farsi carico del loro mantenimento, ma le comunità di destinazione non vedono di buon occhio l’arrivo di nuovi “concorrenti” nel consumo delle risorse e sul lavoro.

    In Emilia alle preoccupazioni di sopravvivenza si aggiungono inoltre i pregiudizi politici. Coloro che fuggono dalla Jugoslavia di Tito vengono infatti percepiti come fascisti, anche se molti di loro vivono nel disimpegno e nell’indifferenza. L’ostilità reciproca induce le Sinistre a inasprire i propri giudizi sui profughi e questi ultimi ad abbracciare un nazionalismo sempre più incline a sviluppare nostalgie degli anni Trenta.

    Milioni di persone in movimento

    L’esodo istriano e giuliano-dalmata si svolge in un’epoca di grandi migrazioni. Nel secondo dopoguerra milioni di persone sono infatti costrette ad abbandonare i loro spazi di vita per raggiungere altri luoghi.

    È, ad esempio, il caso dei circa 13 milioni di tedeschi residenti nei territori occupati dalla Wehrmacht tra il 1938 e il 1945. Le loro vicende, intrecciate alle occupazioni militari del periodo bellico e alle contrapposizioni ideologiche del dopoguerra, rappresentano una pagina di storia mai completamente “elaborata”. Una questione complessa, spesso liquidata con disprezzo o strumentalizzata dalle forze politiche.

    Limitandosi al contesto del confine orientale, occorre infatti analizzare le cause scatenanti la violenza, valutando i “precedenti” fra italiani e slavi.

    Considerare adeguatamente le azioni di occupazione e controllo bellico che il regime fascista ha dispiegato nella penisola balcanica è fondamentale per comprendere storicamente la difficoltà dei rapporti fra le comunità nelle regioni di confine.

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  • Israele e la Shoah: incontri

    Israele e la Shoah: incontri

    La settimana che ruota intorno al Giorno della Memoria sarà un’occasione per esplorare il rapporto storico tra Israele e la Shoah. Dedicherò a questo tema tre incontri pubblici.

    Il primo è in programma martedì 27 gennaio a Maranello. Il secondo è fissato per giovedì 29 gennaio a Castelfranco Emilia. Il terzo ci attende sabato 31 gennaio alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Valsamoggia).

    Racconterò perché lo Stato d’Israele ha inizialmente ricordato con reticenza lo sterminio degli ebrei d’Europa e farò emergere cos’è cambiato dal processo Eichmann all’attuale strumentalizzazione delle accuse di antisemitismo.

    27 gennaio a Maranello

    A Maranello l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà martedì 27 gennaio alle ore 17 presso la Biblioteca comunale MABIC, in via Vittorio Veneto 5.

    L’iniziativa è promossa dal Servizio Cultura del Comune di Maranello.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    29 gennaio a Castelfranco Emilia

    A Castelfranco Emilia l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà giovedì 29 gennaio alle ore 20:30 nella sala Gabriella Degli Esposti, presso la Biblioteca comunale Lea Garofalo, in piazza della Liberazione 5.

    L’iniziativa è promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Castelfranco Emilia.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    31 gennaio a Bazzano

    A Bazzano (Valsamoggia) l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà sabato 31 gennaio alle ore 16 alla Rocca dei Bentivoglio, in via Contessa Matilde 10.

    L’iniziativa è promossa dalla sezione ANPI di Bazzano, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    L’evento si inserisce nel programma realizzato dal Comune di Valsamoggia, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio e dalle sezioni ANPI di Valsamoggia per il Giorno della Memoria.

    Israele e la Shoah: un’anticipazione

    Lo Stato d’Israele, nato da un progetto di colonialismo d’insediamento, si fonda sulla volontà di assicurare uno spazio di protezione, autodeterminazione e sovranità al popolo ebraico. Le istituzioni devono, pertanto, confrontarsi con la traumatica eredità della Shoah.

    I sionisti reduci dalle prime quattro Aliyot (le emigrazioni degli ebrei verso la Palestina storica) guardano con diffidenza ai sopravvissuti dei lager. Li ritengono, infatti, ancora segnati dalle titubanze della diaspora. Si chiedono, inoltre, come siano potuti passare attraverso l’orrore senza essere annientati.

