Storia oggi

Il blog di Daniel Degli Esposti

Tag: Valsamoggia

  • Trekking storico sulle colline tra Serravalle e Ciano

    Trekking storico sulle colline tra Serravalle e Ciano

    Domenica 14 giugno 2026 ti aspetto a un nuovo trekking storico sulle colline tra Castello di Serravalle e Ciano di Zocca. L’escursione fa parte di Italiani brava gente, un ciclo di tre escursioni storiche tra Valsamoggia e Zocca.

    Attraverseremo un territorio che, nella parte conclusiva della Seconda guerra mondiale, fu segnato dalle violenze del Battaglione “Volontari della morte”, un reparto militare formato da fascisti che commisero diversi crimini.

    Federica Ragazzi, Guida ambientale ed escursionistica delle valli bolognesi, ci accompagnerà per le strade e i sentieri tra l’antico borgo di Castello di Serravalle e la chiesa parrocchiale di Ciano.

    Io racconterò i rapporti tra la comunità locale, le formazioni della Resistenza e i fascisti presenti sul territorio. Come agivano le forze militari incaricate di far rispettare l’ordine pubblico? Perché in certe zone si moltiplicavano i furti e le rapine? È vero che i partigiani erano solo dei “rubagalline”? E come ha fatto la Resistenza a sopravvivere nelle difficoltà della clandestinità?

    La narrazione farà scoprire le risposte a queste domande e altre storie avvenute tra il 1943 e il 1945.

    Il programma del trekking storico sulle colline

    Ore 8.15: ritrovo presso il borgo antico di Castello di Serravalle

    8.30: partenza dell’escursione

    13.00 circa: arrivo a Mercatello; organizzazione per il rientro a Castello di Serravalle.

    Caratteristiche del percorso

    Difficoltà: escursione di media difficoltà su fondo misto (sentiero collinare, strada sterrata, alcuni brevi tratti di percorso asfaltato su strade poco trafficate); è richiesto un minimo di allenamento a camminare in collina. L’andata e il ritorno saranno in parte sullo stesso percorso.

    Per partecipare, è richiesta l’abitudine a camminare in natura e in collina.

    Lunghezza: 10 km

    Dislivello: salita/discesa m. 310

    Ore di cammino effettivo: 4

    Maggiori informazioni sono disponibili nella scheda completa del percorso: puoi consultarla qui.

    Per eventuali dubbi, contattare la guida, Federica Ragazzi: federicaragazzi@guidevallibolognesi.it – 338.4071117.

    Come partecipare

    Per partecipare, è necessario prenotare entro le ore 12 di sabato 13 giugno o fino al raggiungimento del numero massimo di iscritti. Ci si iscrive compilando il form apposito o contattando la guida ai recapiti sopra indicati, comunicando un proprio recapito di telefono cellulare.

    Quota di partecipazione: € 20 (adulti), comprensiva di servizio di accompagnamento da parte Guida Ambientale Escursionistica qualificata e di un narratore storico.

    Consigli per l’equipaggiamento

    Si consiglia di indossare abbigliamento da escursione per la collina. Occorrono scarpe da trekking o con la suola scolpita. Si consiglia di portare con sé almeno un litro di acqua. Sono consigliati vestiario e scarpe di ricambio da lasciare in auto, spray anti-zanzare (meglio se anche con specifiche per zecche) e bastoncini telescopici, se graditi.

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  • 3 escursioni storiche tra Valsamoggia e Zocca

    3 escursioni storiche tra Valsamoggia e Zocca

    Domenica 31 maggio 2026 comincerà Italiani brava gente, un ciclo di tre escursioni storiche tra Valsamoggia e Zocca. Attraverseremo un territorio che, nella parte conclusiva della Seconda guerra mondiale, fu segnato dalle violenze del Battaglione “Volontari della morte”, un reparto militare formato da fascisti che commisero diversi crimini.

    Federica Ragazzi, Guida ambientale ed escursionistica delle valli bolognesi, ci accompagnerà nel primo trekking tra la località Bersagliera e le colline di Castello di Serravalle.

    Io racconterò le radici delle atrocità avvenute durante la Seconda guerra mondiale e le ragioni che spinsero una parte consistente della popolazione a scegliere la Resistenza.

