Storia oggi

Il blog di Daniel Degli Esposti

Categoria: Incontri

  • Democrazia imperialista: corso a Campogalliano

    Democrazia imperialista: corso a Campogalliano

    Lunedì 5 ottobre 2026 a Campogalliano ricomincia l’esperienza de La storia e il presente, ovvero degli incontri che ci hanno accompagnato tra l’autunno 2025 e la primavera 2026. Il primo corso del secondo anno s’intitola Democrazia imperialista. Una storia degli Stati Uniti.

    L’attacco diretto al Venezuela, le mire sulla Groenlandia, l’embargo imposto a Cuba e la guerra combattuta al fianco di Israele contro l’Iran hanno riportato l’imperialismo statunitense al centro dell’attenzione. Il dibattito pubblico sui media è, tuttavia, spesso caotico e inconcludente.

    Perché un Paese nato da una guerra d’indipendenza contro un impero coloniale ha scelto di espandersi compiendo un genocidio? E come mai la “terra della libertà” ha dato vita sia a un colonialismo di insediamento ai danni delle popolazioni native, sia a progetti imperialistici?

    In che modo la classe dirigente ha coltivato contemporaneamente i principi democratici della Costituzione e il razzismo segregazionista delle leggi Jim Crow?

    E ancora, che cosa significa davvero “America first”? Esiste un legame tra questo motto e la “dottrina Monroe”, recentemente riscoperta e rivisitata dalla presidenza Trump nella versione “Donroe”? E quali sono le ragioni del legame di ferro tra gli USA e Israele?

    Il ciclo di incontri è promosso dal Centro sociale ricreativo La Quercia in collaborazione con la sezione ANPI di Campogalliano e col patrocinio del Comune di Campogalliano.

    Come si svolgono gli incontri

    Ogni incontro durerà circa due ore. Nella prima parte, terrò la relazione storica, sfruttando anche immagini e/o materiali multimediali. Nella seconda parte, risponderò alle vostre domande aprendo un dibattito sugli argomenti trattati nell’esposizione.

    Consiglio di partecipare a chi desidera comprendere come costruire la pace attraverso la cultura e la conoscenza. I docenti degli istituti scolastici possono ricavare dagli incontri alcuni spunti di riflessione e approfondimento, dal momento che proporrò fonti visive e fornirò riferimenti bibliografici.

    Democrazia imperialista: il programma

    5/10/2026 – Liberi e razzisti. Diritti e contraddizioni dallo sterminio dei nativi americani al suprematismo bianco.

    12/10/2026 – Dalla dottrina Monroe alla dottrina Donroe. L’imperialismo statunitense nelle Americhe dall’inizio dell’Ottocento all’attacco contro il Venezuela.

    19/10/2026 – America first. Isolazionismo e interessi economici dalla Grande Guerra a Donald Trump.

    26/10/2026 – Esportare la democrazia… e gli affari. L’interventismo statunitense dalla guerra fredda alle mire sulla Groenlandia.

    2/11/2026 – Le guerre del petrolio e dell’energia: gli USA e il Medio Oriente.

    Come partecipare

    Gli incontri si svolgeranno in una sala con un numero limitato di posti. Le iscrizioni saranno a numero chiuso (max 50 persone) ed è necessario prenotare.

    Per iscriverti, telefona o invia un messaggio Whatsapp al numero 370.3494419. Nel testo, indica nome e cognome, numero di telefono e indirizzo e-mail. In alternativa, scrivi gli stessi dati all’indirizzo di posta elettronica centrolaquercia2000@gmail.com.

    L’iscrizione agli incontri prevede una quota di 30 eurocomprensivi di tutte e 5 le date, che dovrà essere versata all’inizio del primo incontro.

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  • L’obbedienza non è più una virtù: incontro a Lama Mocogno

    L’obbedienza non è più una virtù: incontro a Lama Mocogno

    Sabato 22 agosto 2026 ci incontriamo alle ore 18 alla Locanda Bellavista di Lama Mocogno per il primo appuntamento di una nuova rassegna organizzata dalla locale sezione dell’ANPI. L’iniziativa s’intitola L’obbedienza non è più una virtù. Don Lorenzo Milani e l’obiezione di coscienza tra storia e presente.

