Lunedì 2 marzo 2026 a Campogalliano partirà il terzo ciclo degli incontri La storia e il presente. Si intitola Costruire la pace. Corso di storia contemporanea su pacifismo, antimilitarismo e nonviolenza.
Costruire la pace: perché questo argomento?
Il ciclo di incontri approfondisce la storia del pacifismo, dell’antimilitarismo e della nonviolenza, partendo dalle vicende delle persone che hanno promosso l’opposizione alla guerra con azioni, comportamenti e attività di promozione dei valori alternativi all’esaltazione della violenza bellica.
L’iniziativa intende fornire elementi di conoscenza storica sulla possibilità di battersi e lottare per la giustizia sociale senza ricorrere alle armi e senza adottare atteggiamenti violenti.
Gli eventi storici raccontati nel corso degli incontri permettono di comprendere che la militanza pacifista, antimilitarista e nonviolenta si è contraddistinta per la capacità di far emergere i conflitti latenti nella società, puntando a una loro soluzione alternativa alla guerra e pertanto scongiurando gravi danni ai popoli.
Si propongono, inoltre, riflessioni sui concetti di “rivoluzione” e di “guerra civile” per fare chiarezza sulla vera natura di tali processi storici, consolidando l’obiettivo di generare o fortificare una cultura di pace.
Con lo sviluppo di questo corso si vogliono promuovere la pace, la nonviolenza, la cultura del rispetto, dell’inclusione, della solidarietà e della condivisione, nel solco dei principi costituzionali di dignità della persona, libertà, giustizia e democrazia.
Come si svolgono gli incontri
Ogni incontro durerà circa due ore. Nella prima parte, terrò la relazione storica, sfruttando anche immagini e/o materiali multimediali. Nella seconda parte, risponderò alle vostre domande aprendo un dibattito sugli argomenti trattati nell’esposizione.
Consiglio di partecipare a chi desidera comprendere come costruire la pace attraverso la cultura e la conoscenza. I docenti degli istituti scolastici possono ricavare dagli incontri alcuni spunti di riflessione e approfondimento, dal momento che proporrò fonti visive e fornirò riferimenti bibliografici.
Programma del corso
2/3/2026 – Pacifismo: una storia giuridica, filosofica e politica.
9/3/2026 – Antimilitarismo: il rifiuto dell’esercito come critica sociale.
16/3/2026 – Nonviolenza: una rivoluzione aperta contro ogni ingiustizia.
23/3/2026 – Rivoluzione: potenzialità e pericoli di una rottura radicale col passato.
30/3/2026 – Guerra civile: perché scoppia e come cercare di evitarla.
Come partecipare
Gli incontri si svolgeranno in una sala con un numero limitato di posti. Le iscrizioni saranno a numero chiuso ed è necessario prenotare.
Per iscriverti, telefona o invia un messaggio Whatsapp al numero 370.3494419. Nel testo, indica nome e cognome, numero di telefono e indirizzo e-mail. In alternativa, scrivi gli stessi dati all’indirizzo di posta elettronica centrolaquercia2000@gmail.com.
L’iscrizione agli incontri prevede una quota di 25 euro, comprensivi di tutte e 5 le date, che dovrà essere versata all’inizio del primo incontro.
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Mercoledì 11 febbraio ci incontriamo a Maranello per l’incontro Spine di confine. Racconterò i fatti avvenuti nell’Alto Adriatico tra la Grande Guerra e il passaggio di Trieste alla Repubblica italiana (1954), facendo emergere anche i riflessi di queste vicende sul territorio modenese.
L’appuntamento è fissato per le ore 17 presso la Biblioteca comunale MABIC, in via Vittorio Veneto 5.
L’iniziativa è promossa dal Servizio Cultura del Comune di Maranello nel calendario degli eventi per il Giorno del Ricordo.
L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.
Giorno del ricordo: la vicenda del confine orientale
Negli ultimi 20 anni in Italia il discorso pubblico ha spesso fatto coincidere le difficili relazioni italo-jugoslave del dopoguerra con le uccisioni e gli occultamenti di cadaveri nelle foibe. Nell’autunno del 1943 e poi nell’estate del 1945, in due fasi ben distinte tra loro, circa 4.000/5.000 persone di lingua e cultura italiana vengono uccise prima dalle formazioni della Resistenza e poi dai militanti della nascente Repubblica popolare federale jugoslava.
Quando la guerra è ancora in corso, anche per non incorrere nel rischio di far trovare i cadaveri alle forze di occupazione tedesche, i corpi vengono spesso gettati nelle cavità carsiche.
Dopo la Liberazione, le uccisioni avvengono in circostanze diverse e una parte consistente dei decessi si verifica nei campi di prigionia allestiti dalle autorità jugoslave. Alcune vittime sono compromesse con l’occupazione fascista, altre non sono disposte ad accettare il controllo della Repubblica nata dalla Resistenza titoista sui territori annessi dall’Italia dopo la Grande Guerra.
Uscire dalla guerra
La sorte degli italiani uccisi nell’Alto Adriatico rispecchia la difficile conclusione di un conflitto totale, anche se nel senso comune non viene quasi mai ricondotta agli eventi accaduti nel periodo bellico e nel ventennio del regime fascista.
In realtà queste vicende storiche – chiamate in causa ogni 10 febbraio con il Giorno del ricordo – presentano una maggiore complessità. Innanzitutto, la data scelta per commemorarle è quella del Trattato di pace di Parigi, che nel 1947 disegna gli equilibri successivi alla Seconda guerra mondiale, togliendo all’Italia le colonie e i territori sulla sponda destra dell’Adriatico.
