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Il blog di Daniel Degli Esposti

Tag: ANPI

  • Israele e la Shoah: incontri

    Israele e la Shoah: incontri

    La settimana che ruota intorno al Giorno della Memoria sarà un’occasione per esplorare il rapporto storico tra Israele e la Shoah. Dedicherò a questo tema tre incontri pubblici.

    Il primo è in programma martedì 27 gennaio a Maranello. Il secondo è fissato per giovedì 29 gennaio a Castelfranco Emilia. Il terzo ci attende sabato 31 gennaio alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Valsamoggia).

    Racconterò perché lo Stato d’Israele ha inizialmente ricordato con reticenza lo sterminio degli ebrei d’Europa e farò emergere cos’è cambiato dal processo Eichmann all’attuale strumentalizzazione delle accuse di antisemitismo.

    27 gennaio a Maranello

    A Maranello l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà martedì 27 gennaio alle ore 17 presso la Biblioteca comunale MABIC, in via Vittorio Veneto 5.

    L’iniziativa è promossa dal Servizio Cultura del Comune di Maranello.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    29 gennaio a Castelfranco Emilia

    A Castelfranco Emilia l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà giovedì 29 gennaio alle ore 20:30 nella sala Gabriella Degli Esposti, presso la Biblioteca comunale Lea Garofalo, in piazza della Liberazione 5.

    L’iniziativa è promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Castelfranco Emilia.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    31 gennaio a Bazzano

    A Bazzano (Valsamoggia) l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà sabato 31 gennaio alle ore 16 alla Rocca dei Bentivoglio, in via Contessa Matilde 10.

    L’iniziativa è promossa dalla sezione ANPI di Bazzano, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    L’evento si inserisce nel programma realizzato dal Comune di Valsamoggia, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio e dalle sezioni ANPI di Valsamoggia per il Giorno della Memoria.

    Israele e la Shoah: un’anticipazione

    Lo Stato d’Israele, nato da un progetto di colonialismo d’insediamento, si fonda sulla volontà di assicurare uno spazio di protezione, autodeterminazione e sovranità al popolo ebraico. Le istituzioni devono, pertanto, confrontarsi con la traumatica eredità della Shoah.

    I sionisti reduci dalle prime quattro Aliyot (le emigrazioni degli ebrei verso la Palestina storica) guardano con diffidenza ai sopravvissuti dei lager. Li ritengono, infatti, ancora segnati dalle titubanze della diaspora. Si chiedono, inoltre, come siano potuti passare attraverso l’orrore senza essere annientati.

    I sospetti nei confronti dei sopravvissuti alla Shoah

    Si diffondono, pertanto, sospetti di tradimento e collaborazionismo, che complicano l’apertura di un confronto pubblico sulla memoria della catastrofe.

    Mentre i laburisti chiedono di sospendere il giudizio nei confronti dei sopravvissuti, affermando che nessuno può comprendere fino in fondo la loro esperienza, i revisionisti criticano la classe dirigente dell’Agenzia ebraica, sostenendo che non ha fatto abbastanza per salvare i correligionari in pericolo e che in certi casi si è spinta fino alla collusione con i fascismi per difendere i propri interessi.

    La svolta del processo Eichmann

    Un momento di svolta nella costruzione della memoria pubblica israeliana arriva nel 1961, quando a Gerusalemme viene processato l’SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, catturato dal Mossad in Argentina. Il procedimento giudiziario si conclude con una condanna a morte e con l’impiccagione dell’imputato.

    Le udienze consentono a molti sopravvissuti di raccontare la propria storia, trovando legittimità e riconoscimento. Le testimonianze fanno emergere la «banalità del male», rivelando da una parte l’ordinarietà dei meccanismi burocratici alla base dello sterminio nazista e dall’altra le specifiche responsabilità delle autorità ebraiche, che non hanno saputo contrastare le violenze.

    La seconda metà degli anni Settanta e le mosse dei conservatori

    A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, in Occidente, molti liberali e conservatori continuano a manifestare il proprio appoggio a Israele, non volendo rinunciare a un alleato strategico e a un avamposto del proprio modello culturale.

    A loro si affiancano intellettuali ebrei che diventano consiglieri e collaboratori delle autorità, contribuendo a plasmare progetti finalizzati a mantenere lo status quo. Non mancano, tuttavia, specialmente tra i progressisti, le voci che perorano la causa dei palestinesi, criticando il sionismo.

    I governi israeliani reagiscono con durezza, accusando di antisemitismo chiunque minacci gli interessi o contesti le politiche dello Stato ebraico. I capi di Stato del Medio Oriente, che non riconoscono Israele, vengono sistematicamente paragonati a Hitler.

    Per alimentare questa narrazione, anche gli intellettuali favorevoli alla difesa dello status quo si servono dell’islamofobia, sostenendo la validità dei paragoni tra i leader arabi e i gerarchi nazisti. Il disprezzo e l’ostilità nei confronti dei musulmani sostituiscono, pertanto, l’antisemitismo come strumento per compattare il fronte conservatore.

    Per non confondere antisemitismo e antisionismo

    Alla luce della sovrapposizione arbitraria tra l’antisionismo e l’antisemitismo, realizzata dalla classe dirigente israeliana per ragioni politiche, è fondamentale recuperare le differenze tra i due fenomeni.

    Affermare che il sionismo propone un progetto sociale riconducibile al colonialismo d’insediamento, così come denunciare l’aggressività dello Stato d’Israele, significa mettere in luce la problematicità di un modello politico contingente. Tale critica non implica in nessun modo una volontà di discriminare razzialmente gli ebrei nel loro insieme.

    Sovrapporre l’antisemitismo e l’antisionismo diventa ancora più problematico quando il collasso dell’URSS e il tramonto delle ideologie aprono spiragli a interpretazioni revisionistiche della storia novecentesca.