    Barbara Baldaccini, vicepresidente della sezione ANPI Lama Mocogno – Scoltenna, parlerà di don Lorenzo Milani. La vita del sacerdote di Barbiana offre parecchi spunti di riflessione sia nell’ambito educativo, sia nel rapporto tra il pastore cattolico e la società civile. Nell’incontro emergerà, in particolare, l’impegno a favore dei giovani che rifiutavano il servizio militare.

    Io cercherò di far emergere perché anche oggi l’obbedienza non è più una virtù. Anche se gli interessi economici ci spingono verso il riarmo degli arsenali e delle coscienze, non mancano le obiezioni. Chi riesce, oggi, a dire NO alla guerra? Quali sono i modi con cui si può contrastare la militarizzazione della società?

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    «L’obbedienza non è più una virtù»: una piccola anteprima

    «Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto» (dalla Lettera ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965).

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  • Ospitaletto nella Seconda guerra mondiale: intervento storico

    Ospitaletto nella Seconda guerra mondiale: intervento storico

    Domenica 9 agosto 2026 il Comune di Marano sul Panaro ricorderà la strage di Ospitaletto, avvenuta tra il 12 e il 25 agosto 1944. Le celebrazioni e gli interventi istituzionali saranno seguiti da un mio racconto storico sulle vicende che 82 anni fa sconvolsero la frazione dell’alta collina maranese.

    In quest’anno, segnato dalle devastazioni delle guerre e dagli abbagli del riarmo, intreccerò la narrazione di ciò che accadde qui a diversi spunti di riflessione sul presente. Che cosa accade a una comunità quando un esercito o una milizia devasta il luogo in cui vive? Come si può tornare a vivere in una terra martoriata? Quali parole possono descrivere efficacemente drammi di questo tipo?

    Il ritrovo è fissato alle ore 10 nel piazzale antistante la chiesa di Ospitaletto. Dopo il concerto della banda cittadina, è previsto il saluto dell’Amministrazione comunale. In seguito si terrà il mio racconto storico.

    La strage di Ospitaletto: una piccola anteprima

    Fra il 30 luglio e il 3 agosto 1944 le truppe tedesche attaccano in forze la zona libera di Montefiorino. I partigiani della montagna modenese e reggiana non hanno possibilità di resistere e sono costretti a sganciarsi.

    I più determinati a proseguire la lotta si spostano nelle valli vicine e cercano di riorganizzarsi. Le difficoltà non mancano: i collegamenti sono difficili e qualcuno perde la fiducia nei comandi.

    Partigiani a Ospitaletto

    Intorno al 10 agosto una formazione di circa 300 uomini, staccatasi dalla divisione di Marcello Catellani, si insedia presso alcune case coloniche a Ospitaletto di Marano sul Panaro. La guida Adolfo Bambini (“il Toscano”), un combattente deciso a continuare la lotta nonostante le difficoltà. Passa poco tempo ed elementi ostili alla Resistenza segnalano ai fascisti la presenza dei partigiani.

    Nel pomeriggio del 12 agosto una piccola squadra della Guardia nazionale repubblicana di Marano e Vignola parte per attaccare i “ribelli”. I fascisti, però, sono in inferiorità numerica: perdono il camion e si rifugiano in una casa colonica. I militi di Salò si salvano poco dopo, poiché l’arrivo di rinforzi tedeschi impegna i partigiani in un combattimento. Nel corso degli scontri il vice-comandante della formazione Mario Allegretti coglie i nemici alle spalle, mettendoli in fuga.

    I nazisti ripiegano, lasciando sul terreno cinque uomini. Mentre scendono a valle, le truppe accusano i contadini Marino e Leonidio Vandelli di aver coperto la fuga dei “ribelli”. Sono padre e figlio, colti nei campi quasi per caso. Passano insieme momenti convulsi, presto interrotti dagli spari di chi non si fida del loro silenzio. Muoiono così, uno accanto all’altro.

    Una violenza protratta nel tempo

    All’alba del 13 agosto comincia la vendetta. Aiutati dai fascisti, i nazisti della Veterinär-Kompanie 362 (362. Infanterie-Division) impiccano nel borgo di Ospitaletto cinque partigiani prelevati dal carcere vignolese di Villa Santi: sono Aldo Casalgrandi, Luciano Orlandi, Primo Terzi, Antonio Maccaferri e Geo Ballestri. Dopo aver proibito di rimuovere i corpi, si radunano nella piazzetta dello Spino per pianificare la terra bruciata.