    I sospetti nei confronti dei sopravvissuti alla Shoah

    Si diffondono, pertanto, sospetti di tradimento e collaborazionismo, che complicano l’apertura di un confronto pubblico sulla memoria della catastrofe.

    Mentre i laburisti chiedono di sospendere il giudizio nei confronti dei sopravvissuti, affermando che nessuno può comprendere fino in fondo la loro esperienza, i revisionisti criticano la classe dirigente dell’Agenzia ebraica, sostenendo che non ha fatto abbastanza per salvare i correligionari in pericolo e che in certi casi si è spinta fino alla collusione con i fascismi per difendere i propri interessi.

    La svolta del processo Eichmann

    Un momento di svolta nella costruzione della memoria pubblica israeliana arriva nel 1961, quando a Gerusalemme viene processato l’SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, catturato dal Mossad in Argentina. Il procedimento giudiziario si conclude con una condanna a morte e con l’impiccagione dell’imputato.

    Le udienze consentono a molti sopravvissuti di raccontare la propria storia, trovando legittimità e riconoscimento. Le testimonianze fanno emergere la «banalità del male», rivelando da una parte l’ordinarietà dei meccanismi burocratici alla base dello sterminio nazista e dall’altra le specifiche responsabilità delle autorità ebraiche, che non hanno saputo contrastare le violenze.

    La seconda metà degli anni Settanta e le mosse dei conservatori

    A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, in Occidente, molti liberali e conservatori continuano a manifestare il proprio appoggio a Israele, non volendo rinunciare a un alleato strategico e a un avamposto del proprio modello culturale.

    A loro si affiancano intellettuali ebrei che diventano consiglieri e collaboratori delle autorità, contribuendo a plasmare progetti finalizzati a mantenere lo status quo. Non mancano, tuttavia, specialmente tra i progressisti, le voci che perorano la causa dei palestinesi, criticando il sionismo.

    I governi israeliani reagiscono con durezza, accusando di antisemitismo chiunque minacci gli interessi o contesti le politiche dello Stato ebraico. I capi di Stato del Medio Oriente, che non riconoscono Israele, vengono sistematicamente paragonati a Hitler.

    Per alimentare questa narrazione, anche gli intellettuali favorevoli alla difesa dello status quo si servono dell’islamofobia, sostenendo la validità dei paragoni tra i leader arabi e i gerarchi nazisti. Il disprezzo e l’ostilità nei confronti dei musulmani sostituiscono, pertanto, l’antisemitismo come strumento per compattare il fronte conservatore.

    Per non confondere antisemitismo e antisionismo

    Alla luce della sovrapposizione arbitraria tra l’antisionismo e l’antisemitismo, realizzata dalla classe dirigente israeliana per ragioni politiche, è fondamentale recuperare le differenze tra i due fenomeni.

    Affermare che il sionismo propone un progetto sociale riconducibile al colonialismo d’insediamento, così come denunciare l’aggressività dello Stato d’Israele, significa mettere in luce la problematicità di un modello politico contingente. Tale critica non implica in nessun modo una volontà di discriminare razzialmente gli ebrei nel loro insieme.

    Sovrapporre l’antisemitismo e l’antisionismo diventa ancora più problematico quando il collasso dell’URSS e il tramonto delle ideologie aprono spiragli a interpretazioni revisionistiche della storia novecentesca.

    I problemi del “risveglio identitario”

    Il risveglio identitario riporta alla luce diversi luoghi comuni cari ai fascismi, facendo ridestare pensieri che delineano scenari di intolleranza, di odio, e di violenza. In questo contesto si riattiva anche l’antisemitismo, che mescola i propri argomenti nel dibattito fra i sostenitori di Israele e quelli della Palestina, aggiungendo un ulteriore (e pericoloso) elemento di complessità.

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  • Servi del Reich: narrazione-spettacolo a Spilamberto

    Servi del Reich: narrazione-spettacolo a Spilamberto

    Mercoledì 28 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 21 nello Spazio eventi Liliano Famigli di Spilamberto per la narrazione-spettacolo Servi del Reich. Racconterò le vicende di internati militari, deportati politici e altre vittime spilambertesi delle persecuzioni nazi-fasciste. Federico Benuzzi darà voce alle persone protagoniste e vittime di questa storia con letture attoriali.