    I problemi del “risveglio identitario”

    Il risveglio identitario riporta alla luce diversi luoghi comuni cari ai fascismi, facendo ridestare pensieri che delineano scenari di intolleranza, di odio, e di violenza. In questo contesto si riattiva anche l’antisemitismo, che mescola i propri argomenti nel dibattito fra i sostenitori di Israele e quelli della Palestina, aggiungendo un ulteriore (e pericoloso) elemento di complessità.

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  • Servi del Reich: narrazione-spettacolo a Spilamberto

    Servi del Reich: narrazione-spettacolo a Spilamberto

    Mercoledì 28 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 21 nello Spazio eventi Liliano Famigli di Spilamberto per la narrazione-spettacolo Servi del Reich. Racconterò le vicende di internati militari, deportati politici e altre vittime spilambertesi delle persecuzioni nazi-fasciste. Federico Benuzzi darà voce alle persone protagoniste e vittime di questa storia con letture attoriali.

    Col mio racconto storico, farò emergere diversi aspetti meno noti della persecuzione e della deportazione nell’universo concentrazionario nazista e fascista durante la Seconda guerra mondiale.

    Partendo dai casi di alcuni internati militari italiani (IMI) provenienti da Spilamberto, ti farò conoscere le vicende di persone che, pur non essendo vittime del razzismo né dell’antisemitismo, furono considerate come nemiche da internare e da sfruttare o da annichilire umanamente.

    Nel corso della serata emergeranno anche i tentativi di chi, nel divampare dell’odio, cercò di preservare e coltivare un altro senso di umanità, prestando aiuto e assistenza alle persone perseguitate.

    Servi del Reich: come partecipare

    L’iniziativa è promossa dall’Amministrazione comunale di Spilamberto in collaborazione con la locale sezione dell’ANPI e con il Comitato per la memoria.

    Una piccola anteprima: gli IMI

    Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi catturano circa 800.000 soldati del Regio Esercito e li deportano nei campi di lavoro.

    Il sistema nazista li accusa di tradimento e non è disposto a riconoscerli come prigionieri di guerra, poiché tale status garantirebbe loro i diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra.

    Il governo del Reich inventa dunque la categoria degli “internati militari italiani” e trasforma i soldati in veri e propri “schiavi di Hitler”, costretti ad affrontare turni di lavoro massacranti sotto la costante minaccia dei bombardamenti aerei.

    L’unica via d’uscita è rappresentata dall’arruolamento nelle forze armate della Repubblica sociale italiana. Tuttavia la netta maggioranza degli internati rifiuta questa prospettiva, mentre una parte dei rimpatriati si allontana dai reparti fascisti alla prima occasione utile.

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  • Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Sabato 24 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 16 al Centro sociale Pedrini di Crespellano per un pomeriggio di contributi e riflessioni su una delle pagine più scomode della storia italiana. L’incontro Italiani brava gente? sarà il primo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso del pomeriggio, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Davide Conti parlerà dell’uso pubblico della storia e dei crimini di guerra italiani. Gino Marchitelli interverrà per raccontare la vergogna italiana dei campi fascisti. Io chiuderò il programma con un contributo sul nazionalismo e sull’italianizzazione forzata nell’area dell’Alto Adriatico.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Italiani brava gente? Una piccola anteprima

    Nel 1934 l’ambizioso Italo Balbo diventa governatore della Libia. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture mastodontiche e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria.

    Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica: molti emigranti preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città.

    I progetti di sfruttamento elaborati dalla classe dirigente fascista non permettono tuttavia di scoprire i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo. Il regime non trasforma dunque la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come un costoso palcoscenico per la propaganda.

    Le brame imperiali del fascismo

    La brutalità della pacificazione fascista in Libia si ripresenta anche nel consolidamento del potere italiano in Somalia e nella nuova aggressione dell’Etiopia. Nel 1935 Mussolini attacca l’impero di Hailè Selassiè con un esercito superiore per uomini e mezzi, ma la campagna militare è complicata dal clima africano e dagli errori strategici del Regio Esercito.

    Nel frattempo, la Società delle Nazioni prova a fermare le ostilità, ma l’Italia rifiuta ogni trattativa. In Etiopia il Regio Esercito schiera mezzi notevolmente superiori a quelli normalmente impiegati nelle guerre coloniali: l’Italia vuole infatti distruggere completamente le forze armate etiopi e impadronirsi dei loro territori.

    La dittatura fascista punta a ottenere un maggiore prestigio sulla scena internazionale, ma ha anche bisogno di mettere le mani su risorse e mercati africani: le difficoltà economiche degli anni Trenta rischiano infatti di scontentare le classi dirigenti e di diffondere il malcontento tra le masse popolari.

    Sanzioni e autarchia

    Tuttavia, il 18 novembre 1935 il Regno d’Italia viene colpito da sanzioni economiche adottate dalla Società delle Nazioni per punire l’aggressione all’Etiopia. Sulla carta questi provvedimenti, voluti soprattutto dall’Impero britannico e dalla Francia, vietano i commerci tra l’Italia e tutti i Paesi membri della Società delle Nazioni.

    In realtà, tuttavia, le sanzioni colpiscono le esportazioni senza impediscono all’Italia di comprare ferro, acciaio, carbone e petrolio, materie prime necessarie alla guerra. Le sanzioni colpiscono quindi la gente comune, ma non fermano il conflitto. I britannici non chiudono neppure il Canale di Suez, consentendo alla flotta italiana di rifornire le truppe.

    Così, nel maggio del 1936, dopo che i generali italiani hanno bombardato diversi villaggi con i gas asfissianti, il Regio Esercito entra nella capitale etiope Addis Abeba e Mussolini proclama l’Impero, anche se gli etiopi non smettono di resistere nelle periferie del Paese.

    Il regime sfrutta inoltre le difficoltà economiche del blocco commerciale per diffondere odio nei confronti delle “potenze plutocratiche”. Comincia così la retorica propagandistica dell’autarchia, mantenuta anche dopo la fine delle sanzioni, che vengono abolite nel luglio del 1936.

    Il massacro di Addis Abeba

    Per controllare le colonie, il regime fascista si serve senza esitazioni della violenza repressiva. Uno degli episodi più emblematici si consuma nella capitale etiope Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937.