    Nel pomeriggio i reparti nazisti uccidono civili, incendiano cascine e massacrano il bestiame. Muoiono Gino Baranzoni, Augusto Cavedoni, Giuseppe Ferrari, Caterina Gualmini, Giuseppe Leonelli, Adalgisa Ronchi, Clarice Ronchi, Maria Savigni, Teobaldo Savigni e Alberto Severi. Quando scende la sera, gli esecutori della strage impongono che nessuno rimuova i corpi dei morti e le carcasse degli animali fino al Ferragosto.

    Le operazioni antipartigiane ripartono il 17 agosto, sfruttando le difficoltà organizzative della Resistenza. Con la collaborazione dei fascisti, i nazisti raggiungono Selva di Puianello e le zone di confine tra Ospitaletto e Serramazzoni. I partigiani vengono sorpresi all’alba e accusano diverse perdite tra morti e prigionieri. Perdono la vita Agostino Longini, Ivaldo Maccaferri, Livio Arrigo Pelliccioli e Giorgio Fontanili. Secondo le testimonianze raccolte presso la comunità locale, sette ostaggi vengono uccisi a Ospitaletto il 25 agosto. Sul loro conto le notizie sono tuttavia ancora imprecise, eccezione fatta per Corrado Tagliavini e Antonio Ferrari.

    I silenzi del dopoguerra

    Dopo le tragedie dell’agosto 1944 nessun membro della comunità biasimò pubblicamente i delatori. Le famiglie delle vittime cercarono nella discrezione e nella vicinanza reciproca gli stimoli alla ripresa di una normalità altrimenti impossibile. La comunità preferì mantenere un profondo riserbo sulla strage, al punto che le spie non furono denunciate neppure nel dopoguerra. Nessuno sentì il desiderio di riaprire le ferite inferte dal conflitto. Il dolore del lutto rimase confinato nel silenzio delle colline rurali, che cercarono di riprendere i ritmi della quotidianità.

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  • Mandela Day: incontro a Modena

    Mandela Day: incontro a Modena

    Sabato 18 luglio 2026 al Parco Amendola di Modena sarà celebrato l’International Mandela Day. Come ogni anno, Loving Amendola e Modena Terzo Mondo ricorderanno Nelson Mandela con una serata di parole e musica.

    L’evento inizierà alle ore 21 con il mio intervento storico. Racconterò l’apartheid sudafricano, l’impegno di Nelson Mandela contro il razzismo e il legame da lui instaurato con il movimento per la liberazione della Palestina. Spingendomi verso il presente, ricostruirò come si sono sviluppati i rapporti tra il Sudafrica, Israele e la Palestina.

    Rifletterò anche sui motivi che recentemente hanno fatto crescere l’ostilità nei confronti delle persone straniere in Sudafrica. Perché nel Paese che Mandela sognava di trasformare nella “nazione arcobaleno” si sono diffuse idee xenofobe? E perché le vittime del razzismo (o i loro eredi) possono diventare artefici del razzismo?

    Al termine del mio intervento, intorno alle 21:30, ci sarà l’esibizione dei Calaluna in un tributo a Fabrizio de André.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    Mandela Day: chi era Nelson Mandela?

    Nelson Mandela nasce a Mvezo, nella provincia di Cape Town, il 18 luglio 1918. Tuttavia non si chiama Nelson: i genitori gli impongono il nome Rolihlahla. È un bambino fortunato, poiché è figlio di un capo locale, inserito nell’alta società xhosa. Quando supera la soglia dei 20 anni, la famiglia cerca di imporgli un matrimonio combinato. Rolihlahla non accetta però l’idea di sposarsi per rispettare un ordine e fugge a Johannesburg.

    Quando arriva in città, decide di chiamarsi “Nelson” e s’iscrive alla facoltà di legge dello University college of Fort Hare. Ha già una personalità piuttosto spiccata: ama lo sport, in particolare il pugilato, e le donne. Vive una giovinezza intensa e appagante, ma qualcosa gli impedisce di sentirsi del tutto realizzato. È molto più ricco e fortunato di tanti altri ragazzi africani, ma nella società sudafricana di quegli anni la pelle dal colore dell’ebano è l’ostacolo più grande.