    Col mio racconto storico, farò emergere diversi aspetti meno noti della persecuzione e della deportazione nell’universo concentrazionario nazista e fascista durante la Seconda guerra mondiale.

    Partendo dai casi di alcuni internati militari italiani (IMI) provenienti da Spilamberto, ti farò conoscere le vicende di persone che, pur non essendo vittime del razzismo né dell’antisemitismo, furono considerate come nemiche da internare e da sfruttare o da annichilire umanamente.

    Nel corso della serata emergeranno anche i tentativi di chi, nel divampare dell’odio, cercò di preservare e coltivare un altro senso di umanità, prestando aiuto e assistenza alle persone perseguitate.

    Servi del Reich: come partecipare

    L’iniziativa è promossa dall’Amministrazione comunale di Spilamberto in collaborazione con la locale sezione dell’ANPI e con il Comitato per la memoria.

    Una piccola anteprima: gli IMI

    Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi catturano circa 800.000 soldati del Regio Esercito e li deportano nei campi di lavoro.

    Il sistema nazista li accusa di tradimento e non è disposto a riconoscerli come prigionieri di guerra, poiché tale status garantirebbe loro i diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra.

    Il governo del Reich inventa dunque la categoria degli “internati militari italiani” e trasforma i soldati in veri e propri “schiavi di Hitler”, costretti ad affrontare turni di lavoro massacranti sotto la costante minaccia dei bombardamenti aerei.

    L’unica via d’uscita è rappresentata dall’arruolamento nelle forze armate della Repubblica sociale italiana. Tuttavia la netta maggioranza degli internati rifiuta questa prospettiva, mentre una parte dei rimpatriati si allontana dai reparti fascisti alla prima occasione utile.

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  • Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Sabato 24 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 16 al Centro sociale Pedrini di Crespellano per un pomeriggio di contributi e riflessioni su una delle pagine più scomode della storia italiana. L’incontro Italiani brava gente? sarà il primo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso del pomeriggio, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Davide Conti parlerà dell’uso pubblico della storia e dei crimini di guerra italiani. Gino Marchitelli interverrà per raccontare la vergogna italiana dei campi fascisti. Io chiuderò il programma con un contributo sul nazionalismo e sull’italianizzazione forzata nell’area dell’Alto Adriatico.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Italiani brava gente? Una piccola anteprima

    Nel 1934 l’ambizioso Italo Balbo diventa governatore della Libia. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture mastodontiche e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria.

    Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica: molti emigranti preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città.

    I progetti di sfruttamento elaborati dalla classe dirigente fascista non permettono tuttavia di scoprire i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo. Il regime non trasforma dunque la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come un costoso palcoscenico per la propaganda.

    Le brame imperiali del fascismo

    La brutalità della pacificazione fascista in Libia si ripresenta anche nel consolidamento del potere italiano in Somalia e nella nuova aggressione dell’Etiopia. Nel 1935 Mussolini attacca l’impero di Hailè Selassiè con un esercito superiore per uomini e mezzi, ma la campagna militare è complicata dal clima africano e dagli errori strategici del Regio Esercito.

    Nel frattempo, la Società delle Nazioni prova a fermare le ostilità, ma l’Italia rifiuta ogni trattativa. In Etiopia il Regio Esercito schiera mezzi notevolmente superiori a quelli normalmente impiegati nelle guerre coloniali: l’Italia vuole infatti distruggere completamente le forze armate etiopi e impadronirsi dei loro territori.

    La dittatura fascista punta a ottenere un maggiore prestigio sulla scena internazionale, ma ha anche bisogno di mettere le mani su risorse e mercati africani: le difficoltà economiche degli anni Trenta rischiano infatti di scontentare le classi dirigenti e di diffondere il malcontento tra le masse popolari.

    Sanzioni e autarchia

    Tuttavia, il 18 novembre 1935 il Regno d’Italia viene colpito da sanzioni economiche adottate dalla Società delle Nazioni per punire l’aggressione all’Etiopia. Sulla carta questi provvedimenti, voluti soprattutto dall’Impero britannico e dalla Francia, vietano i commerci tra l’Italia e tutti i Paesi membri della Società delle Nazioni.