    In questa prima tappa la narrazione partirà da alcuni episodi accaduti all’inizio degli anni Venti, proseguendo poi attraverso la dittatura fascista e arrivando agli anni della guerra. A Castello di Serravalle scopriremo, infine, la vicenda di Guido, partito da Bologna per cercare libertà e giustizia nella zona di Montefiorino.

    La seconda delle escursioni storiche tra Valsamoggia e Zocca è in programma per domenica 14 giugno, la terza per domenica 5 luglio. La prima era stata programmata per domenica 17 maggio, poi è stata rinviata per le conseguenze del maltempo.

    Il programma della prima giornata

    Ore 9.30: ritrovo presso il parcheggio in località Bersagliera di Valsamoggia, vicino alla trattoria Elisa

    9.45 partenza dell’escursione

    12.00: pranzo al sacco

    16.00 circa: rientro al punto di partenza.

    Caratteristiche del percorso

    Difficoltà: escursione di media su fondo misto (sentiero collinare, strada sterrata, alcuni brevi tratti di percorso asfaltato su strade poco trafficate). I sentieri sono facilmente percorribili e adatti a ogni livello di abilità.

    Per partecipare, è richiesta l’abitudine a camminare in natura e in collina.

    Lunghezza: 9 km

    Dislivello: salita/discesa m. 130

    Ore di cammino effettivo: 3

    Maggiori informazioni sono disponibili nella scheda completa del percorso: puoi consultarla qui.

    Per eventuali dubbi, contattare la guida, Federica Ragazzi: federicaragazzi@guidevallibolognesi.it – 338.4071117.

    Escursioni storiche tra Valsamoggia e Zocca: come partecipare

    Per partecipare, è necessario prenotare entro le ore 12 di sabato 30 maggio o fino al raggiungimento del numero massimo di iscritti. Ci si iscrive compilando il form apposito o contattando la guida ai recapiti sopra indicati, comunicando un proprio recapito di telefono cellulare.

    Quota di partecipazione: € 25 (adulti), comprensiva di servizio di accompagnamento da parte Guida Ambientale Escursionistica qualificata e di un narratore storico.

    Consigli per l’equipaggiamento

    Si consiglia di indossare abbigliamento da escursione per la collina. Occorrono scarpe da trekking o con la suola scolpita. Si consiglia di portare con sé almeno un litro di acqua. Sono consigliati vestiario e scarpe di ricambio da lasciare in auto, spray anti-zanzare (meglio se anche con specifiche per zecche) e bastoncini telescopici, se graditi.

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  • Rifare l’Italia: mostra a Bazzano su Repubblica e impegno delle donne

    Rifare l’Italia: mostra a Bazzano su Repubblica e impegno delle donne

    Sabato 18 aprile 2026 ci incontriamo alle 16:30 nella Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Valsamoggia, BO) per l’inaugurazione della mostra Rifare l’Italia. Repubblica, rinascita e impegno delle donne in Valsamoggia. Sarà il coronamento di un lavoro che mi ha accompagnato per mesi e che ha dato forma a un ricco calendario di eventi.

    Nell’ottantesimo anniversario della Repubblica, la Fondazione Rocca dei Bentivoglio e le sezioni ANPI di Valsamoggia mi hanno chiesto di ricostruire e raccontare le vicende delle donne che hanno fatto rinascere l’Italia dopo il 1945.

    Le ricerche hanno fatto uscire dai cassetti e dalle soffitte materiali inediti, che ridaranno voce alle persone protagoniste di storie importanti, ma spesso dimenticate per la loro dimensione quotidiana e antieroica.

    La mostra è a cura della Fondazione Rocca dei Bentivoglio in collaborazione con il Comune di Valsamoggia e con le sezioni ANPI di Valsamoggia.

    Mostra a Bazzano: info e appuntamenti

    • Inaugurazione mostra – sabato 18 aprile 2026, ore 16.30, con ingresso libero e gratuito.
    • La mostra è visitabile dal 18 aprile al 21 giugno 2026 nei giorni di apertura del Museo Civico Arsenio Crespellani
      (dal martedì al venerdì: dalle 15.00 alle 19.00; sabato, domenica e festivi: dalle 10.00 alle 19.00).
    • Costo biglietti: € 4,00 intero / € 3,00 ridotto: over 65; € 2,00: per gruppi sopra le 15 persone, per possessori di YoungERcard e per iscritti FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano (biglietto intero); € 1,00: per possessori di Card Cultura e per iscritti FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano (biglietto ridotto); gratuito: minori di 14 anni, persone con disabilità, guide turistiche provviste di tesserino; comprensivi del noleggio audioguida e dell’accesso alla Rocca dei Bentivoglio)

    Eventi legati alla mostra Rifare l’Italia

    Domenica 26 aprile 2026

    Ore 17.00 – All’interno delle iniziative del Festival Narrativo del Paesaggio
    Madri della Repubblica
    Visita guidata alla mostra con lo storico Daniel Degli Esposti.