    Tutto comincia mentre è in corso una cerimonia nel recinto del “Piccolo Ghebì”, il palazzo del governo. È presente anche il maresciallo Rodolfo Graziani, vicerè d’Etiopia: nei mesi della guerra di conquista ha utilizzato per primo i gas asfissianti e ha fatto bombardare a tappeto diverse città; dopo la proclamazione dell’impero si è reso responsabile di violente repressioni nei confronti dei gruppi etiopi contrari al dominio italiano.

    Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, nel corso dell’evento, due eritrei lanciano alcune bombe sul gruppo delle autorità italiane. Muoiono 7 persone e altre 50 rimangono ferite: tra queste c’è Graziani, che dall’ospedale ordina di mettere in stato d’assedio Addis Abeba.

    Il federale fascista Guido Cortese organizza la rappresaglia, lasciando campo libero alle violenze dei militari e dei civili italiani. Per tre giorni fascisti in camicia nera, soldati, operai, impiegati e ascari libici si scatenano tutti insieme per le vie della città, dando la caccia agli abitanti. Incendiano parecchie abitazioni e uccidono in diversi modi migliaia di persone.

    Dopo la fine della dominazione italiana, le autorità etiopi parlano di 30.000 morti. Secondo Angelo Del Boca, quella stima è eccessiva, ma nei tre giorni della strage le vittime non sono meno di 4.000.

    Il massacro di Debre Libanòs

    Le violenze non finiscono lì. Nelle settimane successive un’indagine delle autorità italiane mette pretestuosamente sotto accusa il clero copto, accusandolo di fomentare la ribellione.

    Così, fra il 21 e il 27 maggio, il generale Maletti viene incaricato di uccidere tutti i religiosi della città conventuale di Debre Libanòs. I telegrammi inviati dal vicerè a Mussolini parlano di 449 morti, ma negli anni Novanta le ricerche sul campo rivelano che la strage ha provocato fra le 1.400 e le 2.000 vittime.

    “Italiani brava gente”: un mito lontano dalla realtà

    Da episodi come questi emerge chiaramente la violenza repressiva del colonialismo italiano, che si inserisce nella complessa storia dell’espansione imperialistica europea in Africa.

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  • Festival Con la Palestina nel cuore: un grande successo

    Festival Con la Palestina nel cuore: un grande successo

    Domenica 30 novembre 2025, a Maranello, centinaia di persone hanno salutato con un applauso il festival Con la Palestina nel cuore. Al termine dell’ultimo incontro, organizzato nella chiesa di San Biagio con la presenza di don Mattia Ferrari, il pubblico ha espresso apprezzamento e gratitudine per una rassegna che ha dato voce alla cultura palestinese attraverso il racconto della storia, le testimonianze, la poesia, il teatro, il cinema, la musica e il cibo.

    Festival Con la Palestina nel cuore: una rassegna fatta di tanti linguaggi

    Dal 20 al 30 novembre 2025, tra Maranello e Lama Mocogno, un pubblico partecipe e numeroso ha seguito interventi che hanno aperto prospettive non solo per comprendere le cause del genocidio in corso nel territorio occupato palestinese, ma anche per agire concretamente contro la violenza del colonialismo d’insediamento e dell’economia di guerra.

    La rassegna ha accolto i contributi di Moni Ovadia, Vauro Senesi, padre Ibrahim Faltas, Linda Maggiori, Raffaela Baiocchi (Emergency), Fausto Gianelli e Daniel Degli Esposti.

    Luca Caffaro, Moni Ovadia, Tiziana Tagliazucchi e Daniel Degli Esposti al festival "Con la Palestina nel cuore". Foto di Elena Zafferri
    Luca Caffaro, Moni Ovadia, Tiziana Tagliazucchi e Daniel Degli Esposti al festival “Con la Palestina nel cuore”. Foto di Elena Zafferri

    La cultura palestinese a tavola

    Il festival è stato arricchito da spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e mostre. Una cena e un pranzo palestinesi, realizzati da Altoforno impasti agresti, ci hanno permesso di entrare ancora più in contatto con la cultura del popolo oppresso.

    Un punto di vista diverso

    Nel corso del festival ci siamo immersi in una riflessione al tempo stesso emozionante, ironica e tragica.

    Da decenni, ormai, la Palestina è uno specchio del mondo. Nel colonialismo d’insediamento e nel genocidio che strazia la Striscia di Gaza si riflettono le storture di un sistema economico che schiaccia le società per favorire i privilegiati.

    Intorno a noi la violenza del potere non fa scorrere il sangue. Eppure, cancella quel principio costituzionale che chiama la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

    Oggi la Palestina sta risvegliando le nostre coscienze. Continuiamo a batterci, non solo per porre fine all’orrore del genocidio, ma anche per affermare che un altro mondo è ancora possibile.

    Costruire una cultura di pace

    Non capita tutti i giorni di raccontare ciò che sarebbe potuto succedere in Palestina se le lotte sindacali degli anni Trenta si fossero estese fino a contagiare positivamente la maggioranza delle persone.

    Quanti episodi videro i palestinesi e gli ebrei spalleggiarsi sui luoghi di lavoro per migliorare le proprie condizioni di vita…

    Conoscere queste storie e riflettere sul loro significato è indispensabile per capire che lo scontro tra i popoli non è inesorabile, ma viene fomentato da chi alimenta l’odio nazionalista.

    Contrastiamo l’aggressività criminale del sionismo e affermiamo che un’altra umanità è possibile.

    I promotori

    Il festival è stato organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello e Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno e con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Il comitato organizzatore del festival era composto da Tiziana Tagliazucchi (Yawp), Elisabetta Tagliazucchi (Yawp), Luca Maria Caffaro (Anpi) e Daniel Degli Esposti (Storia oggi).