    Nella “patria” dei britannici e degli afrikaner, discendenti dei colonizzatori olandesi, i neri non sono cittadini al pari dei bianchi. Non possono neppure vivere al loro fianco, frequentando gli stessi luoghi. È infatti in vigore l’apartheid, un sistema legislativo che impone la segregazione razziale.

    Nelson non accetta il razzismo. Già nel 1942 aderisce a un partito di ispirazione proletaria, l’African National Congress. Comincia a studiare i problemi da una prospettiva di profonda apertura culturale. Si sente un privilegiato, quindi decide di lottare per garantire i diritti anche ai suoi fratelli più poveri.

    Dalla lotta contro il razzismo al penitenziario di Robben Island

    A 40 anni Nelson capisce che i sostenitori dell’apartheid, pur di mantenere i loro privilegi, sarebbero disposti a massacrare i neri. Accetta allora di impugnare le armi e di organizzare la guerriglia. È disposto a rischiare tutto ciò che ha, pur di cambiare il Sudafrica.

    Entra in clandestinità, ma presto le forze governative lo scoprono e lo arrestano. I media degli afrikaner lo presentano come un pericoloso terrorista. Nel 1964 Mandela viene rinchiuso a Robben Island, nel buio di una cella di isolamento. Ogni giorno sente il rumore dei picconi con cui gli altri detenuti spaccano le pietre del cortile. Diventa così il numero 46664.

    I carcerieri si convincono che quell’uomo in catene non sarebbe più tornato a essere Mandela, il leader carismatico della lotta contro l’apartheid. In fondo, nel resto del mondo quelli che conoscono la sua storia sono troppo pochi per muovere le opinioni delle masse. Negli anni Sessanta il regime segregazionista è anche piuttosto tollerato dall’establishment occidentale. Chi potrebbe mai mantenere viva la speranza di rovesciarlo dall’interno?

    Nel buio della sua cella, tuttavia, Mandela non smette di credere nel cambiamento. Gli anni Settanta del Sudafrica scorrono senza stravolgimenti, ma nel resto dell’Occidente molte persone cominciano a interessarsi delle ingiustizie subite dai “dannati della terra”.

    Il mondo comincia ad accorgersi che quell’uomo, ormai chiamato affettuosamente Madiba, può diventare l’anima libera dell’Africa nera. Comincia una mobilitazione che si prolunga fino alla metà degli anni Ottanta. Nel decennio di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, una generazione di musicisti raccoglie il grido degli oppressi del Sudafrica e chiede la libertà del prigioniero numero 46664. Anche diverse istituzioni sportive decidono di punire gli artefici dell’apartheid, escludendo le rappresentative sudafricane dalle competizioni internazionali.

    La liberazione dal carcere e l’arrivo al potere

    Alla fine degli anni Ottanta la battaglia di Nelson Mandela si avvicina a una conclusione positiva. Madiba continua infatti a far sentire un’energia che si proietta al di là delle sbarre e dei muri. Anche l’apartheid ha le ore contate: il governo inizia infatti a smantellare la segregazione razziale.

    L’11 febbraio 1990 il presidente De Klerk ordina la scarcerazione del detenuto-simbolo dell’apartheid, che pronuncia subito un discorso molto ispirato. Il Sudafrica sta per entrare in una nuova epoca.

    Quando esce dal carcere, Mandela assume ufficialmente la guida dell’African national congress. Passano quattro anni e il Sudafrica organizza le prime elezioni presidenziali alle quali possono partecipare liberamente anche i neri. Con quel voto Mandela diventa presidente dello Stato che lo ha rinchiuso per 27 anni nella cella di Robben Island. Un’intera generazione di neri non vede l’ora di abbattere i simboli della discriminazione.

    Quasi tutti vorrebbero cancellare la nazionale di rugby, ovvero gli Springboks, il simbolo sportivo della supremazia bianca. Quasi tutti si aspettano che Mandela annienti una squadra che ha sempre sostenuto la propaganda dell’apartheid. I piani di Madiba, però, sono radicalmente diversi. Quando era giovane, non sognava di eliminare i bianchi, ma di costruire una nuova nazione per tutti i sudafricani.

    Per questo nel 1995, quando il Sudafrica organizza il Mondiale di rugby, Mandela decide di abbracciare in pubblico François Pienaar, il capitano degli Springboks.