    Prenotazione obbligatoria – prenotazioni@roccadeibentivoglio.it e 051836441 dalle 10 alle 13.

    Sabato 23 maggio 2026

    Ore 20.45 – All’interno delle iniziative della Notte europea dei Musei
    Presentazione del libro Sovversivi e sovversive. Storia, memoria, cura. Dialogo tra i curatori del volume e Daniel Degli Esposti.
    A seguire visita guidata alla mostra.

    Domenica 24 maggio 2026

    Ore 17.00 – All’interno delle iniziative del Festival Narrativo del Paesaggio
    Madri della Repubblica
    Visita guidata alla mostra con lo storico Daniel Degli Esposti.

    Prenotazione obbligatoria – prenotazioni@roccadeibentivoglio.it e 051836441 dalle 10 alle 13.

    Una piccola anteprima

    La Repubblica italiana nasce insieme alla cittadinanza politica delle donne. Gli sguardi e le sensibilità delle attiviste allargano gli orizzonti della politica e della militanza sindacale, introducendo nuove priorità e valorizzando le differenze.

    Le donne prendono la parola e lasciano un segno che mira a trasformare una società segnata dagli squilibri. Dalla Costituzione alle decisioni dei consigli comunali, dall’impegno per la pace all’accoglienza diffusa, dall’educazione di chi cresce alla cura di chi invecchia, l’azione femminile punta ad affermare nuovi diritti, democratizzando la libertà e concretizzando l’idea della giustizia sociale.

    Il bolognese e la valle del Samoggia sono terre dove la Resistenza crea le condizioni per una partecipazione di massa. Tante donne passano dalla mobilitazione clandestina contro la guerra fascista alla militanza politica, rifiutando di incarnare l’«angelo del focolare».

    Molte di loro vivono «tre vite in una», perché lavorano e curano la famiglia e partecipano alle attività politiche. Si fanno carico di fatiche triple, ma non rinunciano a trasmettere alle figlie l’ideale dell’impegno collettivo e la centralità della pace.

    Anche per questo nasce e si consolida il «modello emiliano», capace di alimentare un progresso che mira ad allargare il benessere gestendo le contraddizioni del capitalismo.

    È una missione compiuta o una fatica sprecata? È una storia di tinte nitide o di sfumature e gradazioni? A ottant’anni dalla primavera costituente, vale la pena cercare di ripercorrerla, seguendo i passi di chi l’ha scritta con le piccole azioni quotidiane e con i grandi gesti di trasformazione.

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  • Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano: narrazione-spettacolo

    Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano: narrazione-spettacolo

    Domenica 19 aprile 2026 ci incontriamo alle 10 nella sala del Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano (Via Palmiro Togliatti 5/F, Valsamoggia) per la narrazione-spettacolo Controvento. Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano.

    Racconterò le vicende dell’antifascismo e della lotta partigiana in paese, accompagnato da letture di documenti e testimonianze dell’epoca, a cura di Federica Trenti e Federico Benuzzi.

    La Resistenza a Crespellano: una storia da scoprire

    La narrazione-spettacolo sulla Resistenza a Crespellano ruota intorno alla storia di un uomo che conobbe le persecuzioni del regime e il confino di polizia. In piena dittatura, Armando Masetti passò dal dissenso all’azione politica, diventando un punto di riferimento per chi si opponeva al fascismo.

    Nelle prime fasi della Resistenza, l’esperienza dei perseguitati politici fu cruciale per lo sviluppo dell’organizzazione partigiana clandestina. I Comitati di liberazione nazionale si rivolgono ai dissidenti per educare politicamente i giovani e per stabilire contatti con altri gruppi.

    L’abitudine alla clandestinità consente ad Armando Masetti e ad altri organizzatori della lotta partigiana di costruire collegamenti tra le diverse zone del territorio occupato.