    La serata del 29 novembre al festival "Con la Palestina nel cuore". Foto di Elena Zafferri
    La serata del 29 novembre al festival “Con la Palestina nel cuore”. Foto di Elena Zafferri

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  • Nakba: reading teatrale a Lama Mocogno

    Nakba: reading teatrale a Lama Mocogno

    Sabato 22 novembre 2025 ci incontriamo alle ore 19 nella sala parrocchiale di Lama Mocogno per il reading teatrale Nakba. Racconterò le vicende storiche avvenute in Palestina tra la fine del 1947 e il 1949. Tania Corsini e Francesco Pio D’Arminio daranno voce con letture attoriali alle persone che vissero «la pulizia etnica della Palestina» (Ilan Pappé).

    Il reading è inserito nel festival Con la Palestina nel cuore, una rassegna di talk, spettacoli, mostre e camminate storiche, in programma dal 20 al 30 novembre tra Maranello e Lama Mocogno. Daremo voce alla cultura palestinese attraverso il racconto della storia, le testimonianze, la poesia, il teatro, il cinema, la musica e il cibo.

    Il festival è organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno e con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Una piccola anteprima: il 1948 in Palestina

    Il 14 maggio 1948 il leader sionista David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato d’Israele, di cui sia gli Stati Uniti sia l’URSS riconoscono immediatamente la sovranità.

    Nella notte successiva, le forze armate della Lega araba entrano in Palestina. Inizia la prima guerra arabo-israeliana. Lo Stato ebraico la interpreta come una guerra d’indipendenza e può contare su aiuti internazionali.

    Avendo accumulato un’organizzazione militare e armamenti superiori a quelli della Lega araba, nel 1949 Israele estende il proprio territorio oltre i confini assegnati dalle Nazioni Unite.

    Altre parti dell’ipotizzato Stato palestinese passano invece sotto il controllo dell’Egitto e della Transgiordania, ribattezzata Giordania.

    La Nakba

    Al termine del conflitto, oltre 700.000 palestinesi sono costretti ad abbandonare le loro terre e cercano rifugio nei campi profughi dei Paesi vicini. Per tutti loro la sconfitta e la perdita dei beni diventano la Nakba (“catastrofe”).

    È un’esperienza di distacco che per alcuni sfocia nell’esilio, mentre per altri apre decenni di straniamento. C’è chi cerca salvezza trasferendosi in uno dei Paesi della Lega Araba, trovando un’accoglienza contraddittoria e problematica.

    I governi non vogliono, infatti, assumersi l’onere di assisterli e sperano che la loro sventura faccia pressione sulle organizzazioni internazionali, inducendole a forzare la mano con Israele.

    I palestinesi e la Lega Araba

    Emerge, così, una tendenza nel rapporto tra i palestinesi e i Paesi della Lega Araba. I governi di questi Stati non considerano le esigenze dei rifugiati, ma si servono di loro (e, più in generale, della questione palestinese) per posizionarsi o per perseguire i propri interessi.

    Altri rifugiati palestinesi si stabiliscono a ridosso della propria terra d’origine, in una parte della Cisgiordania (sotto l’amministrazione giordana) o della Striscia di Gaza (affidata all’Egitto).

    Rifugiati: un’emergenza divenuta strutturale

    Col passare degli anni gli insediamenti precari si stabilizzano e, pur essendo chiamati campi profughi, si trasformano “città di fatto”. Le baracche diventano edifici e, per dare un tetto alle generazioni nate lì, si alzano verso il cielo, perché possono crescere solo in verticale.

    La vita è difficile: il lavoro è quasi sempre precario e sottopagato, le condizioni igieniche sono problematiche e spesso la sussistenza è affidata alla United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), l’agenzia che l’ONU istituisce per assistere i rifugiati palestinesi.

    Nessuno cancella esplicitamente il “diritto al ritorno”, ma le organizzazioni internazionali sono impotenti di fronte al rifiuto di Israele. Lo Stato ebraico non vuole aprire al reinsediamento dei profughi palestinesi, che rimangono confinati in un limbo pluridecennale.

    Palestinesi in Israele

    Non mancano, infine, persone e famiglie che scelgono di rimanere nei territori controllati da Israele. Pur ottenendo la cittadinanza, non vivono in condizioni di effettiva parità, perché lo Stato non li considera come parte della propria missione politica.

    Fino al 1966 i “palestinesi del 1948” sono sottoposti a un regime di legge marziale. Il governo giustifica tale stato d’eccezione facendo riferimento al mancato raggiungimento di una pace con gli Stati della Lega Araba, per il quale la classe dirigente israeliana è in buona parte responsabile.

    Nei decenni successivi la legislazione mantiene elementi discriminatori che evolvono per accompagnare i cambiamenti economico-sociali del Paese, trovando ulteriori rafforzamenti a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.

    Come partecipare al reading Nakba

    Il reading Nakba è in programma sabato 22 novembre alle ore 19 nella sala parrocchiale di Lama Mocogno, in via XXV aprile 21. L’evento è a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti.

    A seguire, presso la Locanda Bellavista, ci sarà la cena palestinese Cibo oltre la guerra, a cura di Altoforno Impasti agresti. Per partecipare, occorre prenotare entro mercoledì 19 novembre (cell. 320.6345096).

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  • Con la Palestina nel cuore: festival tra Maranello e Lama Mocogno

    Con la Palestina nel cuore: festival tra Maranello e Lama Mocogno

    Fuori le agende, perché è in arrivo il festival Con la Palestina nel cuore. Dal 20 al 30 novembre ci incontriamo per una serie di talk, spettacoli, mostre, racconti itineranti e incontri tra Maranello e Lama Mocogno.

    Saranno presenti, tra gli altri, Moni Ovadia, Vauro Senesi, Linda Maggiori, don Mattia Ferrari, padre Ibrahim Faltas e Fausto Gianelli. Francesca Albanese ci manderà un suo contributo video.

    Mantenendo l’approccio di Storia oggi, nel corso del festival porterò contributi per capire il presente della Palestina partendo dal passato. Metterò in luce le origini dei problemi attuali per rilanciare la riflessione collettiva su quali azioni possono aiutarci a cambiare una realtà atroce.