Si tratta tuttavia di una vicenda geopolitica assai più estesa, che ridisegna completamente gli scenari europei: non è dunque possibile isolarne e assolutizzarne un solo elemento, come se si trattasse di un semplice contenzioso italo-jugoslavo. Non è neppure possibile rimuovere tutto ciò che era accaduto prima del 1945.
I crimini italiani e i crimini tedeschi
A partire dall’aprile 1941, l’occupazione tedesca e italiana della penisola balcanica inaugura infatti una fase carica di problemi e violenze, crimini di guerra e contraddizioni di potere. Per controllare la Jugoslavia, i nazisti e i fascisti rispolverano il principio romano del “divide et impera”: alcuni gruppi armati, come gli ustascia croati, ricevono la fiducia e la responsabilità di amministrare parte dei territori, mentre altri (come i cetnici serbi) vengono squalificati e denigrati, pur essendo fieramente monarchici e anticomunisti.
Le tensioni interetniche diventano dunque strumenti di dominio. La visione razziale della Germania nazista prevede la riduzione dei popoli slavi ai lavori forzati. Anche i fascisti recuperano l’originaria ostilità nei confronti delle etnie balcaniche per rinvigorire il morale dei soldati e stimolarli ad aggredire il nemico del momento. Il destino peggiore è comunque riservato ai partigiani di Josip Broz “Tito”, ai sinti, ai rom e agli ebrei, considerati senza alcun dubbio nemici del popolo germanico e dei fascismi europei.
Nel corso del conflitto i nazisti e i fascisti commettono diversi crimini di guerra e contro l’umanità: le forze armate incendiano e saccheggiano diversi villaggi, stuprano e uccidono migliaia di civili non soltanto per vendicare gli agguati subiti dalla Resistenza, ma anche per cercare di spezzare col terrore la solidarietà tra i partigiani e la popolazione.
L’Italia fascista non nasconde affatto le proprie responsabilità: diversi soldati scelgono addirittura di inviare le foto delle atrocità ai parenti per mostrare i risultati fisici delle proprie vittorie.
Milioni di persone in movimento
Le violenze, le uccisioni e l’occultamento dei cadaveri non possono inoltre far dimenticare altri due processi storici, strettamente legati al confine orientale. Si tratta dell’esodo di circa 250.000 persone di lingua e cultura italiana dalle aree slave del confine orientale. L’accoglienza di queste persone si rivela ben presto problematica: lo Stato deve farsi carico del loro mantenimento, ma le comunità di destinazione non vedono di buon occhio l’arrivo di nuovi “concorrenti” nel consumo delle risorse e sul lavoro.
In Emilia alle preoccupazioni di sopravvivenza si aggiungono inoltre i pregiudizi politici: coloro che fuggono dalla Jugoslavia di Tito vengono infatti percepiti come fascisti, anche se molti di loro vivono nel disimpegno e nell’indifferenza. L’ostilità reciproca induce le Sinistre a inasprire i propri giudizi sui profughi e questi ultimi ad abbracciare un nazionalismo sempre più incline a sviluppare nostalgie degli anni Trenta.
L’esodo istriano e giuliano-dalmata si svolge in un’epoca di grandi migrazioni. Nel secondo dopoguerra milioni di persone sono infatti costrette ad abbandonare i loro spazi di vita per raggiungere altri luoghi. È, ad esempio, il caso dei circa 13 milioni di tedeschi residenti nei territori occupati dalla Wehrmacht tra il 1938 e il 1945. Le loro vicende, intrecciate alle occupazioni militari del periodo bellico e alle contrapposizioni ideologiche del dopoguerra, rappresentano una pagina di storia mai completamente “elaborata”. Una questione complessa, spesso liquidata con disprezzo o strumentalizzata dalle forze politiche.
Un approccio diverso
Limitandosi al contesto del confine orientale, occorre infatti analizzare le cause scatenanti la violenza, valutando i “precedenti” fra italiani e slavi. Considerare adeguatamente le azioni di occupazione e controllo bellico che il regime fascista ha dispiegato nella penisola balcanica è fondamentale per comprendere storicamente la difficoltà dei rapporti fra le comunità nelle regioni di confine.
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Nei prossimi mesi, Valsamoggia sarà l’epicentro del progetto EqUality 2026. La tua voce per la parità dei diritti. Le iniziative saranno legate all’ottantesimo anniversario di una giornata che segnò la storia d’Italia. Anch’io porterò una serie di contributi per raccontare pubblicamente queste vicende insieme alle ragazze e ai ragazzi che sceglieranno di partecipare a questa avventura.
1946-2026: gli ottant’anni della Repubblica e del voto femminile
Il 2 giugno 1946 un referendum istituzionale portò alla nascita della Repubblica, che prevalse sulla monarchia al termine di una contesa serrata. Nello stesso giorno, le donne e gli uomini elessero l’Assemblea costituente, incaricata di delineare e redigere il testo della Costituzione.
Nelle settimane precedenti, durante le prime elezioni amministrative del dopoguerra, le donne italiane avevano esercitato per la prima volta il diritto di voto. Il 1° febbraio 1945 un decreto legislativo luogotenenziale aveva assicurato loro la possibilità di votare. Oltre un anno dopo, il 10 marzo 1946, un nuovo decreto garantì alle cittadine anche l’opportunità di essere elette, completando così l’assegnazione dei diritti politici.