    Crespellano diventa una cerniera di Resistenza tra il bolognese e il modenese. Le formazioni delle periferie provinciali rimangono in contatto con i centri arrivi nelle città, dove non sempre i militanti conoscono gli animatori degli altri nuclei ribelli.

    Per conoscere le storie di Armando Masetti e della Resistenza a Crespellano, ti aspettiamo alla narrazione-spettacolo Controvento.

    Come partecipare

    La partecipazione alla narrazione-spettacolo Controvento. Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano è gratuita grazie al sostegno di ANPI Crespellano. Non è necessario prenotare.

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  • La complessa vicenda del confine orientale: incontro in Valsamoggia

    La complessa vicenda del confine orientale: incontro in Valsamoggia

    Mercoledì 11 marzo 2026 ci incontriamo alle ore 20:30 nella Sala polivalente di Castello di Serravalle (piazza della Pace) per una serata di contributi e riflessioni sulla complessa vicenda del confine orientale.

    L’incontro Spine di confine sarà il secondo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso dell’incontro, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Eric Gobetti parlerà delle foibe tra storia e memoria, ma anche della Resistenza dimenticata, ovvero degli italiani che s’impegnarono nella lotta di Liberazione nei Balcani. Dino Spanghero parlerà del confine orientale. Cesare Galantini interverrà per raccontare la memoria della Divisione Garibaldi Montenegro. Io chiuderò il programma con un contributo sulle guerre tra poveri nell’Emilia del secondo dopoguerra, quando gli imprenditori e gli agrari cercarono di utilizzare gli esuli del confine orientale per contrastare gli scioperi e le rivendicazioni dei lavoratori.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Il confine orientale: un’anteprima

    Negli ultimi 20 anni in Italia il discorso pubblico ha spesso fatto coincidere le difficili relazioni italo-jugoslave del dopoguerra con le uccisioni e gli occultamenti di cadaveri nelle foibe.

    Nell’autunno del 1943 e poi nell’estate del 1945, in due fasi ben distinte tra loro, circa 4.000/5.000 persone di lingua e cultura italiana vengono uccise prima dalle formazioni della Resistenza e poi dai militanti della nascente Repubblica popolare federale jugoslava.

    Quando la guerra è ancora in corso, anche per non incorrere nel rischio di far trovare i cadaveri alle forze di occupazione tedesche, i corpi vengono spesso gettati nelle cavità carsiche. Dopo la Liberazione, le uccisioni avvengono in circostanze diverse e una parte consistente dei decessi si verifica nei campi di prigionia allestiti dalle autorità jugoslave.

    Alcune vittime sono compromesse con l’occupazione fascista, altre non sono disposte ad accettare il controllo della Repubblica nata dalla Resistenza titoista sui territori annessi dall’Italia dopo la Grande Guerra.

    La sorte degli italiani uccisi nell’Alto Adriatico rispecchia la difficile conclusione di un conflitto totale, anche se nel senso comune non viene quasi mai ricondotta agli eventi accaduti nel periodo bellico e nel ventennio del regime fascista.

    Una vicenda complessa

    In realtà queste vicende storiche – chiamate in causa ogni 10 febbraio con il Giorno del ricordo – presentano una maggiore complessità. Innanzi tutto, la data scelta per commemorarle è quella del Trattato di pace di Parigi, che nel 1947 disegna gli equilibri successivi alla Seconda guerra mondiale, togliendo all’Italia le colonie e i territori sulla sponda destra dell’Adriatico.

    Si tratta tuttavia di una vicenda geopolitica assai più estesa, che ridisegna completamente gli scenari europei. Non è dunque possibile isolarne e assolutizzarne un solo elemento, come se si trattasse di un semplice contenzioso italo-jugoslavo. Non è neppure possibile rimuovere tutto ciò che era accaduto prima del 1945.

    I Balcani sotto l’occupazione fascista e nazista

    A partire dall’aprile 1941, l’occupazione tedesca e italiana della penisola balcanica inaugura infatti una fase carica di problemi e violenze, crimini di guerra e contraddizioni di potere.

    Per controllare la Jugoslavia, i nazisti e i fascisti rispolverano il principio romano del “divide et impera”. Alcuni gruppi armati, come gli ustascia croati, ricevono la fiducia e la responsabilità di amministrare parte dei territori, mentre altri (come i cetnici serbi) vengono squalificati e denigrati, pur essendo fieramente monarchici e anticomunisti.

