Storia oggi

Il blog di Daniel Degli Esposti

Categoria: Incontri

  • “Meditate che questo è stato”: incontro a Monte San Pietro

    “Meditate che questo è stato”: incontro a Monte San Pietro

    Giovedì 22 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 20 nella sede dell’Associazione La Conserva APS – Circolo ARCI di Monte San Pietro per la serata Meditate che questo è stato. Ricordare la Shoah nel tempo presente.

    Seguendo i principi che ispirano gli appuntamenti di Incontriamo la storia, cercheremo di capire perché i fascismi europei convinsero i popoli a rendersi complici di un genocidio. Lo faremo per imparare a riconoscere i meccanismi dell’odio e per metterci nelle condizioni di contrastare i crimini (e i genocidi) del nostro tempo.

    Osserveremo, infine, com’è cambiata la memoria della Shoah attraverso i decenni. Sarà un’occasione importante per far emergere le differenze tra antisemitismo, antisionismo e critiche nei confronti del governo israeliano.

    Potremo, così, riconoscere gli abusi di memoria commessi non solo da Benjamin Netanyahu e dai suoi sostenitori, ma anche da molte persone, convinte di difendere in buona fede la causa ebraica.

    Meditate che questo è stato: come partecipare

    L’incontro Meditate che questo è stato è in programma per giovedì 22 gennaio alle ore 20 nell’Antica Conserva da neve Amola da Montagna. Vi aspettiamo in Via Lavino 89/d a Calderino, Monte San Pietro (BO). L’affascinante struttura ospita la sede dell’Associazione La Conserva.

    L’ingresso all’iniziativa è libero e gratuito per chi abbia una tessera ARCI in corso di validità. L’Associazione La Conserva garantisce la possibilità di tesserarsi in sede.

    L’iniziativa si inserisce nel ciclo La finestra sul mondo, ideato dall’Associazione La Conserva per conoscere le realtà del sistema globale, tenendo insieme la storia e il presente.

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  • Israele e la Shoah: incontri

    Israele e la Shoah: incontri

    La settimana che ruota intorno al Giorno della Memoria sarà un’occasione per esplorare il rapporto storico tra Israele e la Shoah. Dedicherò a questo tema tre incontri pubblici.

    Il primo è in programma martedì 27 gennaio a Maranello. Il secondo è fissato per giovedì 29 gennaio a Castelfranco Emilia. Il terzo ci attende sabato 31 gennaio alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Valsamoggia).

    Racconterò perché lo Stato d’Israele ha inizialmente ricordato con reticenza lo sterminio degli ebrei d’Europa e farò emergere cos’è cambiato dal processo Eichmann all’attuale strumentalizzazione delle accuse di antisemitismo.

    27 gennaio a Maranello

    A Maranello l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà martedì 27 gennaio alle ore 17 presso la Biblioteca comunale MABIC, in via Vittorio Veneto 5.

    L’iniziativa è promossa dal Servizio Cultura del Comune di Maranello.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    29 gennaio a Castelfranco Emilia

    A Castelfranco Emilia l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà giovedì 29 gennaio alle ore 20:30 nella sala Gabriella Degli Esposti, presso la Biblioteca comunale Lea Garofalo, in piazza della Liberazione 5.

    L’iniziativa è promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Castelfranco Emilia.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    31 gennaio a Bazzano

    A Bazzano (Valsamoggia) l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà sabato 31 gennaio alle ore 16 alla Rocca dei Bentivoglio, in via Contessa Matilde 10.

    L’iniziativa è promossa dalla sezione ANPI di Bazzano, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    L’evento si inserisce nel programma realizzato dal Comune di Valsamoggia, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio e dalle sezioni ANPI di Valsamoggia per il Giorno della Memoria.

    Israele e la Shoah: un’anticipazione

    Lo Stato d’Israele, nato da un progetto di colonialismo d’insediamento, si fonda sulla volontà di assicurare uno spazio di protezione, autodeterminazione e sovranità al popolo ebraico. Le istituzioni devono, pertanto, confrontarsi con la traumatica eredità della Shoah.

    I sionisti reduci dalle prime quattro Aliyot (le emigrazioni degli ebrei verso la Palestina storica) guardano con diffidenza ai sopravvissuti dei lager. Li ritengono, infatti, ancora segnati dalle titubanze della diaspora. Si chiedono, inoltre, come siano potuti passare attraverso l’orrore senza essere annientati.

    I sospetti nei confronti dei sopravvissuti alla Shoah

    Si diffondono, pertanto, sospetti di tradimento e collaborazionismo, che complicano l’apertura di un confronto pubblico sulla memoria della catastrofe.

    Mentre i laburisti chiedono di sospendere il giudizio nei confronti dei sopravvissuti, affermando che nessuno può comprendere fino in fondo la loro esperienza, i revisionisti criticano la classe dirigente dell’Agenzia ebraica, sostenendo che non ha fatto abbastanza per salvare i correligionari in pericolo e che in certi casi si è spinta fino alla collusione con i fascismi per difendere i propri interessi.