EqUality: un progetto per raccontare questa storia
La Fondazione Rocca dei Bentivoglio e il Comune di Valsamoggia, in collaborazione con Radio Città Fujiko, invitano ogni ragazz* dai 14 ai 19 anni a far parte della redazione di EqUality: un laboratorio gratuito di giornalismo e audio-storytelling per esplorare insieme la storia delle pari opportunità e dei diritti.
Raccontiamo cosa si è fatto, chi lo ha fatto e cosa resta ancora da fare.
EqUality è uno spazio aperto di confronto in cui, insieme a professionisti della radio e della storia, diventerai parte di una redazione incaricata di produrre una serie podcast.
Io e i professionisti di Radio Città Fujiko ti porteremo alla ricerca delle storie delle donne che hanno trasformato il Paese. Dalla conquista del voto al rifiuto della guerra, dall’emancipazione sul lavoro al contrasto alla violenza. Il percorso ti fornirà gli strumenti critici e tecnici per trasformare le idee in contenuti multimediali.
Il calendario del progetto
9 MARZO – 17:00/19:00 | Mediateca di Bazzano
Storie e fonti: Le protagoniste del 1946 e la costruzione della cittadinanza.
Come la ricerca storica diventa narrazione.
A cura di Daniel Degli Esposti (Ricercatore e divulgatore storico – Storia oggi)
16 MARZO 17:00/18:30 | Mediateca di Bazzano
Format, clock e come si struttura una puntata di un podcast.
A cura di Alessandro Canella (Direttore Radio Città Fujiko)
23 MARZO 17:00/18:30 | Mediateca di Bazzano
Le fonti giornalistiche e gli strumenti di verifica
A cura di Alessandro Canella (Direttore Radio Città Fujiko)
30 MARZO 17:00/18:30 | Mediateca di Bazzano
Comunicazione di genere: linguaggio inclusivo senza pregiudizi.
A cura di Donatella Allegro (Attrice, speaker e formatrice)
13 APRILE 17:00/19:00 | Radio Città Fujiko
Registrazione podcast: tecniche vocali di registrazione, gestione dei microfoni e del mixer in studio, registrazione audio.
A cura di Claudio Succi (Presentatore e speaker di Radio Città Fujiko)
Come partecipare
La partecipazione è gratuita. I posti sono limitati per garantire a ogni componente della redazione l’uso della strumentazione professionale. Iscriviti qui.
Martedì 3 febbraio 2026 comincia un nuovo ciclo di incontri a Modena. Democrazia imperialista. Una storia degli Stati Uniti nell’età contemporanea ti aiuterà a capire meglio le contraddizioni di un Paese che ha segnato profondamente gli ultimi 200 anni dell’umanità.
L’attacco diretto al Venezuela e le mire sulla Groenlandia hanno riportato l’imperialismo statunitense al centro dell’attenzione. Il dibattito pubblico sui media è, tuttavia, spesso caotico e inconcludente. Se vuoi saperne di più, ma fatichi a orientarti, ti consiglio di rallentare e approfondire, seguendo l’approccio di Storia oggi.
Democrazia imperialista: di cosa si parla?
Perché un Paese nato da una guerra d’indipendenza contro un impero coloniale ha scelto di espandersi compiendo un genocidio? E come mai la “terra della libertà” ha dato vita sia a un colonialismo di insediamento ai danni delle popolazioni native, sia a progetti imperialistici?
In che modo la classe dirigente ha coltivato contemporaneamente i principi democratici della Costituzione e il razzismo segregazionista delle leggi Jim Crow?
E ancora, che cosa significa davvero “America first”? Esiste un legame tra questo motto e la “dottrina Monroe”, recentemente riscoperta e rivisitata dalla presidenza Trump nella versione “Donroe”?
Per conoscere le risposte a queste domande e per scoprire molto altro sulla storia degli Stati Uniti, ti aspetto al ciclo di incontri Democrazia imperialista.
Come si svolgono gli incontri
Ogni incontro durerà circa due ore. Nella prima parte, terrò la relazione storica, sfruttando anche immagini e/o materiali multimediali. Nella seconda parte, risponderò alle vostre domande aprendo un dibattito sugli argomenti trattati nell’esposizione.
Consiglio di partecipare a chi desidera comprendere come e quando nascono le contraddizioni nella storia degli Stati Uniti contemporanei. I docenti degli istituti scolastici possono ricavare dagli incontri alcuni spunti di riflessione e approfondimento, dal momento che proporrò fonti visive e fornirò riferimenti bibliografici.
Il programma del ciclo di incontri
I quattro incontri sulla storia degli Stati Uniti torisi svolgeranno a Modena nella sala civica di via Viterbo 80. L’inizio di ciascun appuntamento è previsto per le ore 18.
Martedì 3/2/2026 – Liberi e razzisti. Diritti e contraddizioni dallo sterminio dei nativi americani al suprematismo bianco.
Martedì 10/2/2026 – Dalla dottrina Monroe alla dottrina Donroe. L’imperialismo statunitense nelle Americhe dall’inizio dell’Ottocento all’attacco contro il Venezuela.
Martedì 17/2/2026 – America first. Isolazionismo e interessi economici dalla Grande Guerra a Donald Trump.
Martedì 24/2/2026 – Esportare la democrazia… e gli affari. L’interventismo statunitense dalla guerra fredda alle mire sulla Groenlandia.
Come partecipare
Gli incontri si svolgeranno in una sala con un numero limitato di posti. Per partecipare, è necessario prenotare scrivendo una e-mail a info@storiaoggi.it.