    Le tensioni interetniche diventano dunque strumenti di dominio. La visione razziale della Germania nazista prevede la riduzione dei popoli slavi ai lavori forzati. Anche i fascisti recuperano l’originaria ostilità nei confronti delle etnie balcaniche per rinvigorire il morale dei soldati e stimolarli ad aggredire il nemico del momento.

    Il destino peggiore è comunque riservato ai partigiani di Josip Broz “Tito”, ai sinti, ai rom e agli ebrei, considerati senza alcun dubbio nemici del popolo germanico e dei fascismi europei.

    Crimini di guerra

    Nel corso del conflitto i nazisti e i fascisti commettono diversi crimini di guerra e contro l’umanità. Le forze armate incendiano e saccheggiano diversi villaggi, stuprano e uccidono migliaia di civili non soltanto per vendicare gli agguati subiti dalla Resistenza, ma anche per cercare di spezzare col terrore la solidarietà tra i partigiani e la popolazione.

    L’Italia fascista non nasconde affatto le proprie responsabilità. Diversi soldati scelgono addirittura di inviare le foto delle atrocità ai parenti per mostrare i risultati fisici delle proprie vittorie.

    L’esodo

    Le violenze, le uccisioni e l’occultamento dei cadaveri non possono inoltre far dimenticare altri due processi storici, strettamente legati al confine orientale. Si tratta dell’esodo di circa 250.000 persone di lingua e cultura italiana dalle aree slave del confine orientale.

    L’accoglienza di queste persone si rivela ben presto problematica. Lo Stato deve farsi carico del loro mantenimento, ma le comunità di destinazione non vedono di buon occhio l’arrivo di nuovi “concorrenti” nel consumo delle risorse e sul lavoro.

    In Emilia alle preoccupazioni di sopravvivenza si aggiungono inoltre i pregiudizi politici. Coloro che fuggono dalla Jugoslavia di Tito vengono infatti percepiti come fascisti, anche se molti di loro vivono nel disimpegno e nell’indifferenza. L’ostilità reciproca induce le Sinistre a inasprire i propri giudizi sui profughi e questi ultimi ad abbracciare un nazionalismo sempre più incline a sviluppare nostalgie degli anni Trenta.

    Milioni di persone in movimento

    L’esodo istriano e giuliano-dalmata si svolge in un’epoca di grandi migrazioni. Nel secondo dopoguerra milioni di persone sono infatti costrette ad abbandonare i loro spazi di vita per raggiungere altri luoghi.

    È, ad esempio, il caso dei circa 13 milioni di tedeschi residenti nei territori occupati dalla Wehrmacht tra il 1938 e il 1945. Le loro vicende, intrecciate alle occupazioni militari del periodo bellico e alle contrapposizioni ideologiche del dopoguerra, rappresentano una pagina di storia mai completamente “elaborata”. Una questione complessa, spesso liquidata con disprezzo o strumentalizzata dalle forze politiche.

    Limitandosi al contesto del confine orientale, occorre infatti analizzare le cause scatenanti la violenza, valutando i “precedenti” fra italiani e slavi.

    Considerare adeguatamente le azioni di occupazione e controllo bellico che il regime fascista ha dispiegato nella penisola balcanica è fondamentale per comprendere storicamente la difficoltà dei rapporti fra le comunità nelle regioni di confine.

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  • EqUality 2026: la tua voce per la parità dei diritti

    EqUality 2026: la tua voce per la parità dei diritti

    Nei prossimi mesi, Valsamoggia sarà l’epicentro del progetto EqUality 2026. La tua voce per la parità dei diritti. Le iniziative saranno legate all’ottantesimo anniversario di una giornata che segnò la storia d’Italia. Anch’io porterò una serie di contributi per raccontare pubblicamente queste vicende insieme alle ragazze e ai ragazzi che sceglieranno di partecipare a questa avventura.

    1946-2026: gli ottant’anni della Repubblica e del voto femminile

    Il 2 giugno 1946 un referendum istituzionale portò alla nascita della Repubblica, che prevalse sulla monarchia al termine di una contesa serrata. Nello stesso giorno, le donne e gli uomini elessero l’Assemblea costituente, incaricata di delineare e redigere il testo della Costituzione.