    La “nazione arcobaleno”

    Il giocatore si lascia guidare dal presidente in una visita a Robben Island, poi trasmette alla squadra un messaggio di unità. Il Sudafrica non è favorito dai pronostici, ma gioca con grande determinazione e riesce a vincere il campionato del mondo. Per la prima volta il Paese celebra un trionfo degli Springboks in un’atmosfera di festa generale.

    Dopo decenni di segregazione e di odio, i bianchi e i neri si scoprono uniti sotto la bandiera della nuova Repubblica. Mandela non riesce a risolvere completamente il problema del razzismo, ma dimostra che lo sport può trasformarsi in un linguaggio di fratellanza. Nel 1996 il calcio, giocato soprattutto dai neri, gli regala un’altra grande gioia. La sua nazionale, conosciuta con l’appellativo di Bafana-Bafana, vince la Coppa d’Africa.

    Gli ultimi anni di Nelson Mandela

    Negli anni Duemila decine di atleti fanno visita a Madiba, ritenuto ormai un simbolo della lotta antirazzista. La NBA, il massimo campionato del basket statunitense, lo nomina addirittura ambasciatore del proprio sport in Africa. L’ultimo grande regalo arriva dalla FIFA: il discusso presidente Joseph Blatter assegna al Sudafrica l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio del 2010.

    Quando si aprono i giochi, Madiba ha già 92 anni ed è malato, ma non rinuncia a partecipare. Sfida il gelo di Johannesburg per un giro di campo su un caddy elettrico. È la sua ultima immagine pubblica. Nei tre anni successivi i polmoni non gli permettono più di restare sotto i riflettori. Madiba trascorre l’ultima fase della sua vita tra la casa di Johannesburg e l’ospedale.

    Nel 2019, a sei anni dalla morte, Nelson Mandela può ancora essere considerato uno dei personaggi più influenti di due secoli distinti: il Ventesimo e il Ventunesimo. Il suo ricordo continua a guidare chi si batte per i diritti degli “ultimi”, anche quando le missioni sembrano impossibili. Proprio per questo, oggi più che mai, è importante conoscere la storia di questo protagonista dell’ultimo secolo. Perché sapere chi è Nelson Mandela aiuta a ricordare che le battaglie per la giustizia e la libertà possono essere vinte.

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  • “Palestina: quello che abbiamo lasciato accadere” – Incontro a Bologna

    “Palestina: quello che abbiamo lasciato accadere” – Incontro a Bologna

    Giovedì 11 giugno 2026 ci incontriamo a Bologna per l’iniziativa Palestina: quello che abbiamo lasciato accadere.

    Racconterò come hanno preso forma il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, la pulizia etnica della Cisgiordania e l’invasione del Libano meridionale.

    Le riflessioni storiche saranno inserite in una conversazione a più voci, finalizzata a capire il presente e a stimolare forme di azione civile per una giustizia globale.

    Nel corso della serata interverranno Alfredo Pasquali, presidente di Radio Città Fujiko ed esponente del Comitato Ricerche Associazione Pionieri, e il segretario provinciale del PRC bolognese Riccardo Gandini.

    Ci sarà spazio anche per ripercorrere l’esperienza della mostra RiArt, artiste e artisti contro la guerra e per la pace. Il progetto è nato da un concorso di idee lanciato da Radio Citta Fujiko, dal CRAP (Comitato Ricerche Associazione Pionieri) e da diverse altre realtà associative. Questa rete ha chiesto al mondo delle arti di prendere parola di fronte alle politiche genocidarie del governo israeliano.

    Come partecipare all’incontro “Palestina: quello che abbiamo lasciato accadere”

    L’appuntamento è fissato per giovedì 11 giugno alle ore 19 nel Giardino Lorusso, in via Lodovico Berti 2. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare. L’iniziativa è inserita nel programma della Festa provinciale di Rifondazione comunista.

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  • La maestra della rinascita: libro su Rosa Dall’Olio

    La maestra della rinascita: libro su Rosa Dall’Olio

    Sabato 6 giugno 2026 ci incontriamo a Medicina per la presentazione del mio ultimo libro, La maestra della rinascita. Rosa Dall’Olio: insegnante e amministratrice di Medicina (1889-1978). Sarà il momento culminante di una ricerca che mi ha tenuto impegnato per diversi mesi.