L’iscrizione prevede una quota di 10€ per ciascun incontro, da versare all’ingresso in sala. È possibile prenotare in anticipo il proprio posto per tutti e 4 gli incontri, godendo di uno sconto del 10% (36€ invece di 40€).
Storia degli Stati Uniti: una piccola anteprima
La società statunitense degli anni Cinquanta è attraversata da tensioni dovute non soltanto alle questioni economiche, ma anche alla cultura e alla mentalità.
Anche se i flussi migratori della prima metà del Novecento hanno portato negli Stati Uniti gruppi provenienti dall’Europa orientale, dall’area tedesca e dai Paesi mediterranei, la maggioranza della popolazione è ancora “wasp” (acronimo di “white anglo-saxon protestant”), ovvero è composta da persone dalla pelle bianca, di origine anglo-sassone e di religione protestante.
Il gruppo etnico dominante si sente depositario dei “veri valori americani” e coltiva pregiudizi nei confronti delle minoranze. Le classi privilegiate usano il razzismo come arma per tutelare la propria posizione, alimentando la guerra tra i poveri e diffondendo l’odio nella parte bassa della società.
I cittadini afroamericani, in particolare, sono considerati inferiori per il colore della loro pelle e subiscono discriminazioni di vario genere, culminate spesso in atti di violenza. Negli Stati del Sud è ancora in vigore la segregazione razziale, che impedisce per legge i contatti tra bianchi e neri nei luoghi pubblici.
Le lotte del movimento per i diritti civili
Intorno alla metà degli anni Cinquanta, gli afroamericani cominciano a chiedere di essere inseriti nella società americana con pari diritti rispetto a quelli degli altri cittadini.
L’episodio che contribuisce a innescare le lotte contro la segregazione razziale avviene il 1° dicembre 1955, quando Rosa Parks sale su un autobus di Montgomery, in Alabama, e si siede in uno dei posti centrali.
Sembra un giorno come tanti, fino a quando l’autista vede alcune donne bianche in piedi. Allora controlla la situazione e decide di applicare la legge: in Alabamagli afroamericani devono sedersi in fondo agli autobus e possono occupare i posti della parte centrale solo se sono liberi. Di quelli davanti non se ne parla nemmeno. Se salgono altri bianchi, i neri sono obbligati a scendere. È infatti in vigore la segregazione razziale, come in altri Stati del Sud.
L’autista ingiunge ai passeggeri afroamericani di lasciare i posti ai bianchi. Tutti obbediscono, Rosa Parks no: ha 42 anni, è afroamericana ed è un’attivista della National association for the advancement of colored people, un’organizzazione che si batte per contrastare la segregazione razziale e per garantire i diritti civili agli afroamericani.
Boicottaggio
Di fronte alla sua resistenza nonviolenta, l’autista chiama la polizia. Rosa Parks viene arrestata e passa la notte in carcere. Quattro giorni dopo, viene condannata per aver provocato disordini e per aver infranto un’ordinanza: riceve una multa di 10 dollari ed è costretta a pagarne altri 4 per le spese processuali.
Questa vicenda, però, non finisce lì. Il gesto di Rosa Parks ispira una protesta nonviolenta: gli afroamericani di Montgomery decidono infatti di boicottare gli autobus per un anno, chiedendo di poter occupare i posti delle file centrali e di far assumere anche autisti neri.
Donne e uomini, adulti e bambini si spostano a piedi o con altri mezzi, richiamando sulla città e sull’Alabama l’attenzione dell’opinione pubblica americana.
Così, dopo un anno di boicottaggio, il 20 dicembre 1956 una legge del governo federale rende incostituzionale la segregazione sugli autobus dell’Alabama. Sembra un piccolo passo, ma avrà un’importanza notevole per lanciare il movimento per i diritti civili verso nuove sfide.
Approcci diversi
In quegli anni le lotte sono guidate dal pastore protestante Martin Luther King Jr., un sostenitore della nonviolenza. Gli atti di disobbedienza civile contro le leggi discriminatorie avvengono con modalità che mettono in evidenza le ingiustizie del sistema, attirando il sostegno di una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense.
Non tutti gli afroamericani sono, tuttavia, convinti che l’approccio di Martin Luther King sia efficace: i Black Muslims, ad esempio, esprimono il risentimento per l’umiliazione e lo sfruttamento subito per mano dei bianchi; il loro leader, Malcolm X, non vuole trattare con la classe dirigente statunitense, ma esorta gli afroamericani a lottare anche con metodi radicali per migliorare le loro condizioni di vita.
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In 6 incontri, racconterò le contrapposizioni, gli scontri armati e le violenze che caratterizzano alcuni scenari del mondo di oggi, mettendo in luce le origini storiche degli squilibri e delle contraddizioni che hanno innescato i disastri.
Non approfondirò soltanto le questioni politiche, ma mi concentrerò soprattutto su ciò che è più vicino alle persone comuni. Ricostruirò le cause economiche delle guerre e metterò in evidenza le ripercussioni delle operazioni militari sulla vita quotidiana dei civili, sia negli scenari di guerra, sia in Occidente. Perché una guerra, quando scoppia, colpisce anche chi si sente lontano e al riparo.
La storia dietro le guerre di oggi
I discorsi sulla guerra ci circondano da ogni parte, segnando la nostra quotidianità. Finiscono, addirittura, per risultarci familiari. Eppure, cosa sappiamo davvero dei conflitti armati in corso nel mondo? Abbiamo idea delle cause che li hanno innescati? Sappiamo chi ha interesse a mantenerli attivi, devastando territori e vite umane?