    Il festival Con la Palestina nel cuore è organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello e Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Il comitato organizzatore è composto da Tiziana Tagliazucchi (Yawp), Elisabetta Tagliazucchi (Yawp), Luca Maria Caffaro (Anpi) e Daniel Degli Esposti (Storia oggi).

    Articolo pubblicato sulla Gazzetta di Modena il 7 novembre 2025
    Articolo pubblicato sulla «Gazzetta di Modena» il 7 novembre 2025

    Gli obiettivi del festival

    Non ci proponiamo soltanto di denunciare il genocidio in corso in Palestina, ma anche di dare una voce e un volto alle persone che praticando il Sumud continuano a resistere. Ci impegneremo per riconoscere in loro quell’umanità che il colonialismo dell’Occidente ha più volte calpestato.

    È inevitabile che anche l’occidentale più empatico e consapevole veda la Palestina attraverso una lente deformante. Per questo lasceremo che a parlare sia, nel modo più diretto possibile, la cultura palestinese attraverso le testimonianze, la poesia, il cinema, il teatro, la musica e anche il cibo. Emergeranno così l’identità e la vita quotidiana di un popolo che oggi se le vede negare in modo scandalosamente violento.

    Le altre voci che ci accompagneranno, quelle occidentali, sono di chi ha davvero la Palestina nel cuore. Alcune persone hanno viaggiato, lavorato o vissuto là, altre hanno studiato a fondo quella realtà geografica e umana. Sono, per questo, in grado di proporre una sorta di mediazione culturale.

    Un’esperienza da vivere insieme

    L’iniziativa darà ampio spazio anche alle associazioni, a partire da Emergency, che porterà la testimonianza del suo personale medico a Gaza, e BDS Italia, che darà risposte concrete alla domanda “e io che cosa posso fare per non essere complice?”.

    Saranno presenti anche Alkemia, Watermelon Friends Italia, Modena per la Palestina, Modena incontra Jenin, Per non dimenticare Sabra e Chatila.

    Con la Palestina nel cuore: il programma

    Qui puoi scaricare il programma completo in formato PDF.

    Tutti gli eventi – con l’eccezione del pranzo e della cena palestinesi – sono a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti.

    Giovedì 20 novembre | Maranello 

    Circolo parrocchiale | ore 18

    Anteprima del festival

    HeART of Gaza. Mostra di disegni dei bambini di Gaza, a cura di Mohammed Timraz e Casa per la Pace Modena (fino a domenica 30)

    Auditorium “Enzo Ferrari” | ore 20:40

    Anteprima del festival

    Proiezione del film Tutto quello che resta di te, di Cherien Dabis

    Presentazione a cura di Tiziana Tagliazucchi

    Sabato 22 novembre | Lama Mocogno

    Sala parrocchiale | ore 19       

    Gaza: il silenzio ci rende complici

    Mostra delle vignette di Vauro (fino a venerdì 28)    

    Nakba

    Reading teatrale con Daniel Degli Esposti, Tania Corsini e Francesco Pio D’Arminio

    Locanda Bellavista | ore 20:30

    Cibo oltre la guerra

    Cena palestinese a cura di Altoforno Impasti agresti. Prenotazione entro mercoledì 19 novembre: cell. 320.6345096

    Martedì 25 novembre | Maranello

    MaBiC | ore 17

    Gaza: il silenzio ci rende complici

    Mostra delle vignette di Vauro (fino a venerdì 28)      

    Essere donne in Palestina

    Talk con Francesca Capuozzo e Daniel Degli Esposti             

    MaBiC | ore 18

    Donne che curano

    Talk con un’operatrice sanitaria di Emergency a Gaza e Tiziana Tagliazucchi                     

    Mercoledì 26 novembre | Maranello

    MaBiC | ore 17

    Un fotoreporter di guerra in Palestina

    Foto e talk con Francesco Cito e Luca Caffaro

    MaBiC | ore 18

    Fare giornalismo su Gaza

    Talk con Linda Maggiori (Altreconomia) e Daniel Degli Esposti

    Mercoledì 26 novembre | Lama Mocogno             

    Sala parrocchiale | ore 20:30

    Essere donne in Palestina

    Talk con Houda Hdily, Barbara Baldaccini e Daniel Degli Esposti

    Giovedì 27 novembre | Maranello 

    MaBiC | ore 17

    Palestina: storia di una devastazione ecologica

    Talk con Daniel Degli Esposti            

    MaBiC | ore 18

    Gaza: il silenzio ci rende complici

    Talk con Vauro Senesi e Luca Caffaro   

    Auditorium “Enzo Ferrari” | ore 20:30        

    Presentazione del festival

    Proiezione e proiezione del film No Other Land , di Basel Adra, Yuval Abraham, Hamdan Ballal e Rachel Szor

    Presentazione a cura di Tiziana Tagliazucchi                   

    Venerdì 28 novembre | Maranello 

    Sala parrocchiale | ore 17

    Israele: il boicottaggio come dovere civile

    Talk con Stefano Rebecchi (BDS) e Daniel Degli Esposti

    Sala parrocchiale | ore 18

    Salvare vite a Gaza

    Talk con Laura Rubbianesi (Emergency) e Daniel Degli Esposti

    Madonna del Corso | ore 21

    Il loro grido è la mia voce

    Spettacolo teatrale con Youssef El Gahda, Luca Caffaro e Tiziana Tagliazucchi   

    Venerdì 28 novembre | Lama Mocogno

    Sala parrocchiale | ore 20:30

    Israele: il boicottaggio come dovere civile

    Talk con Flavio Novara (BDS) e Barbara Baldaccini

    Salvare vite a Gaza

    Talk con Paolo Giorgio (Emergency) e Simone Tollari

    Sabato 29 novembre | Maranello  

    Madonna del Corso | ore 17

    Due popoli, due stati?