    In realtà, tuttavia, le sanzioni colpiscono le esportazioni senza impediscono all’Italia di comprare ferro, acciaio, carbone e petrolio, materie prime necessarie alla guerra. Le sanzioni colpiscono quindi la gente comune, ma non fermano il conflitto. I britannici non chiudono neppure il Canale di Suez, consentendo alla flotta italiana di rifornire le truppe.

    Così, nel maggio del 1936, dopo che i generali italiani hanno bombardato diversi villaggi con i gas asfissianti, il Regio Esercito entra nella capitale etiope Addis Abeba e Mussolini proclama l’Impero, anche se gli etiopi non smettono di resistere nelle periferie del Paese.

    Il regime sfrutta inoltre le difficoltà economiche del blocco commerciale per diffondere odio nei confronti delle “potenze plutocratiche”. Comincia così la retorica propagandistica dell’autarchia, mantenuta anche dopo la fine delle sanzioni, che vengono abolite nel luglio del 1936.

    Il massacro di Addis Abeba

    Per controllare le colonie, il regime fascista si serve senza esitazioni della violenza repressiva. Uno degli episodi più emblematici si consuma nella capitale etiope Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937.

    Tutto comincia mentre è in corso una cerimonia nel recinto del “Piccolo Ghebì”, il palazzo del governo. È presente anche il maresciallo Rodolfo Graziani, vicerè d’Etiopia: nei mesi della guerra di conquista ha utilizzato per primo i gas asfissianti e ha fatto bombardare a tappeto diverse città; dopo la proclamazione dell’impero si è reso responsabile di violente repressioni nei confronti dei gruppi etiopi contrari al dominio italiano.

    Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, nel corso dell’evento, due eritrei lanciano alcune bombe sul gruppo delle autorità italiane. Muoiono 7 persone e altre 50 rimangono ferite: tra queste c’è Graziani, che dall’ospedale ordina di mettere in stato d’assedio Addis Abeba.

    Il federale fascista Guido Cortese organizza la rappresaglia, lasciando campo libero alle violenze dei militari e dei civili italiani. Per tre giorni fascisti in camicia nera, soldati, operai, impiegati e ascari libici si scatenano tutti insieme per le vie della città, dando la caccia agli abitanti. Incendiano parecchie abitazioni e uccidono in diversi modi migliaia di persone.

    Dopo la fine della dominazione italiana, le autorità etiopi parlano di 30.000 morti. Secondo Angelo Del Boca, quella stima è eccessiva, ma nei tre giorni della strage le vittime non sono meno di 4.000.

    Il massacro di Debre Libanòs

    Le violenze non finiscono lì. Nelle settimane successive un’indagine delle autorità italiane mette pretestuosamente sotto accusa il clero copto, accusandolo di fomentare la ribellione.

    Così, fra il 21 e il 27 maggio, il generale Maletti viene incaricato di uccidere tutti i religiosi della città conventuale di Debre Libanòs. I telegrammi inviati dal vicerè a Mussolini parlano di 449 morti, ma negli anni Novanta le ricerche sul campo rivelano che la strage ha provocato fra le 1.400 e le 2.000 vittime.

    “Italiani brava gente”: un mito lontano dalla realtà

    Da episodi come questi emerge chiaramente la violenza repressiva del colonialismo italiano, che si inserisce nella complessa storia dell’espansione imperialistica europea in Africa.

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  • Festival Con la Palestina nel cuore: un grande successo

    Festival Con la Palestina nel cuore: un grande successo

    Domenica 30 novembre 2025, a Maranello, centinaia di persone hanno salutato con un applauso il festival Con la Palestina nel cuore. Al termine dell’ultimo incontro, organizzato nella chiesa di San Biagio con la presenza di don Mattia Ferrari, il pubblico ha espresso apprezzamento e gratitudine per una rassegna che ha dato voce alla cultura palestinese attraverso il racconto della storia, le testimonianze, la poesia, il teatro, il cinema, la musica e il cibo.