    La svolta del processo Eichmann

    Un momento di svolta nella costruzione della memoria pubblica israeliana arriva nel 1961, quando a Gerusalemme viene processato l’SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, catturato dal Mossad in Argentina. Il procedimento giudiziario si conclude con una condanna a morte e con l’impiccagione dell’imputato.

    Le udienze consentono a molti sopravvissuti di raccontare la propria storia, trovando legittimità e riconoscimento. Le testimonianze fanno emergere la «banalità del male», rivelando da una parte l’ordinarietà dei meccanismi burocratici alla base dello sterminio nazista e dall’altra le specifiche responsabilità delle autorità ebraiche, che non hanno saputo contrastare le violenze.

    La seconda metà degli anni Settanta e le mosse dei conservatori

    A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, in Occidente, molti liberali e conservatori continuano a manifestare il proprio appoggio a Israele, non volendo rinunciare a un alleato strategico e a un avamposto del proprio modello culturale.

    A loro si affiancano intellettuali ebrei che diventano consiglieri e collaboratori delle autorità, contribuendo a plasmare progetti finalizzati a mantenere lo status quo. Non mancano, tuttavia, specialmente tra i progressisti, le voci che perorano la causa dei palestinesi, criticando il sionismo.

    I governi israeliani reagiscono con durezza, accusando di antisemitismo chiunque minacci gli interessi o contesti le politiche dello Stato ebraico. I capi di Stato del Medio Oriente, che non riconoscono Israele, vengono sistematicamente paragonati a Hitler.

    Per alimentare questa narrazione, anche gli intellettuali favorevoli alla difesa dello status quo si servono dell’islamofobia, sostenendo la validità dei paragoni tra i leader arabi e i gerarchi nazisti. Il disprezzo e l’ostilità nei confronti dei musulmani sostituiscono, pertanto, l’antisemitismo come strumento per compattare il fronte conservatore.

    Per non confondere antisemitismo e antisionismo

    Alla luce della sovrapposizione arbitraria tra l’antisionismo e l’antisemitismo, realizzata dalla classe dirigente israeliana per ragioni politiche, è fondamentale recuperare le differenze tra i due fenomeni.

    Affermare che il sionismo propone un progetto sociale riconducibile al colonialismo d’insediamento, così come denunciare l’aggressività dello Stato d’Israele, significa mettere in luce la problematicità di un modello politico contingente. Tale critica non implica in nessun modo una volontà di discriminare razzialmente gli ebrei nel loro insieme.

    Sovrapporre l’antisemitismo e l’antisionismo diventa ancora più problematico quando il collasso dell’URSS e il tramonto delle ideologie aprono spiragli a interpretazioni revisionistiche della storia novecentesca.

    I problemi del “risveglio identitario”

    Il risveglio identitario riporta alla luce diversi luoghi comuni cari ai fascismi, facendo ridestare pensieri che delineano scenari di intolleranza, di odio, e di violenza. In questo contesto si riattiva anche l’antisemitismo, che mescola i propri argomenti nel dibattito fra i sostenitori di Israele e quelli della Palestina, aggiungendo un ulteriore (e pericoloso) elemento di complessità.

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  • Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Sabato 24 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 16 al Centro sociale Pedrini di Crespellano per un pomeriggio di contributi e riflessioni su una delle pagine più scomode della storia italiana. L’incontro Italiani brava gente? sarà il primo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso del pomeriggio, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Davide Conti parlerà dell’uso pubblico della storia e dei crimini di guerra italiani. Gino Marchitelli interverrà per raccontare la vergogna italiana dei campi fascisti. Io chiuderò il programma con un contributo sul nazionalismo e sull’italianizzazione forzata nell’area dell’Alto Adriatico.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Italiani brava gente? Una piccola anteprima

    Nel 1934 l’ambizioso Italo Balbo diventa governatore della Libia. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture mastodontiche e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria.

    Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica: molti emigranti preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città.

    I progetti di sfruttamento elaborati dalla classe dirigente fascista non permettono tuttavia di scoprire i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo. Il regime non trasforma dunque la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come un costoso palcoscenico per la propaganda.

    Le brame imperiali del fascismo

    La brutalità della pacificazione fascista in Libia si ripresenta anche nel consolidamento del potere italiano in Somalia e nella nuova aggressione dell’Etiopia. Nel 1935 Mussolini attacca l’impero di Hailè Selassiè con un esercito superiore per uomini e mezzi, ma la campagna militare è complicata dal clima africano e dagli errori strategici del Regio Esercito.

    Nel frattempo, la Società delle Nazioni prova a fermare le ostilità, ma l’Italia rifiuta ogni trattativa. In Etiopia il Regio Esercito schiera mezzi notevolmente superiori a quelli normalmente impiegati nelle guerre coloniali: l’Italia vuole infatti distruggere completamente le forze armate etiopi e impadronirsi dei loro territori.