    Talk con Fausto Gianelli e Daniel Degli Esposti                     

    Madonna del Corso | ore 18

    Vittime perfette

    Talk con Clara Nubile (traduttrice italiana di Mohammed el-Kurd) e Luca Caffaro 

    Auditorium “Enzo Ferrari” | ore 20:30

    Con la Palestina nel cuore

    Incontro pubblico con Francesca Albanese e Moni Ovadia

    Sabato 29 novembre | Lama Mocogno

    Locanda Bellavista | ore 20:30

    Videoconferenza live del talk di Maranello

    Domenica 30 novembre | Maranello

    Portico dell’oratorio | ore 10

    Sumud e Resistenza

    Camminata storica per le vie di Maranello con Daniel Degli Esposti (in caso di maltempo talk in sala parrocchiale)    

    Stand delle associazioni

    BDS, Emergency, Modena incontra Jenin, Modena per la Palestina, Per non dimenticare Sabra e Chatila, Watermelon Friends Italia, Alkemia (in caso di maltempo in sala parrocchiale)                      

    Circolo parrocchiale | ore 13

    Cibo oltre la guerra

    Pranzo palestinese a cura di Altoforno Impasti agresti. Prenotazione entro giovedì 27 novembre: cell. 320.6345096 

    Chiesa parrocchiale | ore 16

    Operatori di pace

    Talk con Ibrahim Faltas (in videoconferenza), Mattia Ferrari (Mediterranea saving humans), Marco Bonfatti (parrocchia di Maranello), Fausto Gianelli e Daniel Degli Esposti.

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  • Mario Ricci “Armando” dal mito alla storia: mostra a Lama Mocogno

    Mario Ricci “Armando” dal mito alla storia: mostra a Lama Mocogno

    Nel primo fine settimana di ottobre 2025, la sezione ANPI di Lama Mocogno riproporrà la mostra Mario Ricci “Armando” dal mito alla storia. Sarà un’occasione per riscoprire le vicende di un uomo che fu coinvolto in diversi momenti chiave del Novecento.

    Mario Ricci non fu soltanto il comandante partigiano “Armando”. Prima di guidare le operazioni della Resistenza sulle montagne modenesi era stato un militante antifascista. Dopo la Liberazione, continuò a impegnarsi nella politica e nell’associazionismo.

    Una mostra storico-biografica

    Mario Ricci “Armando” dal mito alla storia è una mostra a carattere storico-biografico. È stata allestita per la prima volta a Pavullo nel Frignano nel 2019 nell’ambito del progetto Con Armando nel cuore.

    Io ho curato la narrazione storica, Elisabetta Tagliazucchi ha realizzato l’allestimento e il professor Luca Maria Caffaro ha coordinato il progetto.

    La militanza e l’impegno politico di Mario Ricci sono strettamente legati ad alcuni nodi fondamentali della storia italiana. “Armando” non è stato soltanto uno dei più importanti comandanti partigiani emiliano-romagnoli. La sua vita permette di raccontare importanti passaggi storici del Novecento, come:

    • l’emigrazione per motivi economici dall’Appennino modenese;
    • la maturazione dell’antifascismo all’estero;
    • l’esperienza nella Guerra civile spagnola come miliziano delle Brigate Internazionali anti-franchiste;
    • l’internamento nella Francia del 1939 e il confino nell’Italia in guerra;
    • la Resistenza e, dopo il passaggio della Linea Gotica, la lotta di liberazione al di là del fronte;
    • la lunga esperienza amministrativa nel Comune di Pavullo nel Frignano;
    • l’impegno politico a livello nazionale, come deputato del Partito comunista italiano;
    • la partecipazione personale alla costruzione del proprio “mito” e la trasmissione della memoria.

    Informazioni per la visita

    La mostra Mario Ricci “Armando” dal mito alla storia sarà visitabile dal 3 al 5 ottobre con i seguenti orari.

    • Venerdì 3 ottobre: 15-18:30;
    • Sabato 4 ottobre: 9-19;
    • Domenica 5 ottobre: 9-17.

    Sabato 4 ottobre alle ore 15 ci sarà un momento ufficiale di inaugurazione. Io parteciperò con una narrazione storica delle vicende di “Armando”, raccontando anche alcuni aspetti che non sono stati inseriti nella mostra.

    Mario Ricci “Armando”: una piccola anteprima

    Mario Ricci “Armando” è un uomo del “Secolo breve”. La sua vita scorre insieme alle principali vicende politiche e sociali del Novecento italiano. Nasce a Sassoguidano di Pavullo nel Frignano il 20 maggio 1908 e a soli 7 anni lascia la scuola per svolgere vari mestieri.

    Durante la Grande Guerra, sull’Appennino modenese lavorano anche i bambini, altrimenti non si mangia. Nel 1918 Mario contrae l’influenza spagnola: guarisce, ma la crisi di fine conflitto colpisce la sua famiglia. I Ricci diventano mezzadri e “fanno San Martino” tutti gli anni. Poi arriva il fascismo e gli scenari peggiorano ulteriormente.

    Nel 1931 Mario emigra per lavoro in Francia: di lì a poco diventa un militante comunista. Quando Francisco Franco guida la ribellione dei militari contro la Repubblica spagnola, gli antifascisti si mobilitano per sostenere il governo legittimo del Fronte Popolare. Mario si arruola come miliziano nelle Brigate Internazionali e impara a conoscere l’amarezza della sconfitta. Rientrato in Francia, subisce un duro internamento fino al 1941, quando rientra in Italia. Allora le autorità fasciste lo mandano al confino a Ventotene.

    La Resistenza di “Armando”

    Dopo l’arresto di Mussolini rientra a Pavullo, ma riceve subito la chiamata alle armi. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, successiva all’annuncio dell’armistizio, si salva in maniera rocambolesca durante il blitz nazista alle scuole di Maranello.

    Non accetta che i nazisti e i fascisti lo rendano clandestino nella sua terra. Decide di organizzare la Resistenza nel suo Frignano, ma non può più permettersi di essere Mario Ricci. La guerriglia gli impone di scegliere un nome di battaglia per nascondere la propria identità. Si chiama “Armando”, come il fratello minore, morto nei Balcani nella prima fase della guerra. Vuole far pagare ai fascisti il dolore che prova per una perdita così grave.