    L’appuntamento è fissato per le ore 18 nella Sala del Consiglio Comunale, in via Libertà 103. Alla presentazione saranno presenti l’onorevole Enrico Boselli, il sindaco Matteo Montanari e l’assessore alla cultura Enrico Caprara.

    La partecipazione all’iniziativa è gratuita e non è necessario prenotare. La pubblicazione, realizzata dall’editore DuPress, è stata voluta e sostenuta dal Comune di Medicina.

    Rosa Dall’Olio: una piccola anteprima

    Per la comunità di Medicina, Rosa Dall’Olio è la maestra della rinascita, perché dopo la Seconda guerra mondiale s’impegnò a rilanciare la scuola e i servizi sociali come prima assessora del Comune democratico.

    Quando scelse di impegnarsi nella politica, aveva 56 anni e una lunga esperienza come insegnante. Socialista, cercò di dare concretezza agli ideali con un’azione rivolta a chi non aveva mai avuto voce.

    Il libro nasce da una ricerca storica che ho condotto nell’archivio personale di Rosa Dall’Olio, conservato dagli eredi e donato al Comune di Medicina.

    Le carte sono l’insieme degli appunti preparatori e dei discorsi politici di una donna che, dopo aver vissuto le guerre mondiali e le oppressioni dei fascismi, partecipò con slancio alla ricostruzione dell’amministrazione locale nella stagione costituente della Repubblica italiana.

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  • La Nakba continua: incontro a Sassuolo

    La Nakba continua: incontro a Sassuolo

    Nel pomeriggio di sabato 16 maggio sarò a Sassuolo per partecipare all’iniziativa 78 anni dopo: la Nakba continua.

    Dopo le ore 17 interverrò per raccontare la catastrofe del popolo palestinese a partire dalla pulizia etnica del 1948. Al mio intervento storico si aggiungerà il contributo dell’onorevole Stefania Ascari.

    L’iniziativa si terrà a partire dalle 14:30 – con proiezioni, stand e mostre – presso il centro Al Medina, in via Decorati al Valore 30, a Sassuolo. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    Il 1948 in Palestina

    Il 14 maggio 1948 il leader sionista David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato d’Israele, di cui sia gli Stati Uniti sia l’URSS riconoscono immediatamente la sovranità.

    Nella notte successiva, le forze armate della Lega araba entrano in Palestina. Inizia la prima guerra arabo-israeliana. Lo Stato ebraico la interpreta come una guerra d’indipendenza e può contare su aiuti internazionali.

    Avendo accumulato un’organizzazione militare e armamenti superiori a quelli della Lega araba, nel 1949 Israele estende il proprio territorio oltre i confini assegnati dalle Nazioni Unite.

    Altre parti dell’ipotizzato Stato palestinese passano invece sotto il controllo dell’Egitto e della Transgiordania, ribattezzata Giordania.

    La Nakba

    Al termine del conflitto, oltre 700.000 palestinesi sono costretti ad abbandonare le loro terre e cercano rifugio nei campi profughi dei Paesi vicini. Per tutti loro la sconfitta e la perdita dei beni diventano la Nakba (“catastrofe”).

    È un’esperienza di distacco che per alcuni sfocia nell’esilio, mentre per altri apre decenni di straniamento. C’è chi cerca salvezza trasferendosi in uno dei Paesi della Lega Araba, trovando un’accoglienza contraddittoria e problematica.

    I governi non vogliono, infatti, assumersi l’onere di assisterli e sperano che la loro sventura faccia pressione sulle organizzazioni internazionali, inducendole a forzare la mano con Israele.

    I palestinesi e la Lega Araba

    Emerge, così, una tendenza nel rapporto tra i palestinesi e i Paesi della Lega Araba. I governi di questi Stati non considerano le esigenze dei rifugiati, ma si servono di loro (e, più in generale, della questione palestinese) per posizionarsi o per perseguire i propri interessi.

    Altri rifugiati palestinesi si stabiliscono a ridosso della propria terra d’origine, in una parte della Cisgiordania (sotto l’amministrazione giordana) o della Striscia di Gaza (affidata all’Egitto).