Mentre la finanza e l’apparato industriale allestiscono il riarmo, la mentalità di guerra cambia anche le società lontane dai combattimenti. Si costruiscono nemici interni e li si getta in pasto alle masse. Si cerca di tenere sotto stretto controllo tutto ciò che accade. Si colpiscono i più deboli, sottraendo mezzi ai servizi. Si rafforzano i potenti, premiando la sopraffazione.
Quando le azioni nonviolente di protesta e la disobbedienza civile vengono criminalizzate giuridicamente, le istituzioni sperperano risorse ingenti per ghettizzare il “nemico migrante” e gran parte delle forze politiche sostengono un piano di riarmo generalizzato, non basta più struggersi per la crisi della democrazia. Serve un riscatto umano e civile.
Oggi, in un’epoca di cinismo e di riarmo, abbiamo bisogno di conoscere il passato per capire il presente e trasformare la realtà in vista del futuro. Si tratta di una premessa necessaria per ogni azione rivolta alla giustizia.
Conflitti: il programma
Gli incontri si terranno di giovedì sera, tra le 20:30 e le 22:30. Nella prima parte, terrò la relazione storica, sfruttando anche immagini e/o materiali multimediali. Nella seconda parte, risponderò alle domande, aprendo un dibattito sugli argomenti trattati nell’esposizione.
Il programma degli incontri sarà il seguente.
5/2: L’attacco USA al Venezuela: l’imperialismo statunitense e le vene aperte dell’America latina.
12/2: Russia-Ucraina: la faglia dell’Europa orientale.
19/2: Congo-Rwanda: il “cuore di tenebra” e le vene aperte dell’Africa.
26/2: Libia, Siria e Yemen dopo la primavera araba: guerre civili ed emergenze umanitarie.
5/3: Cina-Taiwan: la frontiera di una nuova “guerra fredda”?
12/3: Sudan: una guerra civile e una catastrofe umanitaria.
Come partecipare
Come tutti i corsi e le attività dell’associazione YAWP, il corso Terra contesa si svolgerà presso la sede di via Grizzaga 107, a Bell’Italia di Maranello (MO).
È necessario iscriversi almeno 1 settimana prima dell’inizio. I posti sono limitati e consiglio di prenotare per tempo.
La partecipazione è riservata ai soci di YAWP. Si può fare la tessera per l’occasione e in qualsiasi momento. Dura 12 mesi dall’attivazione e costa 20€ per gli adulti, 10€ per i ragazzi da 13 a 18 anni ed è gratuita per i bambini.
Giovedì 22 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 20 nella sede dell’Associazione La Conserva APS – Circolo ARCI di Monte San Pietro per la serata Meditate che questo è stato. Ricordare la Shoah nel tempo presente.
Seguendo i principi che ispirano gli appuntamenti di Incontriamo la storia, cercheremo di capire perché i fascismi europei convinsero i popoli a rendersi complici di un genocidio. Lo faremo per imparare a riconoscere i meccanismi dell’odio e per metterci nelle condizioni di contrastare i crimini (e i genocidi) del nostro tempo.
Osserveremo, infine, com’è cambiata la memoria della Shoah attraverso i decenni. Sarà un’occasione importante per far emergere le differenze tra antisemitismo, antisionismo e critiche nei confronti del governo israeliano.
Potremo, così, riconoscere gli abusi di memoria commessi non solo da Benjamin Netanyahu e dai suoi sostenitori, ma anche da molte persone, convinte di difendere in buona fede la causa ebraica.
Meditate che questo è stato: come partecipare
L’incontro Meditate che questo è stato è in programma per giovedì 22 gennaio alle ore 20 nell’AnticaConservada neve Amola da Montagna. Vi aspettiamo in Via Lavino 89/d a Calderino, Monte San Pietro (BO). L’affascinante struttura ospita la sede dell’Associazione La Conserva.
L’ingresso all’iniziativa è libero e gratuito per chi abbia una tessera ARCI in corso di validità. L’Associazione La Conserva garantisce la possibilità di tesserarsi in sede.
L’iniziativa si inserisce nel ciclo La finestra sul mondo, ideato dall’Associazione La Conserva per conoscere le realtà del sistema globale, tenendo insieme la storia e il presente.
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La settimana che ruota intorno al Giorno della Memoria sarà un’occasione per esplorare il rapporto storico tra Israele e la Shoah. Dedicherò a questo tema tre incontri pubblici.
Il primo è in programma martedì 27 gennaio a Maranello. Il secondo è fissato per giovedì 29 gennaio a Castelfranco Emilia. Il terzo ci attende sabato 31 gennaio alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Valsamoggia).
Racconterò perché lo Stato d’Israele ha inizialmente ricordato con reticenza lo sterminio degli ebrei d’Europa e farò emergere cos’è cambiato dal processo Eichmann all’attuale strumentalizzazione delle accuse di antisemitismo.
27 gennaio a Maranello
A Maranello l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà martedì 27 gennaio alle ore 17 presso la Biblioteca comunale MABIC, in via Vittorio Veneto 5.
L’iniziativa è promossa dal Servizio Cultura del Comune di Maranello.
L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.
29 gennaio a Castelfranco Emilia
A Castelfranco Emilia l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà giovedì 29 gennaio alle ore 20:30 nella sala Gabriella Degli Esposti, presso la Biblioteca comunale Lea Garofalo, in piazza della Liberazione 5.