    Festival Con la Palestina nel cuore: una rassegna fatta di tanti linguaggi

    Dal 20 al 30 novembre 2025, tra Maranello e Lama Mocogno, un pubblico partecipe e numeroso ha seguito interventi che hanno aperto prospettive non solo per comprendere le cause del genocidio in corso nel territorio occupato palestinese, ma anche per agire concretamente contro la violenza del colonialismo d’insediamento e dell’economia di guerra.

    La rassegna ha accolto i contributi di Moni Ovadia, Vauro Senesi, padre Ibrahim Faltas, Linda Maggiori, Raffaela Baiocchi (Emergency), Fausto Gianelli e Daniel Degli Esposti.

    Luca Caffaro, Moni Ovadia, Tiziana Tagliazucchi e Daniel Degli Esposti al festival "Con la Palestina nel cuore". Foto di Elena Zafferri
    Luca Caffaro, Moni Ovadia, Tiziana Tagliazucchi e Daniel Degli Esposti al festival “Con la Palestina nel cuore”. Foto di Elena Zafferri

    La cultura palestinese a tavola

    Il festival è stato arricchito da spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e mostre. Una cena e un pranzo palestinesi, realizzati da Altoforno impasti agresti, ci hanno permesso di entrare ancora più in contatto con la cultura del popolo oppresso.

    Un punto di vista diverso

    Nel corso del festival ci siamo immersi in una riflessione al tempo stesso emozionante, ironica e tragica.

    Da decenni, ormai, la Palestina è uno specchio del mondo. Nel colonialismo d’insediamento e nel genocidio che strazia la Striscia di Gaza si riflettono le storture di un sistema economico che schiaccia le società per favorire i privilegiati.

    Intorno a noi la violenza del potere non fa scorrere il sangue. Eppure, cancella quel principio costituzionale che chiama la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

    Oggi la Palestina sta risvegliando le nostre coscienze. Continuiamo a batterci, non solo per porre fine all’orrore del genocidio, ma anche per affermare che un altro mondo è ancora possibile.

    Costruire una cultura di pace

    Non capita tutti i giorni di raccontare ciò che sarebbe potuto succedere in Palestina se le lotte sindacali degli anni Trenta si fossero estese fino a contagiare positivamente la maggioranza delle persone.

    Quanti episodi videro i palestinesi e gli ebrei spalleggiarsi sui luoghi di lavoro per migliorare le proprie condizioni di vita…

    Conoscere queste storie e riflettere sul loro significato è indispensabile per capire che lo scontro tra i popoli non è inesorabile, ma viene fomentato da chi alimenta l’odio nazionalista.

    Contrastiamo l’aggressività criminale del sionismo e affermiamo che un’altra umanità è possibile.

    I promotori

    Il festival è stato organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello e Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno e con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Il comitato organizzatore del festival era composto da Tiziana Tagliazucchi (Yawp), Elisabetta Tagliazucchi (Yawp), Luca Maria Caffaro (Anpi) e Daniel Degli Esposti (Storia oggi).

    La serata del 29 novembre al festival "Con la Palestina nel cuore". Foto di Elena Zafferri
    La serata del 29 novembre al festival “Con la Palestina nel cuore”. Foto di Elena Zafferri

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  • Nakba: reading teatrale a Lama Mocogno

    Nakba: reading teatrale a Lama Mocogno

    Sabato 22 novembre 2025 ci incontriamo alle ore 19 nella sala parrocchiale di Lama Mocogno per il reading teatrale Nakba. Racconterò le vicende storiche avvenute in Palestina tra la fine del 1947 e il 1949. Tania Corsini e Francesco Pio D’Arminio daranno voce con letture attoriali alle persone che vissero «la pulizia etnica della Palestina» (Ilan Pappé).

    Il reading è inserito nel festival Con la Palestina nel cuore, una rassegna di talk, spettacoli, mostre e camminate storiche, in programma dal 20 al 30 novembre tra Maranello e Lama Mocogno. Daremo voce alla cultura palestinese attraverso il racconto della storia, le testimonianze, la poesia, il teatro, il cinema, la musica e il cibo.