    La lotta partigiana esalta e getta nello sconforto, alterna azioni e attese, propone successi e problemi. Armando affronta le difficoltà degli inizi, quando fatica a mettere insieme una formazione partigiana.

    Non si abbatte e rilancia sempre, sfruttando la forza della disperazione: tanti ragazzi lo raggiungono per sfuggire al reclutamento di Mussolini. I comandanti della Resistenza costruiscono le fortune delle formazioni sulla loro voglia di sopravvivere in un mondo migliore.

    Nell’estate del 1944 Armando vive la gioia della conquista di Montefiorino e l’esaltazione della zona libera. Per poco più di 40 giorni un’area di sette comuni (oggi otto) non vede nazisti, né fascisti. È un richiamo per tanti giovani, che sperano di vedere la fine della guerra senza combattere. Tuttavia quell’esperimento di libertà e autogoverno partigiano non può durare. All’inizio di agosto i nazisti attaccano e Armando prova il dolore del ripiegamento.

    Nella seconda parte dell’estate deve affrontare le critiche dei “rivali” e fugare i dubbi dei compagni. È dura, perché il tempo peggiora rapidamente. Alla fine di settembre oltrepassa la Linea Gotica e continua la lotta al fianco degli Alleati fino alla Liberazione.

    Sindaco, onorevole e simbolo della memoria

    Quando rientra a Pavullo, Armando trova un paese devastato dalla guerra. Fame e miseria tengono il campo. Armando non accetta questa situazione e s’impegna in politica per costruire un’Italia diversa da quella che lo ha indotto ad andarsene negli anni Trenta.

    Nel 1946 proprio lui, arrivato in terza elementare a 12 anni e impegnato in mestieri umilissimi per sopravvivere, diventa sindaco di Pavullo nel Frignano. Alle elezioni politiche del 1948 ottiene addirittura una poltrona da onorevole alla Camera dei Deputati.

    Sembra l’inizio di un nuovo corso, eppure il cambiamento non è immediato. La classe dirigente dell’Italia repubblicana rimane in buona parte la stessa del regime fascista. Da sindaco, Armando si scontra spesso con la Prefettura, che rappresenta il potere dello Stato centrale, spesso ostile alle amministrazioni comuniste.

    Nei suoi ultimi vent’anni, Mario Ricci non smette di impegnarsi nella società. Come presidente dell’ANPI modenese e pavullese, mantiene viva la memoria della Resistenza. Continua a rilasciare interviste e a comparire in pubblico fino alla festa dell’ottantesimo compleanno, poi cede alla malattia. Muore il 18 agosto 1989, poco meno di tre mesi prima della notte in cui i berlinesi abbattono il Muro, innescando simbolicamente la fine del “Secolo breve”.

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  • Trekking storico a Selva di Monteorsello

    Trekking storico a Selva di Monteorsello

    Sabato 30 agosto 2025, nel pomeriggio, ti aspetto a Selva di Monteorsello per il trekking Storie da gustare, sentieri da vivere.

    Cammineremo tra le colline che circondano il rio Monteorsello, nello splendido territorio di Guiglia, e seguiremo i passi dei partigiani che, tra il 1944 e il 1945, scelsero quei luoghi come rifugio e nascondiglio.

    Come partecipare

    Il ritrovo è fissato per le ore 17 presso l’Agriturismo Nonna Nella (via Buzzeda 4, Monteorsello di Guiglia). Da lì partiremo per il trekking. Entro le 19:30 ritorneremo all’Agriturismo Nonna Nella per un ricco apericena a buffet.

    Consigliamo la partecipazione alle persone abituate a camminare. Il percorso presenta alcuni tratti in salita e alterna tratti su asfalto, su ghiaia, su sentiero e su capezzagna. Raccomandiamo di indossare scarpe adatte a camminare nella natura, di portare un cappellino e una scorta d’acqua.

    Per partecipare, è necessario iscriversi scrivendo al numero 335.496736 o al numero 342.6681316. La quota di partecipazione, comprensiva dell’accompagnamento storico e dell’apericena, è di 25€ (pagamento in loco).

    L’iniziativa è promossa dall’Agriturismo Nonna Nella, da Storia oggi e da ANPI Marano sul Panaro – Marano Resiste.

    La Resistenza a Selva di Monteorsello: una piccola anteprima

    Tra i primi mesi del 1944 e la primavera del 1945 i campi e i boschi di quella zona furono nascondigli per diversi giovani. Se all’inizio molti di loro volevano solo cercare di non farsi arrestare, col passare dei mesi cominciarono a battersi per far finire la guerra e le ingiustizie che avevano vissuto.

    In una serie di tappe narrative, ti farò scoprire le storie delle donne e degli uomini della Resistenza a Selva di Monteorsello. Sono vicende in cui s’intrecciano disperazione e coraggio, determinazione e preoccupazioni. Sono storie vive, che scopriremo camminando, ovvero adottando ritmi simili a quelli di chi si spostava in clandestinità durante la lotta partigiana.

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  • L’eccidio di Crespellano: intervento storico

    L’eccidio di Crespellano: intervento storico

    Sabato 30 agosto 2025 ci incontriamo per ricordare l’81° anniversario dell’eccidio di Crespellano, avvenuto il 28 agosto 1944.

    L’appuntamento è fissato per le ore 10 in piazza A. Berozzi (Crespellano, Valsamoggia). Lì Daniel Degli Esposti terrà il primo di tre interventi narrativi itineranti per ricostruire quella vicenda, inserendola nel suo contesto storico.

    Alle 11:15 il corpo bandistico Remigio Zanoli 1861 ci accompagnerà in corteo verso il monumento dedicato alle vittime dell’eccidio, dove si terranno il racconto storico finale e gli interventi istituzionali.

    L’iniziativa è promossa dal Comune di Valsamoggia, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio, da ANPI Crespellano e dalle altre sezioni ANPI di Valsamoggia. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    Gli eventi dell’agosto 1944: una piccola anteprima

    Tra il 20 e il 27 agosto i tedeschi e i fascisti piombarono nella zona di Monte San Pietro per sorprendere i partigiani. Le forze di occupazione volevano infliggere colpi significativi alle strutture della Resistenza e rimpolpare con nuovi ostaggi i battaglioni della TODT impiegati nel rafforza-mento della Linea Gotica.