    Nelle settimane precedenti, durante le prime elezioni amministrative del dopoguerra, le donne italiane avevano esercitato per la prima volta il diritto di voto. Il 1° febbraio 1945 un decreto legislativo luogotenenziale aveva assicurato loro la possibilità di votare. Oltre un anno dopo, il 10 marzo 1946, un nuovo decreto garantì alle cittadine anche l’opportunità di essere elette, completando così l’assegnazione dei diritti politici.

    EqUality: un progetto per raccontare questa storia

    La Fondazione Rocca dei Bentivoglio e il Comune di Valsamoggia, in collaborazione con Radio Città Fujiko, invitano ogni ragazz* dai 14 ai 19 anni a far parte della redazione di EqUality: un laboratorio gratuito di giornalismo e audio-storytelling per esplorare insieme la storia delle pari opportunità e dei diritti.

    Raccontiamo cosa si è fatto, chi lo ha fatto e cosa resta ancora da fare.

    EqUality è uno spazio aperto di confronto in cui, insieme a professionisti della radio e della storia, diventerai parte di una redazione incaricata di produrre una serie podcast.

    Io e i professionisti di Radio Città Fujiko ti porteremo alla ricerca delle storie delle donne che hanno trasformato il Paese. Dalla conquista del voto al rifiuto della guerra, dall’emancipazione sul lavoro al contrasto alla violenza. Il percorso ti fornirà gli strumenti critici e tecnici per trasformare le idee in contenuti multimediali.

    Il calendario del progetto

    9 MARZO – 17:00/19:00 | Mediateca di Bazzano

    Storie e fonti: Le protagoniste del 1946 e la costruzione della cittadinanza.

    Come la ricerca storica diventa narrazione.

    A cura di Daniel Degli Esposti (Ricercatore e divulgatore storico – Storia oggi)

    16 MARZO 17:00/18:30 | Mediateca di Bazzano

    Format, clock e come si struttura una puntata di un podcast.

    A cura di Alessandro Canella (Direttore Radio Città Fujiko)

    23 MARZO 17:00/18:30 | Mediateca di Bazzano

    Le fonti giornalistiche e gli strumenti di verifica

    A cura di Alessandro Canella (Direttore Radio Città Fujiko)

    30 MARZO 17:00/18:30 | Mediateca di Bazzano

    Comunicazione di genere: linguaggio inclusivo senza pregiudizi.

    A cura di Donatella Allegro (Attrice, speaker e formatrice)

    13 APRILE 17:00/19:00 | Radio Città Fujiko

    Registrazione podcast: tecniche vocali di registrazione, gestione dei microfoni e del mixer in studio, registrazione audio.

    A cura di Claudio Succi (Presentatore e speaker di Radio Città Fujiko)

    Come partecipare

    La partecipazione è gratuita. I posti sono limitati per garantire a ogni componente della redazione l’uso della strumentazione professionale. Iscriviti qui.

    Contatti: email: progetto.equality@gmail.com | sito: frb.valsamoggia.bo.it

    Sedi: Mediateca di Bazzano (Via Contessa Matilde 10, Valsamoggia, loc. Bazzano) e studi di Radio Città Fujiko (Via Zanardi 369, Bologna).

    Le iscrizioni sono aperte fino al 22 febbraio 2026.

    Il progetto è progetto promosso dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio in collaborazione con Radio Città Fujiko.

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  • Israele e la Shoah: incontri

    Israele e la Shoah: incontri

    La settimana che ruota intorno al Giorno della Memoria sarà un’occasione per esplorare il rapporto storico tra Israele e la Shoah. Dedicherò a questo tema tre incontri pubblici.

    Il primo è in programma martedì 27 gennaio a Maranello. Il secondo è fissato per giovedì 29 gennaio a Castelfranco Emilia. Il terzo ci attende sabato 31 gennaio alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Valsamoggia).

    Racconterò perché lo Stato d’Israele ha inizialmente ricordato con reticenza lo sterminio degli ebrei d’Europa e farò emergere cos’è cambiato dal processo Eichmann all’attuale strumentalizzazione delle accuse di antisemitismo.

    27 gennaio a Maranello

    A Maranello l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà martedì 27 gennaio alle ore 17 presso la Biblioteca comunale MABIC, in via Vittorio Veneto 5.