    Il festival è organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno e con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Una piccola anteprima: il 1948 in Palestina

    Il 14 maggio 1948 il leader sionista David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato d’Israele, di cui sia gli Stati Uniti sia l’URSS riconoscono immediatamente la sovranità.

    Nella notte successiva, le forze armate della Lega araba entrano in Palestina. Inizia la prima guerra arabo-israeliana. Lo Stato ebraico la interpreta come una guerra d’indipendenza e può contare su aiuti internazionali.

    Avendo accumulato un’organizzazione militare e armamenti superiori a quelli della Lega araba, nel 1949 Israele estende il proprio territorio oltre i confini assegnati dalle Nazioni Unite.

    Altre parti dell’ipotizzato Stato palestinese passano invece sotto il controllo dell’Egitto e della Transgiordania, ribattezzata Giordania.

    La Nakba

    Al termine del conflitto, oltre 700.000 palestinesi sono costretti ad abbandonare le loro terre e cercano rifugio nei campi profughi dei Paesi vicini. Per tutti loro la sconfitta e la perdita dei beni diventano la Nakba (“catastrofe”).

    È un’esperienza di distacco che per alcuni sfocia nell’esilio, mentre per altri apre decenni di straniamento. C’è chi cerca salvezza trasferendosi in uno dei Paesi della Lega Araba, trovando un’accoglienza contraddittoria e problematica.

    I governi non vogliono, infatti, assumersi l’onere di assisterli e sperano che la loro sventura faccia pressione sulle organizzazioni internazionali, inducendole a forzare la mano con Israele.

    I palestinesi e la Lega Araba

    Emerge, così, una tendenza nel rapporto tra i palestinesi e i Paesi della Lega Araba. I governi di questi Stati non considerano le esigenze dei rifugiati, ma si servono di loro (e, più in generale, della questione palestinese) per posizionarsi o per perseguire i propri interessi.

    Altri rifugiati palestinesi si stabiliscono a ridosso della propria terra d’origine, in una parte della Cisgiordania (sotto l’amministrazione giordana) o della Striscia di Gaza (affidata all’Egitto).

    Rifugiati: un’emergenza divenuta strutturale

    Col passare degli anni gli insediamenti precari si stabilizzano e, pur essendo chiamati campi profughi, si trasformano “città di fatto”. Le baracche diventano edifici e, per dare un tetto alle generazioni nate lì, si alzano verso il cielo, perché possono crescere solo in verticale.

    La vita è difficile: il lavoro è quasi sempre precario e sottopagato, le condizioni igieniche sono problematiche e spesso la sussistenza è affidata alla United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), l’agenzia che l’ONU istituisce per assistere i rifugiati palestinesi.

    Nessuno cancella esplicitamente il “diritto al ritorno”, ma le organizzazioni internazionali sono impotenti di fronte al rifiuto di Israele. Lo Stato ebraico non vuole aprire al reinsediamento dei profughi palestinesi, che rimangono confinati in un limbo pluridecennale.

    Palestinesi in Israele

    Non mancano, infine, persone e famiglie che scelgono di rimanere nei territori controllati da Israele. Pur ottenendo la cittadinanza, non vivono in condizioni di effettiva parità, perché lo Stato non li considera come parte della propria missione politica.

    Fino al 1966 i “palestinesi del 1948” sono sottoposti a un regime di legge marziale. Il governo giustifica tale stato d’eccezione facendo riferimento al mancato raggiungimento di una pace con gli Stati della Lega Araba, per il quale la classe dirigente israeliana è in buona parte responsabile.

    Nei decenni successivi la legislazione mantiene elementi discriminatori che evolvono per accompagnare i cambiamenti economico-sociali del Paese, trovando ulteriori rafforzamenti a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.

    Come partecipare al reading Nakba

    Il reading Nakba è in programma sabato 22 novembre alle ore 19 nella sala parrocchiale di Lama Mocogno, in via XXV aprile 21. L’evento è a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti.

    A seguire, presso la Locanda Bellavista, ci sarà la cena palestinese Cibo oltre la guerra, a cura di Altoforno Impasti agresti. Per partecipare, occorre prenotare entro mercoledì 19 novembre (cell. 320.6345096).