    La dittatura fascista punta a ottenere un maggiore prestigio sulla scena internazionale, ma ha anche bisogno di mettere le mani su risorse e mercati africani: le difficoltà economiche degli anni Trenta rischiano infatti di scontentare le classi dirigenti e di diffondere il malcontento tra le masse popolari.

    Sanzioni e autarchia

    Tuttavia, il 18 novembre 1935 il Regno d’Italia viene colpito da sanzioni economiche adottate dalla Società delle Nazioni per punire l’aggressione all’Etiopia. Sulla carta questi provvedimenti, voluti soprattutto dall’Impero britannico e dalla Francia, vietano i commerci tra l’Italia e tutti i Paesi membri della Società delle Nazioni.

    In realtà, tuttavia, le sanzioni colpiscono le esportazioni senza impediscono all’Italia di comprare ferro, acciaio, carbone e petrolio, materie prime necessarie alla guerra. Le sanzioni colpiscono quindi la gente comune, ma non fermano il conflitto. I britannici non chiudono neppure il Canale di Suez, consentendo alla flotta italiana di rifornire le truppe.

    Così, nel maggio del 1936, dopo che i generali italiani hanno bombardato diversi villaggi con i gas asfissianti, il Regio Esercito entra nella capitale etiope Addis Abeba e Mussolini proclama l’Impero, anche se gli etiopi non smettono di resistere nelle periferie del Paese.

    Il regime sfrutta inoltre le difficoltà economiche del blocco commerciale per diffondere odio nei confronti delle “potenze plutocratiche”. Comincia così la retorica propagandistica dell’autarchia, mantenuta anche dopo la fine delle sanzioni, che vengono abolite nel luglio del 1936.

    Il massacro di Addis Abeba

    Per controllare le colonie, il regime fascista si serve senza esitazioni della violenza repressiva. Uno degli episodi più emblematici si consuma nella capitale etiope Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937.

    Tutto comincia mentre è in corso una cerimonia nel recinto del “Piccolo Ghebì”, il palazzo del governo. È presente anche il maresciallo Rodolfo Graziani, vicerè d’Etiopia: nei mesi della guerra di conquista ha utilizzato per primo i gas asfissianti e ha fatto bombardare a tappeto diverse città; dopo la proclamazione dell’impero si è reso responsabile di violente repressioni nei confronti dei gruppi etiopi contrari al dominio italiano.

    Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, nel corso dell’evento, due eritrei lanciano alcune bombe sul gruppo delle autorità italiane. Muoiono 7 persone e altre 50 rimangono ferite: tra queste c’è Graziani, che dall’ospedale ordina di mettere in stato d’assedio Addis Abeba.

    Il federale fascista Guido Cortese organizza la rappresaglia, lasciando campo libero alle violenze dei militari e dei civili italiani. Per tre giorni fascisti in camicia nera, soldati, operai, impiegati e ascari libici si scatenano tutti insieme per le vie della città, dando la caccia agli abitanti. Incendiano parecchie abitazioni e uccidono in diversi modi migliaia di persone.

    Dopo la fine della dominazione italiana, le autorità etiopi parlano di 30.000 morti. Secondo Angelo Del Boca, quella stima è eccessiva, ma nei tre giorni della strage le vittime non sono meno di 4.000.

    Il massacro di Debre Libanòs

    Le violenze non finiscono lì. Nelle settimane successive un’indagine delle autorità italiane mette pretestuosamente sotto accusa il clero copto, accusandolo di fomentare la ribellione.

    Così, fra il 21 e il 27 maggio, il generale Maletti viene incaricato di uccidere tutti i religiosi della città conventuale di Debre Libanòs. I telegrammi inviati dal vicerè a Mussolini parlano di 449 morti, ma negli anni Novanta le ricerche sul campo rivelano che la strage ha provocato fra le 1.400 e le 2.000 vittime.

    “Italiani brava gente”: un mito lontano dalla realtà

    Da episodi come questi emerge chiaramente la violenza repressiva del colonialismo italiano, che si inserisce nella complessa storia dell’espansione imperialistica europea in Africa.

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  • Palestina/Israele: incontri a Campogalliano

    Palestina/Israele: incontri a Campogalliano

    Lunedì 12 gennaio 2026 a Campogalliano partirà il secondo ciclo degli incontri La storia e il presente. Si intitola La terra più amata. Palestina/Israele: una bussola storica.

    Il corso approfondisce lo scenario di Palestina/Israele da una prospettiva storica, analizzando alcune delle principali questioni che polarizzano il dibattito pubblico e facendo emergere i meccanismi che costruiscono identità contrapposte per alimentare pratiche di annientamento dell’altro.

    L’iniziativa intende fornire elementi di conoscenza storica sulla questione palestinese/israeliana, sul genocidio corso nella striscia di Gaza e sulle violenze nei territori occupati, ponendosi l’obiettivo di contrastare narrazioni propagandistiche, fake news e polarizzazioni.