    L’iniziativa è promossa dal Servizio Cultura del Comune di Maranello.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    29 gennaio a Castelfranco Emilia

    A Castelfranco Emilia l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà giovedì 29 gennaio alle ore 20:30 nella sala Gabriella Degli Esposti, presso la Biblioteca comunale Lea Garofalo, in piazza della Liberazione 5.

    L’iniziativa è promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Castelfranco Emilia.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    31 gennaio a Bazzano

    A Bazzano (Valsamoggia) l’incontro pubblico Israele e la Shoah si terrà sabato 31 gennaio alle ore 16 alla Rocca dei Bentivoglio, in via Contessa Matilde 10.

    L’iniziativa è promossa dalla sezione ANPI di Bazzano, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    L’evento si inserisce nel programma realizzato dal Comune di Valsamoggia, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio e dalle sezioni ANPI di Valsamoggia per il Giorno della Memoria.

    Israele e la Shoah: un’anticipazione

    Lo Stato d’Israele, nato da un progetto di colonialismo d’insediamento, si fonda sulla volontà di assicurare uno spazio di protezione, autodeterminazione e sovranità al popolo ebraico. Le istituzioni devono, pertanto, confrontarsi con la traumatica eredità della Shoah.

    I sionisti reduci dalle prime quattro Aliyot (le emigrazioni degli ebrei verso la Palestina storica) guardano con diffidenza ai sopravvissuti dei lager. Li ritengono, infatti, ancora segnati dalle titubanze della diaspora. Si chiedono, inoltre, come siano potuti passare attraverso l’orrore senza essere annientati.

    I sospetti nei confronti dei sopravvissuti alla Shoah

    Si diffondono, pertanto, sospetti di tradimento e collaborazionismo, che complicano l’apertura di un confronto pubblico sulla memoria della catastrofe.

    Mentre i laburisti chiedono di sospendere il giudizio nei confronti dei sopravvissuti, affermando che nessuno può comprendere fino in fondo la loro esperienza, i revisionisti criticano la classe dirigente dell’Agenzia ebraica, sostenendo che non ha fatto abbastanza per salvare i correligionari in pericolo e che in certi casi si è spinta fino alla collusione con i fascismi per difendere i propri interessi.

    La svolta del processo Eichmann

    Un momento di svolta nella costruzione della memoria pubblica israeliana arriva nel 1961, quando a Gerusalemme viene processato l’SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, catturato dal Mossad in Argentina. Il procedimento giudiziario si conclude con una condanna a morte e con l’impiccagione dell’imputato.

    Le udienze consentono a molti sopravvissuti di raccontare la propria storia, trovando legittimità e riconoscimento. Le testimonianze fanno emergere la «banalità del male», rivelando da una parte l’ordinarietà dei meccanismi burocratici alla base dello sterminio nazista e dall’altra le specifiche responsabilità delle autorità ebraiche, che non hanno saputo contrastare le violenze.

    La seconda metà degli anni Settanta e le mosse dei conservatori

    A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, in Occidente, molti liberali e conservatori continuano a manifestare il proprio appoggio a Israele, non volendo rinunciare a un alleato strategico e a un avamposto del proprio modello culturale.

    A loro si affiancano intellettuali ebrei che diventano consiglieri e collaboratori delle autorità, contribuendo a plasmare progetti finalizzati a mantenere lo status quo. Non mancano, tuttavia, specialmente tra i progressisti, le voci che perorano la causa dei palestinesi, criticando il sionismo.

    I governi israeliani reagiscono con durezza, accusando di antisemitismo chiunque minacci gli interessi o contesti le politiche dello Stato ebraico. I capi di Stato del Medio Oriente, che non riconoscono Israele, vengono sistematicamente paragonati a Hitler.

    Per alimentare questa narrazione, anche gli intellettuali favorevoli alla difesa dello status quo si servono dell’islamofobia, sostenendo la validità dei paragoni tra i leader arabi e i gerarchi nazisti. Il disprezzo e l’ostilità nei confronti dei musulmani sostituiscono, pertanto, l’antisemitismo come strumento per compattare il fronte conservatore.

    Per non confondere antisemitismo e antisionismo

    Alla luce della sovrapposizione arbitraria tra l’antisionismo e l’antisemitismo, realizzata dalla classe dirigente israeliana per ragioni politiche, è fondamentale recuperare le differenze tra i due fenomeni.