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  • Con la Palestina nel cuore: festival tra Maranello e Lama Mocogno

    Con la Palestina nel cuore: festival tra Maranello e Lama Mocogno

    Fuori le agende, perché è in arrivo il festival Con la Palestina nel cuore. Dal 20 al 30 novembre ci incontriamo per una serie di talk, spettacoli, mostre, racconti itineranti e incontri tra Maranello e Lama Mocogno.

    Saranno presenti, tra gli altri, Moni Ovadia, Vauro Senesi, Linda Maggiori, don Mattia Ferrari, padre Ibrahim Faltas e Fausto Gianelli. Francesca Albanese ci manderà un suo contributo video.

    Mantenendo l’approccio di Storia oggi, nel corso del festival porterò contributi per capire il presente della Palestina partendo dal passato. Metterò in luce le origini dei problemi attuali per rilanciare la riflessione collettiva su quali azioni possono aiutarci a cambiare una realtà atroce.

    Il festival Con la Palestina nel cuore è organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello e Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Il comitato organizzatore è composto da Tiziana Tagliazucchi (Yawp), Elisabetta Tagliazucchi (Yawp), Luca Maria Caffaro (Anpi) e Daniel Degli Esposti (Storia oggi).

    Articolo pubblicato sulla Gazzetta di Modena il 7 novembre 2025
    Articolo pubblicato sulla «Gazzetta di Modena» il 7 novembre 2025

    Gli obiettivi del festival

    Non ci proponiamo soltanto di denunciare il genocidio in corso in Palestina, ma anche di dare una voce e un volto alle persone che praticando il Sumud continuano a resistere. Ci impegneremo per riconoscere in loro quell’umanità che il colonialismo dell’Occidente ha più volte calpestato.

    È inevitabile che anche l’occidentale più empatico e consapevole veda la Palestina attraverso una lente deformante. Per questo lasceremo che a parlare sia, nel modo più diretto possibile, la cultura palestinese attraverso le testimonianze, la poesia, il cinema, il teatro, la musica e anche il cibo. Emergeranno così l’identità e la vita quotidiana di un popolo che oggi se le vede negare in modo scandalosamente violento.

    Le altre voci che ci accompagneranno, quelle occidentali, sono di chi ha davvero la Palestina nel cuore. Alcune persone hanno viaggiato, lavorato o vissuto là, altre hanno studiato a fondo quella realtà geografica e umana. Sono, per questo, in grado di proporre una sorta di mediazione culturale.

    Un’esperienza da vivere insieme

    L’iniziativa darà ampio spazio anche alle associazioni, a partire da Emergency, che porterà la testimonianza del suo personale medico a Gaza, e BDS Italia, che darà risposte concrete alla domanda “e io che cosa posso fare per non essere complice?”.

    Saranno presenti anche Alkemia, Watermelon Friends Italia, Modena per la Palestina, Modena incontra Jenin, Per non dimenticare Sabra e Chatila.

    Con la Palestina nel cuore: il programma

    Qui puoi scaricare il programma completo in formato PDF.

    Tutti gli eventi – con l’eccezione del pranzo e della cena palestinesi – sono a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti.

    Giovedì 20 novembre | Maranello 

    Circolo parrocchiale | ore 18

    Anteprima del festival

    HeART of Gaza. Mostra di disegni dei bambini di Gaza, a cura di Mohammed Timraz e Casa per la Pace Modena (fino a domenica 30)

    Auditorium “Enzo Ferrari” | ore 20:40

    Anteprima del festival

    Proiezione del film Tutto quello che resta di te, di Cherien Dabis

    Presentazione a cura di Tiziana Tagliazucchi

    Sabato 22 novembre | Lama Mocogno

    Sala parrocchiale | ore 19       

    Gaza: il silenzio ci rende complici

    Mostra delle vignette di Vauro (fino a venerdì 28)    

    Nakba

    Reading teatrale con Daniel Degli Esposti, Tania Corsini e Francesco Pio D’Arminio

    Locanda Bellavista | ore 20:30

    Cibo oltre la guerra

    Cena palestinese a cura di Altoforno Impasti agresti. Prenotazione entro mercoledì 19 novembre: cell. 320.6345096