    Per comprendere meglio ciò che accade in quel drammatico scenario, senza lasciarsi intrappolare dai contrapposti discorsi d’odio, è utile ricostruire correttamente e criticamente le radici storiche dei problemi, al fine ultimo di generare o consolidare una cultura di pace.

    Come si svolgono gli incontri

    Ogni incontro durerà circa due ore. Nella prima parte, terrò la relazione storica, sfruttando anche immagini e/o materiali multimediali. Nella seconda parte, risponderò alle vostre domande aprendo un dibattito sugli argomenti trattati nell’esposizione.

    Consiglio di partecipare a chi desidera comprendere come e quando nascono i problemi della Palestina di oggi. I docenti degli istituti scolastici possono ricavare dagli incontri alcuni spunti di riflessione e approfondimento, dal momento che proporrò fonti visive e fornirò riferimenti bibliografici.

    Palestina-Israele. Una bussola storica: programma del corso

    12/1/2026 – Che cos’è il sionismo? Storia di un progetto politico che non coincide con l’ebraismo.

    19/1/2026 – «Straniero in terra propria»: storia del popolo e dell’identità palestinese.

    26/1/2026 – Il peso delle memorie: Shoah, Nakba, antisemitismo e apartheid tra storia e dibattito.

    2/2/2026 – Fine del processo di pace: errori e contraddizioni dagli accordi di Camp David a oggi.

    9/2/2026 – J’accuse: violenze criminali e la questione del genocidio.

    Come partecipare

    Gli incontri si svolgeranno in una sala con un numero limitato di posti. Le iscrizioni saranno a numero chiuso ed è necessario prenotare.

    Per iscriverti, telefona o invia un messaggio Whatsapp al numero 370.3494419. Nel testo, indica nome e cognome, numero di telefono e indirizzo e-mail. In alternativa, scrivi gli stessi dati all’indirizzo di posta elettronica centrolaquercia2000@gmail.com.

    L’iscrizione agli incontri prevede una quota di 20 euro, comprensivi di tutte e 5 le date, che dovrà essere versata all’inizio del primo incontro.

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  • Ecocidio: incontro a Cento sull’impatto ambientale della guerra

    Ecocidio: incontro a Cento sull’impatto ambientale della guerra

    Giovedì 11 dicembre 2025 ci diamo appuntamento a Cento per una serata dedicata a uno dei temi più urgenti (e trascurati) del presente. L’incontro Ecocidio. L’impatto ambientale della guerra sarà un’occasione per osservare in modo insolito la devastazione provocata dai conflitti armati. Non ci concentreremo solo sui combattimenti, che compromettono gli ecosistemi e gli ambienti dove le comunità cercano di vivere. Parleremo anche della produzione di armamenti, che contribuisce in modo determinante alla crisi climatica.

    L’incontro si terrà alle ore 20:45 nella Sala Rossa, in piazza del Guercino, a Cento. Nel corso della serata, dialogherò con le/i ragazz* del Tavolo dei Giovani di Cento.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare il posto.

    Ecocidio: una piccola anteprima

    Nel 1970 il biologo statunitense Arthur Galston inventa il termine ecocidio per descrivere la devastazione provocata dall’«agente arancio» sulle foreste tropicali del Vietnam. Il defoliante utilizzato dalle forze armate degli USA sconvolse l’ambiente a tal punto da rendere necessaria l’adozione di un nuovo termine.

    Analogamente, 26 anni prima, il giurista polacco Raphael Lemkin aveva inventato il termine genocidio per indicare lo sterminio nazista e fascista degli ebrei d’Europa. Per comprendere la natura e gli effetti di un crimine dalla portata inedita, è necessario dotarsi delle parole adatte a descriverlo.

    Tuttavia, il piano lessicale non è sufficiente. Di fronte a un crimine, è necessario prendere provvedimenti per contrastare l’ingiustizia e dare slancio a ideali più sani di convivenza.

    Il reato di ecocidio

    Nel giugno 2021 il Gruppo di esperti indipendenti per la definizione giuridica di ecocidio afferma che il termine ecocidio indica atti illeciti o sconsiderati commessi con la consapevolezza che esiste una probabilità sostanziale che tali atti causino danni gravi, diffusi o a lungo termine all’ambiente.

    Nell’agosto 2021 il governo francese ha introdotto una legge per definire e punire il reato di ecocidio. La norma colpisce coloro che «causano danni gravi e duraturi alla terra, alla flora, alla fauna o alla qualità dell’aria, del terreno o dell’acqua». Anche il Regno Unito, il Cile e il Messico si sono mossi per sanzionare giuridicamente il reato di ecocidio.

    In Italia, il 24 luglio 2023 i deputati Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari e Piccolotti hanno presentato alla Camera una proposta di legge per l’introduzione del reato di ecocidio.

    Il 26 marzo 2024 il Consiglio dell’Unione Europea ha votato per criminalizzare casi paragonabili all’ecocidio.

    Manca ancora, tuttavia, una capacità di contrastare con forza la distruzione dell’ambiente. Sarebbe necessario perseguire l’ecocidio con un’azione coordinata a livello globale.