    Il diciassettenne Otello Palmieri era un informatore dei “ribelli” ed era figlio di un uomo che non aveva mai voluto iscriversi al PNF. Dal momento che le spie lo avevano inserito nell’elenco degli individui pericolosi, il 27 agosto fu rastrellato insieme a un’ottantina di persone sospette e venne rinchiuso in una cantina di Calderino.

    Sessant’anni dopo, il segno di quel dramma restava impresso nella coscienza dell’ormai anziano Otello Palmieri. La rielaborazione della vicenda gli aveva condizionato l’esistenza e lo aveva portato a far emergere il bisogno di raccontare l’ineffabile attraverso i meccanismi di occultamento e disvelamento che caratterizzano le testimonianze degli eventi passati.

    I fascisti del Battaglione “Volontari della Morte” e la seconda compagnia del presidio GNR di Castel D’Aiano non si accontentarono di uccidere quattro uomini nel luogo di detenzione. Giunti in località Fagnano, i militi della GNR catturarono e fucilarono sul posto i disertori Pompilio Nanni e Marino Venturi.

    L’eccidio di Crespellano

    Il 28 agosto gli ostaggi superstiti furono caricati su un camion e vennero condotti lungo la strada per Bologna. Il conducente attraversò la località Muffa, fermò il mezzo poche centinaia di metri prima di entrare a Crespellano e fece allineare quattro individui al muro che costeggiava la strada provinciale, per offrire al plotone d’esecuzione bersagli più agevoli.

    Non è stato possibile stabilire con certezza se alcuni uomini avessero tentato la fuga o se si fosse verificato un atto di insubordinazione, ma la risolutezza dei fascisti non lasciò spazio ad alcuna speranza.

    I prigionieri rimasti sul camion furono costretti ad assistere alla fucilazione dei compagni. Secondo Otello Palmieri, la raffica partì dai fucili di alcuni fascisti che appartenevano alla classe 1925 e avevano frequentato le scuole nel territorio di Monte San Pietro.

    La testimone Celestina Salmi confermò che i membri del plotone non si limitarono a scaricare i mitragliatori contro i condannati, ma infierirono sui corpi già crivellati con diverse pugnalate. Secondo i testimoni già citati, dopo aver portato a termine l’esecuzione, i fascisti si allontanarono cantando e intimarono ai cittadini di non toccare i cadaveri, affinché la loro sorte fosse un monito per i sostenitori della Resistenza.

    Soltanto l’indomani Celestina Salmi riuscì a ricomporre le salme per facilitarne l’identificazione e allontanare l’orrore dagli sguardi dei passanti.

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  • Processo alla Resistenza: incontro a Lama Mocogno

    Processo alla Resistenza: incontro a Lama Mocogno

    Sabato 16 agosto ci incontriamo a Lama Mocogno per l’iniziativa Processo alla Resistenza. In un dialogo col professor Luca Caffaro, racconterò alcuni aspetti molto discussi ma poco noti del dopoguerra in Italia. Mi concentrerò, in particolare, sulle vicende giudiziarie di diversi partigiani, accusati di aver commesso crimini nel contesto del conflitto e della difficile transizione postbellica.

    L’incontro si terrà negli spazi della Locanda Bellavista (via Giardini 215, Lama Mocogno), all’aperto o al chiuso a seconda delle condizioni meteo. L’inizio è previsto per le ore 18.

    L’iniziativa è organizzata dalla sezione ANPI di Lama Mocogno, che offrirà un aperitivo al termine dell’incontro. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    Processo alla Resistenza: una piccola presentazione

    Quando finisce una guerra? Come si può costruire la pace dopo un conflitto totale, nel quale la violenza ha lacerato le comunità e le famiglie? Quali strategie possono aiutare a prevenire il ricorso alle vendette o alla giustizia sommaria? E quali decisioni pubbliche sono efficaci nel riportare la violenza sotto il controllo delle istituzioni?

    La riflessione dell’iniziativa Processo alla Resistenza intreccerà questi spunti ai processi aperti tra la seconda metà degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta contro centinaia di partigiani, accusati di aver commesso atti illeciti o crimini andando oltre gli obiettivi liberatori ed emancipatori della lotta di Liberazione. Quali intenzioni animano l’accusa? Come si muove la difesa? E quali sono le conseguenze dei processi sulla società?

    Ne parleremo sabato 16 agosto a Lama Mocogno. Anticipo, però, un po’ di informazioni sul contesto storico e giuridico del dopoguerra.

    L’amnistia Togliatti: una piccola anteprima

    Tra la fine degli anni Quaranta e il decennio successivo, gli effetti dell’amnistia Togliatti assestano un “colpo di spugna” sui crimini fascisti.

    Il 22 giugno 1946 segretario del PCI, nella veste di Ministro della Giustizia, si propone di liberare i numerosi partigiani che erano stati rinchiusi in carcere con l’accusa di aver commesso atti illeciti nel corso della guerra.

    L’amnistia consente tuttavia a parecchi criminali fascisti di scontare i propri debiti con la giustizia senza avere mai trascorso neppure un giorno in una prigione.

    Lo spirito originario del provvedimento mira a distinguere tra i responsabili degli eventi più efferati e gli ultimi anelli della catena repressiva fascista, ma l’arte di arrangiarsi e il sostegno dei moderati consentono a non pochi criminali di restare lontani dal meccanismo compensatorio della giustizia italiana.

    Anche la magistratura è incline a valutare con comprensione – e talvolta con benevolenza – i crimini fascisti, dal momento che quasi tutti i giudici si sono formati sotto il regime o devono gli avanzamenti di carriera alla fedeltà nei confronti della dittatura.

    Tra la fine degli anni Quaranta e il decennio successivo, gli effetti dell’amnistia Togliatti finiscono dunque per assestare un “colpo di spugna” sui crimini fascisti.

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