    La Nakba continua: un’emergenza divenuta strutturale

    Col passare degli anni gli insediamenti precari si stabilizzano e, pur essendo chiamati campi profughi, si trasformano “città di fatto”. Le baracche diventano edifici e, per dare un tetto alle generazioni nate lì, si alzano verso il cielo, perché possono crescere solo in verticale.

    La vita è difficile: il lavoro è quasi sempre precario e sottopagato, le condizioni igieniche sono problematiche e spesso la sussistenza è affidata alla United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), l’agenzia che l’ONU istituisce per assistere i rifugiati palestinesi.

    Nessuno cancella esplicitamente il “diritto al ritorno”, ma le organizzazioni internazionali sono impotenti di fronte al rifiuto di Israele. Lo Stato ebraico non vuole aprire al reinsediamento dei profughi palestinesi, che rimangono confinati in un limbo pluridecennale.

    Palestinesi in Israele

    Non mancano, infine, persone e famiglie che scelgono di rimanere nei territori controllati da Israele. Pur ottenendo la cittadinanza, non vivono in condizioni di effettiva parità, perché lo Stato non li considera come parte della propria missione politica.

    Fino al 1966 i “palestinesi del 1948” sono sottoposti a un regime di legge marziale. Il governo giustifica tale stato d’eccezione facendo riferimento al mancato raggiungimento di una pace con gli Stati della Lega Araba, per il quale la classe dirigente israeliana è in buona parte responsabile.

    Nei decenni successivi la legislazione mantiene elementi discriminatori che evolvono per accompagnare i cambiamenti economico-sociali del Paese, trovando ulteriori rafforzamenti a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.

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  • Imperialismo e capitalismo nella storia: incontro a Limidi

    Imperialismo e capitalismo nella storia: incontro a Limidi

    Venerdì 8 maggio 2026 ci diamo appuntamento alle ore 21 a Limidi di Soliera per un incontro intitolato Volontà di dominio. Sfere d’influenza, imperialismo e capitalismo. Sarà un’occasione per riflettere su come sono cambiati gli equilibri di potere e le relazioni internazionali nel corso della storia.

    Imperialismo e capitalismo: di cosa parliamo?

    Per comprendere ciò che accade oggi, partirò dal passato, ricostruendo alcuni tra i più importanti tentativi di affermare un dominio imperiale nella storia dell’Occidente.

    Che cosa contraddistinse l’espansione geografica ed economica dell’antica Roma? Come si sviluppò il primo tentativo di globalizzazione nell’età moderna? Perché il capitalismo ha segnato un cambio di passo non solo nella sfera economica, ma anche nelle relazioni internazionali?

    E, infine, che cosa intendiamo oggi col termine imperialismo? Quali risposte sono state elaborare per arginare o per fronteggiare questo fenomeno? In che modo la potenza economica incide sulle relazioni internazionali?

    Nel corso della serata traccerò una serie di collegamenti tra epoche storiche diverse, cercando di mettere in luce elementi di continuità nelle differenze dei contesti.

    Come partecipare

    L’evento si terrà nella sala al primo piano del Centro polivalente di Limidi, in via Papotti 18. L’ingresso sarà libero e gratuito, senza necessità di prenotazione. Su richiesta, alle/agli studenti e alle/ai docenti delle scuole secondarie sarà rilasciato un certificato di partecipazione.

    L’iniziativa è organizzata dal Centro polivalente Limidi Asd.

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  • Iran: tra guerra, futuro di pace e democrazia

    Iran: tra guerra, futuro di pace e democrazia

    Martedì 5 maggio 2026 ci incontriamo alle ore 15 nel Salone Corassori della Camera del Lavoro in piazza Cittadella a Modena per l’iniziativa Iran. Tra guerra, futuro di pace e democrazia.

    Le sanguinose repressioni delle opposizioni nella Repubblica islamica e le sconvolgenti operazioni militari israelo-statunitensi hanno aggravato la crisi del Medio Oriente. Nel corso dell’evento, racconterò la storia dell’Iran per riflettere sulle origini di questi tragici sviluppi.

    Nel corso del pomeriggio interverranno anche Greta Ansaloni (laureanda in Relazioni internazionali), Aurora Ferrari (per la segreteria CGIL Modena), Alìreza Sherafat Almi (dissidente iraniano e attivista per i diritti umani) e Roberto Righi (segretario dello SPI-CGIL).