L’iniziativa è promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Castelfranco Emilia.
L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.
31 gennaio a Bazzano
A Bazzano (Valsamoggia) l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà sabato 31 gennaio alle ore 16 alla Rocca dei Bentivoglio, in via Contessa Matilde 10.
L’iniziativa è promossa dalla sezione ANPI di Bazzano, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.
L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.
L’evento si inserisce nel programma realizzato dal Comune di Valsamoggia, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio e dalle sezioni ANPI di Valsamoggia per il Giorno della Memoria.
Israele e la Shoah: un’anticipazione
Lo Stato d’Israele, nato da un progetto di colonialismo d’insediamento, si fonda sulla volontà di assicurare uno spazio di protezione, autodeterminazione e sovranità al popolo ebraico. Le istituzioni devono, pertanto, confrontarsi con la traumatica eredità della Shoah.
I sionisti reduci dalle prime quattro Aliyot (le emigrazioni degli ebrei verso la Palestina storica) guardano con diffidenza ai sopravvissuti dei lager. Li ritengono, infatti, ancora segnati dalle titubanze della diaspora. Si chiedono, inoltre, come siano potuti passare attraverso l’orrore senza essere annientati.
I sospetti nei confronti dei sopravvissuti alla Shoah
Si diffondono, pertanto, sospetti di tradimento e collaborazionismo, che complicano l’apertura di un confronto pubblico sulla memoria della catastrofe.
Mentre i laburisti chiedono di sospendere il giudizio nei confronti dei sopravvissuti, affermando che nessuno può comprendere fino in fondo la loro esperienza, i revisionisti criticano la classe dirigente dell’Agenzia ebraica, sostenendo che non ha fatto abbastanza per salvare i correligionari in pericolo e che in certi casi si è spinta fino alla collusione con i fascismi per difendere i propri interessi.
La svolta del processo Eichmann
Un momento di svolta nella costruzione della memoria pubblica israeliana arriva nel 1961, quando a Gerusalemme viene processato l’SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, catturato dal Mossad in Argentina. Il procedimento giudiziario si conclude con una condanna a morte e con l’impiccagione dell’imputato.
Le udienze consentono a molti sopravvissuti di raccontare la propria storia, trovando legittimità e riconoscimento. Le testimonianze fanno emergere la «banalità del male», rivelando da una parte l’ordinarietà dei meccanismi burocratici alla base dello sterminio nazista e dall’altra le specifiche responsabilità delle autorità ebraiche, che non hanno saputo contrastare le violenze.
La seconda metà degli anni Settanta e le mosse dei conservatori
A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, in Occidente, molti liberali e conservatori continuano a manifestare il proprio appoggio a Israele, non volendo rinunciare a un alleato strategico e a un avamposto del proprio modello culturale.
A loro si affiancano intellettuali ebrei che diventano consiglieri e collaboratori delle autorità, contribuendo a plasmare progetti finalizzati a mantenere lo status quo. Non mancano, tuttavia, specialmente tra i progressisti, le voci che perorano la causa dei palestinesi, criticando il sionismo.
I governi israeliani reagiscono con durezza, accusando di antisemitismo chiunque minacci gli interessi o contesti le politiche dello Stato ebraico. I capi di Stato del Medio Oriente, che non riconoscono Israele, vengono sistematicamente paragonati a Hitler.
Per alimentare questa narrazione, anche gli intellettuali favorevoli alla difesa dello status quo si servono dell’islamofobia, sostenendo la validità dei paragoni tra i leader arabi e i gerarchi nazisti. Il disprezzo e l’ostilità nei confronti dei musulmani sostituiscono, pertanto, l’antisemitismo come strumento per compattare il fronte conservatore.
Per non confondere antisemitismo e antisionismo
Alla luce della sovrapposizione arbitraria tra l’antisionismo e l’antisemitismo, realizzata dalla classe dirigente israeliana per ragioni politiche, è fondamentale recuperare le differenze tra i due fenomeni.
Affermare che il sionismo propone un progetto sociale riconducibile al colonialismo d’insediamento, così come denunciare l’aggressività dello Stato d’Israele, significa mettere in luce la problematicità di un modello politico contingente. Tale critica non implica in nessun modo una volontà di discriminare razzialmente gli ebrei nel loro insieme.
Sovrapporre l’antisemitismo e l’antisionismo diventa ancora più problematico quando il collasso dell’URSS e il tramonto delle ideologie aprono spiragli a interpretazioni revisionistiche della storia novecentesca.
I problemi del “risveglio identitario”
Il risveglio identitario riporta alla luce diversi luoghi comuni cari ai fascismi, facendo ridestare pensieri che delineano scenari di intolleranza, di odio, e di violenza. In questo contesto si riattiva anche l’antisemitismo, che mescola i propri argomenti nel dibattito fra i sostenitori di Israele e quelli della Palestina, aggiungendo un ulteriore (e pericoloso) elemento di complessità.
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Sabato 24 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 16 al Centro sociale Pedrini di Crespellano per un pomeriggio di contributi e riflessioni su una delle pagine più scomode della storia italiana. L’incontro Italiani brava gente? sarà il primo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?
Nel corso del pomeriggio, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Davide Conti parlerà dell’uso pubblico della storia e dei crimini di guerra italiani. Gino Marchitelli interverrà per raccontare la vergogna italiana dei campi fascisti. Io chiuderò il programma con un contributo sul nazionalismo e sull’italianizzazione forzata nell’area dell’Alto Adriatico.