    Le guerre e gli investimenti nel riarmo dovrebbero essere fermati con effetto immediato alla luce del loro tremendo impatto sull’ambiente e sul clima.

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  • Guiglia è Medaglia d’oro al Merito Civile per la Resistenza

    Guiglia è Medaglia d’oro al Merito Civile per la Resistenza

    Martedì 16 dicembre 2025 sarà un grande giorno per Guiglia. Il Comune riceverà la Medaglia d’Oro al Merito Civile. La Presidenza della Repubblica ha deciso di concederla con questa motivazione.

    Durante il secondo conflitto mondiale il territorio di Guiglia fu vittima dell’occupazione tedesca, che costrinse gli abitanti a difendersi da feroci aggressioni; i cittadini non mancarono di prodigarsi per dare rifugio ai partigiani, che si adoperavano per liberare il territorio. In particolare, nel dicembre 1944 furono catturati diversi ostaggi che, portati nella sede del comando tedesco, furono torturati ed uccisi. Negli ultimi mesi del conflitto il Comune di Guiglia fu colpito da 25 bombardamenti, che provocarono numerosi morti e feriti fra la popolazione, e distrussero o danneggiarono molte abitazioni. Mirabile esempio di sacrificio, di spirito di solidarietà e di virtù civiche. Settembre 1943 – Dicembre 1944 – Guiglia (MO).

    Una ricerca sulla storia di Guiglia

    Nell’estate 2019 ho passato diversi giorni nell’Archivio storico comunale di Guiglia per una ricerca sulle vicende della comunità nella Seconda guerra mondiale.

    Da quelle carte e da altri documenti, custoditi in diversi archivi modenesi, ho ricostruito una serie di storie che facevano emergere l’impegno civile di tante persone e famiglie, pronte a battersi anche senza le armi per costruire una realtà più giusta.

    Il Comune di Guiglia utilizzò la relazione nata da quella ricerca storica come punto di partenza per la richiesta di un riconoscimento al merito civile. Nel 2025, a sei anni dall’inizio del lavoro, è arrivata la risposta che ci ha riempito di gioia.

    La consegna della Medaglia d’Oro

    Il grande giorno sarà martedì 16 dicembre e ci ritroveremo alle ore 10 nella Sala degli Scolopi (castello di Guiglia) per la cerimonia pubblica.

    Nel corso della mattinata, racconterò brevemente le vicende storiche che hanno portato al riconoscimento.

    Guiglia nella Seconda guerra mondiale: una piccola anteprima

    La popolazione di Guiglia fu pienamente coinvolta nelle dinamiche della “guerra totale”, che caratterizzarono il fronte italiano del secondo conflitto mondiale, in modo particolare fra l’8 settembre 1943 e l’ultima decade dell’aprile 1945.

    La prima fase del conflitto

    Nella prima fase del conflitto il richiamo alle armi dei giovani e le necessità del razionamento alimentare misero in seria difficoltà diverse famiglie. I mezzadri e i coltivatori diretti dovettero adeguarsi al sistema degli ammassi, conferendo i prodotti nelle località indicate dalle autorità.

    Gli approvvigionamenti alimentari ai lavoratori non agricoli arrivavano spesso in ritardo e non garantivano sempre il fabbisogno necessario al mantenimento dell’efficienza fisica.

    Le conseguenze dell’8 settembre 1943

    All’indomani dell’armistizio diverse famiglie si attivarono a proprio rischio per proteggere gli ex prigionieri alleati e i militari italiani sbandati. Qualcuno riuscì inoltre a fornire carte d’identità in bianco a 7 ebrei stranieri, internati per alcuni mesi nel territorio comunale: soltanto uno di loro sarebbe poi stato catturato e deportato ad Auschwitz, trovando la morte in circostanze non meglio definibili.

    Guiglia e la “Spedizione Bandiera”

    Alla fine del primo inverno dell’occupazione nazista la “Spedizione Bandiera” segnò l’avvio della Resistenza armata nella valle del Panaro. Il 12 marzo 1944 la battaglia di Pieve di Trebbio fu il primo combattimento tra partigiani e fascisti repubblicani.

    Dopo una mattinata di lotta il comandante Leonida Patrignani fu costretto a far ripiegare i volontari della libertà sulla riva sinistra del Panaro, dove sciolse la formazione. Diversi giovani proseguirono comunque la Resistenza anche nei mesi successivi.

    n quella prima battaglia morirono 7 partigiani, mentre un altro venne sorpreso e ucciso dai fascisti il giorno successivo. Gli effetti delle operazioni militari non riguardarono soltanto i protagonisti, ma si estesero alla comunità della frazione, che dovette fare i conti con i prelevamenti della Guardia nazionale repubblicana.