    Martedì 25 novembre | Maranello

    MaBiC | ore 17

    Gaza: il silenzio ci rende complici

    Mostra delle vignette di Vauro (fino a venerdì 28)      

    Essere donne in Palestina

    Talk con Francesca Capuozzo e Daniel Degli Esposti             

    MaBiC | ore 18

    Donne che curano

    Talk con un’operatrice sanitaria di Emergency a Gaza e Tiziana Tagliazucchi                     

    Mercoledì 26 novembre | Maranello

    MaBiC | ore 17

    Un fotoreporter di guerra in Palestina

    Foto e talk con Francesco Cito e Luca Caffaro

    MaBiC | ore 18

    Fare giornalismo su Gaza

    Talk con Linda Maggiori (Altreconomia) e Daniel Degli Esposti

    Mercoledì 26 novembre | Lama Mocogno             

    Sala parrocchiale | ore 20:30

    Essere donne in Palestina

    Talk con Houda Hdily, Barbara Baldaccini e Daniel Degli Esposti

    Giovedì 27 novembre | Maranello 

    MaBiC | ore 17

    Palestina: storia di una devastazione ecologica

    Talk con Daniel Degli Esposti            

    MaBiC | ore 18

    Gaza: il silenzio ci rende complici

    Talk con Vauro Senesi e Luca Caffaro   

    Auditorium “Enzo Ferrari” | ore 20:30        

    Presentazione del festival

    Proiezione e proiezione del film No Other Land , di Basel Adra, Yuval Abraham, Hamdan Ballal e Rachel Szor

    Presentazione a cura di Tiziana Tagliazucchi                   

    Venerdì 28 novembre | Maranello 

    Sala parrocchiale | ore 17

    Israele: il boicottaggio come dovere civile

    Talk con Stefano Rebecchi (BDS) e Daniel Degli Esposti

    Sala parrocchiale | ore 18

    Salvare vite a Gaza

    Talk con Laura Rubbianesi (Emergency) e Daniel Degli Esposti

    Madonna del Corso | ore 21

    Il loro grido è la mia voce

    Spettacolo teatrale con Youssef El Gahda, Luca Caffaro e Tiziana Tagliazucchi   

    Venerdì 28 novembre | Lama Mocogno

    Sala parrocchiale | ore 20:30

    Israele: il boicottaggio come dovere civile

    Talk con Flavio Novara (BDS) e Barbara Baldaccini

    Salvare vite a Gaza

    Talk con Paolo Giorgio (Emergency) e Simone Tollari

    Sabato 29 novembre | Maranello  

    Madonna del Corso | ore 17

    Due popoli, due stati?

    Talk con Fausto Gianelli e Daniel Degli Esposti                     

    Madonna del Corso | ore 18

    Vittime perfette

    Talk con Clara Nubile (traduttrice italiana di Mohammed el-Kurd) e Luca Caffaro 

    Auditorium “Enzo Ferrari” | ore 20:30

    Con la Palestina nel cuore

    Incontro pubblico con Francesca Albanese e Moni Ovadia

    Sabato 29 novembre | Lama Mocogno

    Locanda Bellavista | ore 20:30

    Videoconferenza live del talk di Maranello

    Domenica 30 novembre | Maranello

    Portico dell’oratorio | ore 10

    Sumud e Resistenza

    Camminata storica per le vie di Maranello con Daniel Degli Esposti (in caso di maltempo talk in sala parrocchiale)    

    Stand delle associazioni

    BDS, Emergency, Modena incontra Jenin, Modena per la Palestina, Per non dimenticare Sabra e Chatila, Watermelon Friends Italia, Alkemia (in caso di maltempo in sala parrocchiale)                      

    Circolo parrocchiale | ore 13

    Cibo oltre la guerra

    Pranzo palestinese a cura di Altoforno Impasti agresti. Prenotazione entro giovedì 27 novembre: cell. 320.6345096 

    Chiesa parrocchiale | ore 16

    Operatori di pace

    Talk con Ibrahim Faltas (in videoconferenza), Mattia Ferrari (Mediterranea saving humans), Marco Bonfatti (parrocchia di Maranello), Fausto Gianelli e Daniel Degli Esposti.

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