L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.
Italiani brava gente? Una piccola anteprima
Nel 1934 l’ambizioso Italo Balbo diventa governatore della Libia. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture mastodontiche e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria.
Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica: molti emigranti preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città.
I progetti di sfruttamento elaborati dalla classe dirigente fascista non permettono tuttavia di scoprire i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo. Il regime non trasforma dunque la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come un costoso palcoscenico per la propaganda.
Le brame imperiali del fascismo
La brutalità della pacificazione fascista in Libia si ripresenta anche nel consolidamento del potere italiano in Somalia e nella nuova aggressione dell’Etiopia. Nel 1935 Mussolini attacca l’impero di Hailè Selassiè con un esercito superiore per uomini e mezzi, ma la campagna militare è complicata dal clima africano e dagli errori strategici del Regio Esercito.
Nel frattempo, la Società delle Nazioni prova a fermare le ostilità, ma l’Italia rifiuta ogni trattativa. In Etiopia il Regio Esercito schiera mezzi notevolmente superiori a quelli normalmente impiegati nelle guerre coloniali: l’Italia vuole infatti distruggere completamente le forze armate etiopi e impadronirsi dei loro territori.
La dittatura fascista punta a ottenere un maggiore prestigio sulla scena internazionale, ma ha anche bisogno di mettere le mani su risorse e mercati africani: le difficoltà economiche degli anni Trenta rischiano infatti di scontentare le classi dirigenti e di diffondere il malcontento tra le masse popolari.
Sanzioni e autarchia
Tuttavia, il 18 novembre 1935 il Regno d’Italia viene colpito da sanzioni economiche adottate dalla Società delle Nazioni per punire l’aggressione all’Etiopia. Sulla carta questi provvedimenti, voluti soprattutto dall’Impero britannico e dalla Francia, vietano i commerci tra l’Italia e tutti i Paesi membri della Società delle Nazioni.
In realtà, tuttavia, le sanzioni colpiscono le esportazioni senza impediscono all’Italia di comprare ferro, acciaio, carbone e petrolio, materie prime necessarie alla guerra. Le sanzioni colpiscono quindi la gente comune, ma non fermano il conflitto. I britannici non chiudono neppure il Canale di Suez, consentendo alla flotta italiana di rifornire le truppe.
Così, nel maggio del 1936, dopo che i generali italiani hanno bombardato diversi villaggi con i gas asfissianti, il Regio Esercito entra nella capitale etiope Addis Abeba e Mussolini proclama l’Impero, anche se gli etiopi non smettono di resistere nelle periferie del Paese.
Il regime sfrutta inoltre le difficoltà economiche del blocco commerciale per diffondere odio nei confronti delle “potenze plutocratiche”. Comincia così la retorica propagandistica dell’autarchia, mantenuta anche dopo la fine delle sanzioni, che vengono abolite nel luglio del 1936.
Il massacro di Addis Abeba
Per controllare le colonie, il regime fascista si serve senza esitazioni della violenza repressiva. Uno degli episodi più emblematici si consuma nella capitale etiope Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937.
Tutto comincia mentre è in corso una cerimonia nel recinto del “Piccolo Ghebì”, il palazzo del governo. È presente anche il maresciallo Rodolfo Graziani, vicerè d’Etiopia: nei mesi della guerra di conquista ha utilizzato per primo i gas asfissianti e ha fatto bombardare a tappeto diverse città; dopo la proclamazione dell’impero si è reso responsabile di violente repressioni nei confronti dei gruppi etiopi contrari al dominio italiano.
Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, nel corso dell’evento, due eritrei lanciano alcune bombe sul gruppo delle autorità italiane. Muoiono 7 persone e altre 50 rimangono ferite: tra queste c’è Graziani, che dall’ospedale ordina di mettere in stato d’assedio Addis Abeba.
Il federale fascista Guido Cortese organizza la rappresaglia, lasciando campo libero alle violenze dei militari e dei civili italiani. Per tre giorni fascisti in camicia nera, soldati, operai, impiegati e ascari libici si scatenano tutti insieme per le vie della città, dando la caccia agli abitanti. Incendiano parecchie abitazioni e uccidono in diversi modi migliaia di persone.
Dopo la fine della dominazione italiana, le autorità etiopi parlano di 30.000 morti. Secondo Angelo Del Boca, quella stima è eccessiva, ma nei tre giorni della strage le vittime non sono meno di 4.000.
Il massacro di Debre Libanòs
Le violenze non finiscono lì. Nelle settimane successive un’indagine delle autorità italiane mette pretestuosamente sotto accusa il clero copto, accusandolo di fomentare la ribellione.
Così, fra il 21 e il 27 maggio, il generale Maletti viene incaricato di uccidere tutti i religiosi della città conventuale di Debre Libanòs. I telegrammi inviati dal vicerè a Mussolini parlano di 449 morti, ma negli anni Novanta le ricerche sul campo rivelano che la strage ha provocato fra le 1.400 e le 2.000 vittime.
“Italiani brava gente”: un mito lontano dalla realtà
Da episodi come questi emerge chiaramente la violenza repressiva del colonialismo italiano, che si inserisce nella complessa storia dell’espansione imperialistica europea in Africa.
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Lunedì 12 gennaio 2026 a Campogalliano partirà il secondo ciclo degli incontri La storia e il presente. Si intitola La terra più amata. Palestina/Israele: una bussola storica.