    Guiglia nell’estate del 1944

    Nell’estate del 1944 i nuclei partigiani presenti tra Castello di Serravalle, Savignano sul Panaro, Guiglia e Zocca intensificarono le proprie attività, inducendo in diversi casi i fascisti alla ritirata temporanea o alla resa. A Guiglia il distaccamento della GNR si consegnò alle forze della Resistenza, lasciando il paese privo della sorveglianza armata fascista. I partigiani assaltarono dunque l’ammasso per evitare che i generi alimentari venissero utilizzati dai nazisti.

    I rastrellamenti e la strage dei Boschi di Ciano

    A partire dalla seconda metà di luglio le forze armate e i corpi paramilitari tedeschi si avvalsero della collaborazione dei repubblicani per mettere in atto una serie di rastrellamenti nel territorio di Guiglia.

    I principali obiettivi erano la cattura di uomini adulti, da impiegare nei lavori di fortificazione delle linee difensive oppure da inviare in Germania come manodopera per le industrie belliche, e l’intimidazione della popolazione civile, accusata di eccessiva vicinanza al movimento partigiano.

    Il 18 luglio il rastrellamento si verificò anche a Castello di Serravalle e a Zocca: 20 ostaggi furono impiccati in località Boschi di Ciano, mentre altri 22 vennero trasferiti a Bologna e rinchiusi nel campo di smistamento delle Caserme Rosse; la maggior parte di loro, prima di rientrare in paese, dovette svolgere un periodo di lavoro nell’Organizzazione Todt nelle retrovie del fronte.

    Guiglia nell’autunno 1944

    Altri rastrellamenti sconvolsero il paese e le frazioni tra ottobre e novembre. Le truppe e i reparti paramilitari saccheggiarono più volte le abitazioni e le stalle, arrecando gravi danni alla popolazione civile. Alle loro razzie si aggiungevano inoltre i prelevamenti delle formazioni partigiane e le scorrerie di gruppi criminali, pronti ad approfittare del caos bellico per ricavare vantaggi personali.

    Retrovia della Linea Gotica

    Nel corso dell’autunno la zona di Samone divenne nevralgica per le operazioni militari naziste. Il fronte del conflitto si stabilizzò sulla Linea gotica e l’area a sud di Zocca divenne nevralgica per le operazioni militari, che andarono tuttavia incontro a una lunga stasi invernale. Nell’abitato di Samone si insediò un comando tedesco, che si proponeva di controllare tutta la zona e il transito lungo la strada fondovalle del Panaro.

    Da quella località partì uno dei contingenti che il 5 novembre contribuì ad accerchiare i partigiani nella zona di Benedello, innescando una delle battaglie più significative nella storia della Resistenza modenese. In quelle circostanze diversi partigiani riuscirono a salvarsi grazie all’aiuto delle donne e delle famiglie contadine.

    Le azioni delle SS e la strage di villa Martuzzi

    Tra novembre e dicembre la presenza dei nazisti sul territorio di Guiglia aumentò ulteriormente. Venne allestito un ospedale militare e trovarono alloggio diversi reparti: gli avvicendamenti erano frequenti per la vicinanza alle linee del fronte.

    Tra il 23 e il 30 dicembre un reparto della XVI Panzergrenadier Reichsführer SS di stanza a Vignola effettuò alcune operazioni di rastrellamento nel territorio di Guiglia, prelevando diversi ostaggi. Sedici di loro furono condotti nella sede del comando a villa Martuzzi: lì vennero torturati e uccisi insieme a un altro uomo.

    Salvare le persone e le opere d’arte

    Nei primi mesi del 1945 le formazioni partigiane attive nella zona di Guiglia e Zocca s’impegnarono a far oltrepassare il fronte ai soggetti più deboli e alle persone in pericolo, correndo gravi rischi per la forte presenza di reparti armati. L’impegno di Pietro Zampetti, Soprintendente alle Gallerie di Modena, consentì di mettere in salvo la collezione delle opere d’arte estensi, collocate nel castello di Guiglia fin dal 1940.

    I bombardamenti aerei

    Nelle ultime due settimane del conflitto i bombardamenti alleati contro i reparti nazisti e le infrastrutture di collegamento si intensificarono notevolmente, poiché la riva destra del Panaro divenne di fatto una zona di operazioni militari.

    In tutto l’arco del conflitto Guiglia fu colpita da 25 azioni di bombardamento e cannoneggiamento, che provocarono 19 morti e 12 feriti tra la popolazione civile. Le abitazioni completamente distrutte furono 28, quelle danneggiate 184 e quelle che riportarono alcune lesioni 212.

    Una Resistenza civile

    La fascia pedemontana e le colline intorno al Panaro ebbero dunque un ruolo fondamentale nella lotta di liberazione, poiché consentirono di mantenere i collegamenti fra i nuclei partigiani della montagna, le basi logistico-organizzative e le strutture delle formazioni attive in pianura.

    La collaborazione che i contadini e le famiglie di Guiglia offrirono agli organizzatori della lotta di liberazione permise ai gruppi combattenti di rifornirsi e nascondersi in luoghi sicuri.