    Come partecipare

    La partecipazione all’iniziativa è gratuita e non è necessario prenotare grazie al sostegno della CGIL e dello SPI-CGIL Modena.

    Una piccola anteprima: la rivoluzione iraniana

    Nel 1979 comincia un movimento di rivolta popolare contro lo scià, che controlla l’Iran. Il sovrano deve lasciare il Paese. Nelle città le proteste sono avviate dai militanti delle Sinistre, ma vengono presto controllate dai religiosi sciiti (imam e ayatollah), che avviano una rivoluzione islamica.

    Quando l’ayatollah Khomeini rientra dall’esilio, decreta la nascita della Repubblica islamica e istituisce il Consiglio dei guardiani della rivoluzione, formato dai gruppi armati dei pasdaran.

    Il nuovo regime reprime ogni opposizione e guida con durezza il Paese, regolando ogni aspetto della vita secondo un’interpretazione rigida della legge islamica.

    La condizione femminile peggiora e, stoegnando una discontinuità con l’epoca precedente, il nuovo governo rompe l’alleanza con gli Stati Uniti.

    La guerra tra Iran e Iraq

    Nel 1980 il dittatore iracheno Saddam Hussein si convince che l’Iran sia indebolito militarmente e invade una regione di confine, ricca di giacimenti petroliferi.

    L’esercito iraniano resiste all’attacco e viene affiancato da reparti dei pasdaran, che combattono con fanatismo.

    Così, la guerra si stabilizza lungo la linea di confine e dura otto anni, senza alcun intervento internazionale. Neppure i massacri delle comunità curde, messi in atto dagli iracheni con il pretesto del conflitto, spingono altri Stati a prendere provvedimenti.

    La guerra tra Iraq e Iran termina nel 1988 senza vincitori, provocando più di un milione di morti.

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  • Nuovi incontri di storia contemporanea a Rubiera

    Nuovi incontri di storia contemporanea a Rubiera

    Riprendono gli incontri di storia contemporanea all’Università del tempo libero di Rubiera. Racconterò altri passaggi chiave del Novecento italiano e globale, con una costante proiezione verso il presente.

    30/3: Le guerre dimenticate

    Il primo appuntamento con la storia contemporanea sarà lunedì 30 marzo. In quel pomeriggio, parlerò di Guerre dimenticate.

    Sarà un’occasione per osservare quegli scenari bellici che rimangono fuori dai racconti dei media. Da quali storie nascono quelle tragedie? Quali sono i rapporti tra il passato e il presente? E come incidono quelle guerre sulla nostra vita?

    13/4: Vengono tutti qui?

    Il secondo appuntamento, in programma lunedì 13 aprile, si basa su una domanda. Davvero i migranti vengono tutti qui?

    Racconterò la storia delle migrazioni, mettendo in evidenza come sono cambiati i comportamenti degli italiani.

    Per quanto tempo le persone hanno lasciato la penisola in cerca di una vita migliore? Quali fattori hanno reso l’Italia una meta migratoria? Quando il nostro Paese è stato contagiato dal razzismo?

    20/4: Mare di mezzo

    Il terzo appuntamento, previsto per lunedì 20 aprile, aprirà una riflessione sul Mare di mezzo.

    Per comprendere ciò che accade oggi nel Mediterraneo, partirò dal passato, ricostruendo le principali vicende del mare di mezzo nella storia contemporanea.

    Racconterò come si svilupparono i tentativi di assumere il controllo delle rotte commerciali. Metterò, inoltre, in luce come gli scambi culturali furono influenzati dai progetti di dominio coloniale e dalla volontà di impadronirsi delle risorse economiche.

    Perché, infine, oggi il Mediterraneo sta diventando un grande cimitero d’acqua? Quali meccanismi hanno innescato le attuali dinamiche di gestione dei flussi migratori?

    Come partecipare agli incontri di storia contemporanea a Rubiera

    Tutti gli incontri si terranno a partire dalle ore 15 presso la Sala Lea Garofalo (via De Gasperi 3, Rubiera, RE).

    Per partecipare agli incontri, è necessario iscriversi contattando Vilma Bulla (ufficio Sport/Cultura del Comune di Rubiera):
    Tel.: 0522.622294;
    E-mail: vilmabulla@comune.rubiera.re.it.

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