Il corso approfondisce lo scenario di Palestina/Israele da una prospettiva storica, analizzando alcune delle principali questioni che polarizzano il dibattito pubblico e facendo emergere i meccanismi che costruiscono identità contrapposte per alimentare pratiche di annientamento dell’altro.
L’iniziativa intende fornire elementi di conoscenza storica sulla questione palestinese/israeliana, sul genocidio corso nella striscia di Gaza e sulle violenze nei territori occupati, ponendosi l’obiettivo di contrastare narrazioni propagandistiche, fake news e polarizzazioni.
Per comprendere meglio ciò che accade in quel drammatico scenario, senza lasciarsi intrappolare dai contrapposti discorsi d’odio, è utile ricostruire correttamente e criticamente le radici storiche dei problemi, al fine ultimo di generare o consolidare una cultura di pace.
Come si svolgono gli incontri
Ogni incontro durerà circa due ore. Nella prima parte, terrò la relazione storica, sfruttando anche immagini e/o materiali multimediali. Nella seconda parte, risponderò alle vostre domande aprendo un dibattito sugli argomenti trattati nell’esposizione.
Consiglio di partecipare a chi desidera comprendere come e quando nascono i problemi della Palestina di oggi. I docenti degli istituti scolastici possono ricavare dagli incontri alcuni spunti di riflessione e approfondimento, dal momento che proporrò fonti visive e fornirò riferimenti bibliografici.
Palestina-Israele. Una bussola storica: programma del corso
12/1/2026 – Che cos’è il sionismo? Storia di un progetto politico che non coincide con l’ebraismo.
19/1/2026 – «Straniero in terra propria»: storia del popolo e dell’identità palestinese.
26/1/2026 – Il peso delle memorie: Shoah, Nakba, antisemitismo e apartheid tra storia e dibattito.
2/2/2026 – Fine del processo di pace: errori e contraddizioni dagli accordi di Camp David a oggi.
9/2/2026 – J’accuse: violenze criminali e la questione del genocidio.
Come partecipare
Gli incontri si svolgeranno in una sala con un numero limitato di posti. Le iscrizioni saranno a numero chiuso ed è necessario prenotare.
Per iscriverti, telefona o invia un messaggio Whatsapp al numero 370.3494419. Nel testo, indica nome e cognome, numero di telefono e indirizzo e-mail. In alternativa, scrivi gli stessi dati all’indirizzo di posta elettronica centrolaquercia2000@gmail.com.
L’iscrizione agli incontri prevede una quota di 20 euro, comprensivi di tutte e 5 le date, che dovrà essere versata all’inizio del primo incontro.
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Giovedì 11 dicembre 2025 ci diamo appuntamento a Cento per una serata dedicata a uno dei temi più urgenti (e trascurati) del presente. L’incontro Ecocidio. L’impatto ambientale della guerra sarà un’occasione per osservare in modo insolito la devastazione provocata dai conflitti armati. Non ci concentreremo solo sui combattimenti, che compromettono gli ecosistemi e gli ambienti dove le comunità cercano di vivere. Parleremo anche della produzione di armamenti, che contribuisce in modo determinante alla crisi climatica.
L’incontro si terrà alle ore 20:45 nella Sala Rossa, in piazza del Guercino, a Cento. Nel corso della serata, dialogherò con le/i ragazz* del Tavolo dei Giovani di Cento.
L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare il posto.
Ecocidio: una piccola anteprima
Nel 1970 il biologo statunitense Arthur Galston inventa il termine ecocidioper descrivere la devastazione provocata dall’«agente arancio» sulle foreste tropicali del Vietnam. Il defoliante utilizzato dalle forze armate degli USA sconvolse l’ambiente a tal punto da rendere necessaria l’adozione di un nuovo termine.
Analogamente, 26 anni prima, il giurista polacco Raphael Lemkin aveva inventato il termine genocidioper indicare lo sterminio nazista e fascista degli ebrei d’Europa. Per comprendere la natura e gli effetti di un crimine dalla portata inedita, è necessario dotarsi delle parole adatte a descriverlo.
Tuttavia, il piano lessicale non è sufficiente. Di fronte a un crimine, è necessario prendere provvedimenti per contrastare l’ingiustizia e dare slancio a ideali più sani di convivenza.
Il reato di ecocidio
Nel giugno 2021 il Gruppo di esperti indipendenti per la definizione giuridica di ecocidio afferma che il termine ecocidio indica atti illeciti o sconsiderati commessi con la consapevolezza che esiste una probabilità sostanziale che tali atti causino danni gravi, diffusi o a lungo termine all’ambiente.
Nell’agosto 2021 il governo francese ha introdotto una legge per definire e punire il reato di ecocidio. La norma colpisce coloro che «causano danni gravi e duraturi alla terra, alla flora, alla fauna o alla qualità dell’aria, del terreno o dell’acqua». Anche il Regno Unito, il Cile e il Messico si sono mossi per sanzionare giuridicamente il reato di ecocidio.
In Italia, il 24 luglio 2023 i deputati Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari e Piccolotti hanno presentato alla Camera una proposta di legge per l’introduzione del reato di ecocidio.
Il 26 marzo 2024 il Consiglio dell’Unione Europea ha votato per criminalizzare casi paragonabili all’ecocidio.
Manca ancora, tuttavia, una capacità di contrastare con forza la distruzione dell’ambiente. Sarebbe necessario perseguire l’ecocidio con un’azione coordinata a livello globale.
Le guerre e gli investimenti nel riarmo dovrebbero essere fermati con effetto immediato alla luce del loro tremendo impatto sull’ambiente e sul clima.
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