    Il timore dei rastrellamenti non fece riavvicinare le comunità alla guerra nazista e fascista: la solidarietà e il sostegno nei confronti della Resistenza non furono unanimi, ma conobbero una diffusione tale da permettere alla lotta partigiana di sopravvivere in clandestinità fino alla Liberazione.

    Una storia da conoscere

    L’impegno civile della popolazione, segnata dalle difficoltà materiali e dalle sofferenze morali, merita dunque la riconoscenza delle istituzioni. Se il desiderio di democrazia alimenterà il bisogno di conoscere le radici storiche del presente, l’eredità della lotta partigiana continuerà ad avere un senso anche quando saranno scomparsi tutti i protagonisti e i testimoni di quei fatti.

    Comprendere storicamente quel passato significa infatti riconoscere da dove provenivano le idee di giustizia, equità e libertà che indussero migliaia di persone in tutta l’Italia a mobilitarsi per chiudere i conti con le tragedie dei fascismi.

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  • La crisi dell’Occidente: incontro a Nonantola

    La crisi dell’Occidente: incontro a Nonantola

    Mercoledì 3 dicembre 2025 ci incontriamo a Nonantola per una serata intitolata La crisi dell’Occidente. Europeismo, atlantismo e difficoltà del capitalismo.

    Gli spunti di riflessione nascono da ciò che è accaduto negli ultimi cinque anni. La pandemia da Covid-19, la rinuncia ad affrontare costruttivamente la crisi climatica e la corsa al riarmo hanno messo in evidenza parecchie storture del sistema economico-sociale in cui viviamo.

    Perché l’Europa sembra avvinghiata dall’immobilismo politico e condannata all’irrilevanza globale? Cosa sta succedendo agli Stati Uniti dopo l’illusione che il collasso dell’URSS segnasse la “fine della storia”? Quali prospettive può riservare l’alleanza atlantica nell’era di Donald Trump?

    Queste domande guideranno le riflessioni e il racconto della storia per accendere una luce sullo stato di salute del capitalismo. Quale ruolo hanno gli squilibri generati dal sistema economico nella crisi dell’Occidente? Che cosa si può fare, oggi, per cercare di correggere la rotta?

    La serata sarà condotta da Greta Ansaloni del Gruppo Aula 22. Io porterò un contributo storico per mettere in evidenza le connessioni tra il passato e il presente. Conoscere ciò che è accaduto tra la seconda metà del Novecento e l’inizio degli anni Duemila aiuta a comprendere le origini dei problemi attuali e ad affrontarli con maggiori consapevolezze.

    La crisi dell’Occidente: come partecipare

    L’appuntamento è fissato per mercoledì 3 dicembre alle ore 21 nella Sala dei Giuristi del Palazzo della Partecipanza agraria di Nonantola, in via Roma 21.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    L’iniziativa è compresa nel programma di attività Aula 22, promosso da Anni in fuga APS Nonantola, SPI CGIL, ANPI – sezione di Nonantola e ACLI.

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  • Il Mediterraneo nella storia contemporanea: incontro a Limidi

    Il Mediterraneo nella storia contemporanea: incontro a Limidi

    Venerdì 14 novembre 2025 ci diamo appuntamento alle ore 21 a Limidi di Soliera per un incontro intitolato Mediterraneo. Il mare di mezzo e la sua importanza nella storia contemporanea. Sarà un’occasione per conoscere le vicende storiche di uno spazio geografico fondamentale per l’evoluzione della nostra mentalità.

    Il Mediterraneo nella storia contemporanea: di cosa parliamo?

    Per comprendere ciò che accade oggi, partirò dal passato, ricostruendo le principali vicende del Mediterraneo nella storia contemporanea. Racconterò come si svilupparono i tentativi di assumere il controllo delle rotte commerciali. Metterò, inoltre, in luce come gli scambi culturali furono influenzati dai progetti di dominio coloniale e dalla volontà di impadronirsi delle risorse economiche.

    Perché, infine, oggi il Mediterraneo sta diventando un grande cimitero d’acqua? Quali meccanismi hanno innescato le attuali dinamiche di gestione dei flussi migratori?

    Come partecipare

    L’evento si terrà nella sala al primo piano del Centro polivalente di Limidi, in via Papotti 18. L’ingresso sarà libero e gratuito, senza necessità di prenotazione. Su richiesta, alle/agli studenti e alle/ai docenti delle scuole secondarie sarà rilasciato un certificato di partecipazione.

    L’iniziativa è organizzata dal Centro polivalente Limidi Asd.

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  • La forza della nonviolenza: serata a Nonantola

    La forza della nonviolenza: serata a Nonantola

    Martedì 11 novembre 2025 ci incontriamo a Nonantola per una serata di riflessioni e racconti storici sulla forza della nonviolenza.

    Gli scioperi, le manifestazioni e le mobilitazioni delle ultime settimane hanno messo in luce l’importanza delle azioni collettive contro ogni forma di prevaricazione. Da tempo non si vedeva una simile capacità di coinvolgere tante persone nella lotta nonviolenta per una causa comune.

    Per comprendere quanto è importante mobilitarsi insieme, è utile conoscere la storia delle campagne nonviolente. Lo faremo nel corso dell’iniziativa intitolata I giovani, lo sviluppo dei movimenti e la nonviolenza. Per la pace, per l’ambiente, per i diritti.

    La serata sarà condotta da Silvia Panzetta del Gruppo Aula 22. Io racconterò storie di persone e di popoli che hanno scelto di applicare la forza della nonviolenza per contrastare le ingiustizie e le disuguaglianze.

    Che cos’è la nonviolenza?

    La nonviolenza è una forma di lotta radicale contro ogni ingiustizia sociale e umana. Prevede di battersi fino all’ottenimento della giustizia, ricorrendo unicamente a metodi nonviolenti (sciopero, boicottaggio, occupazione, blocco stradale, propaganda, controinformazione, educazione, organizzazione di gruppi…). Il principio base della nonviolenza prevede che, per raggiungere un fine “buono”, non è possibile utilizzare mezzi “cattivi”.

    La forza della nonviolenza: come partecipare

    L’appuntamento è fissato per martedì 11 novembre alle ore 21 nella Sala dei Giuristi del Palazzo della Partecipanza agraria di Nonantola, in via Roma 21.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    L’iniziativa è compresa nel programma di attività Aula 22, promosso da Anni in fuga APS Nonantola, SPI CGIL, ANPI – sezione di Nonantola e ACLI.

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  • Costruire la pace in tempo di guerra: intervento a Savignano sul Panaro

    Costruire la pace in tempo di guerra: intervento a Savignano sul Panaro

    Sabato 1° novembre parteciperò alla commemorazione indetta dal Comune di Savignano sul Panaro per la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate con l’intervento storico Costruire la pace in tempo di guerra.

    Sarà un modo per ricordare le mobilitazioni pacifiste e antimilitariste negli anni del conflitto, ma anche – e soprattutto – un esercizio per coltivare il ripudio della guerra nel nostro presente, sempre più segnato da tragedie umanitarie e progetti di riarmo.

    Racconterò le vicende di persone che si opposero ai meccanismi che costruivano l’odio nei confronti del nemico. Queste storie si legheranno idealmente alla recente Marcia della Pace Perugia-Assisi, un’esperienza condivisa insieme a tante persone di Savignano.

    Come partecipare

    Il mio intervento si terrà alle ore 11 nella piazza della Pace, davanti al cimitero di Savignano sul Panaro.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    L’iniziativa è organizzata dal Comune di Savignano sul Panaro.

    Costruire la pace: una piccola anteprima

    Per capire se e come si possa costruire la pace in tempo di guerra, ecco qui una storia che non racconterò il 1° novembre a Savignano sul Panaro. Accadde nel Natale del 1914, mentre in Belgio infuriavano i combattimenti del primo conflitto mondiale.

    Una guerra sorprendente e sanguinosa

    All’inizio dell’inverno la guerra smentisce i pronostici di quasi tutti i suoi artefici. L’imperatore tedesco Guglielmo II, ad esempio, attendeva i soldati vincitori prima che le foglie cadessero dagli alberi. La sera del 24 dicembre le truppe sono ancora in trincea e sanno che ci resteranno a lungo. La vigilia di Natale risveglia tuttavia la voglia di normalità. Da quattro mesi i soldati sono immersi nella morte di massa: sparano e lanciano bombe, uccidono e cercano di salvarsi. Molti di loro non ne possono più.

    Nei pressi di Ypres le trincee sono vicinissime. In molti luoghi i soldati dell’Intesa sentono quello che fanno i loro nemici e viceversa. Nella notte di Natale gli uni sentono gli altri cantare e celebrare in qualche modo la festa imminente. È una tregua non scritta, ma fissata dagli ordini degli ufficiali. Nessuno vuole dare spazio alla rabbia della propaganda avversaria per aver organizzato un attacco nel giorno di Natale.

    La “tregua di Natale”

    A un certo punto, però, accade l’imprevisto. Qualcuno decide di uscire dalle trincee con le mani in alto. I nemici si stringono la mano, si scambiano doni e si mostrano le fotografie di famiglia. I soldati non solo rispettano la tregua, ma cominciano anche a fraternizzare. In una distesa fangosa non lontano da Ypres va addirittura in scena una partita di foot-ball, nella quale i tedeschi battono 3-2 i “maestri del gioco” britannici. 

    I soldati non dimenticheranno mai quel “Natale di pace” nel mezzo della Grande Guerra, anche perché sanno che non può durare. La notizia della tregua corre da una linea all’altra, fino a raggiungere i comandi. Gli ufficiali temono che i soldati facciano la pace nelle trincee. Qualcuno, particolarmente spaventato dai moti del popolo, sente addirittura aria di rivoluzione… In entrambi gli schieramenti si alzano i toni: per non finire al muro, i i comandanti dei reparti devono tornare nei ranghi e convincere i soldati a combattere. La guerra continua.

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