    Affermare che il sionismo propone un progetto sociale riconducibile al colonialismo d’insediamento, così come denunciare l’aggressività dello Stato d’Israele, significa mettere in luce la problematicità di un modello politico contingente. Tale critica non implica in nessun modo una volontà di discriminare razzialmente gli ebrei nel loro insieme.

    Sovrapporre l’antisemitismo e l’antisionismo diventa ancora più problematico quando il collasso dell’URSS e il tramonto delle ideologie aprono spiragli a interpretazioni revisionistiche della storia novecentesca.

    I problemi del “risveglio identitario”

    Il risveglio identitario riporta alla luce diversi luoghi comuni cari ai fascismi, facendo ridestare pensieri che delineano scenari di intolleranza, di odio, e di violenza. In questo contesto si riattiva anche l’antisemitismo, che mescola i propri argomenti nel dibattito fra i sostenitori di Israele e quelli della Palestina, aggiungendo un ulteriore (e pericoloso) elemento di complessità.

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  • Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Sabato 24 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 16 al Centro sociale Pedrini di Crespellano per un pomeriggio di contributi e riflessioni su una delle pagine più scomode della storia italiana. L’incontro Italiani brava gente? sarà il primo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso del pomeriggio, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Davide Conti parlerà dell’uso pubblico della storia e dei crimini di guerra italiani. Gino Marchitelli interverrà per raccontare la vergogna italiana dei campi fascisti. Io chiuderò il programma con un contributo sul nazionalismo e sull’italianizzazione forzata nell’area dell’Alto Adriatico.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Italiani brava gente? Una piccola anteprima

    Nel 1934 l’ambizioso Italo Balbo diventa governatore della Libia. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture mastodontiche e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria.

    Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica: molti emigranti preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città.

    I progetti di sfruttamento elaborati dalla classe dirigente fascista non permettono tuttavia di scoprire i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo. Il regime non trasforma dunque la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come un costoso palcoscenico per la propaganda.

    Le brame imperiali del fascismo

    La brutalità della pacificazione fascista in Libia si ripresenta anche nel consolidamento del potere italiano in Somalia e nella nuova aggressione dell’Etiopia. Nel 1935 Mussolini attacca l’impero di Hailè Selassiè con un esercito superiore per uomini e mezzi, ma la campagna militare è complicata dal clima africano e dagli errori strategici del Regio Esercito.

    Nel frattempo, la Società delle Nazioni prova a fermare le ostilità, ma l’Italia rifiuta ogni trattativa. In Etiopia il Regio Esercito schiera mezzi notevolmente superiori a quelli normalmente impiegati nelle guerre coloniali: l’Italia vuole infatti distruggere completamente le forze armate etiopi e impadronirsi dei loro territori.

    La dittatura fascista punta a ottenere un maggiore prestigio sulla scena internazionale, ma ha anche bisogno di mettere le mani su risorse e mercati africani: le difficoltà economiche degli anni Trenta rischiano infatti di scontentare le classi dirigenti e di diffondere il malcontento tra le masse popolari.

    Sanzioni e autarchia

    Tuttavia, il 18 novembre 1935 il Regno d’Italia viene colpito da sanzioni economiche adottate dalla Società delle Nazioni per punire l’aggressione all’Etiopia. Sulla carta questi provvedimenti, voluti soprattutto dall’Impero britannico e dalla Francia, vietano i commerci tra l’Italia e tutti i Paesi membri della Società delle Nazioni.

    In realtà, tuttavia, le sanzioni colpiscono le esportazioni senza impediscono all’Italia di comprare ferro, acciaio, carbone e petrolio, materie prime necessarie alla guerra. Le sanzioni colpiscono quindi la gente comune, ma non fermano il conflitto. I britannici non chiudono neppure il Canale di Suez, consentendo alla flotta italiana di rifornire le truppe.

    Così, nel maggio del 1936, dopo che i generali italiani hanno bombardato diversi villaggi con i gas asfissianti, il Regio Esercito entra nella capitale etiope Addis Abeba e Mussolini proclama l’Impero, anche se gli etiopi non smettono di resistere nelle periferie del Paese.

    Il regime sfrutta inoltre le difficoltà economiche del blocco commerciale per diffondere odio nei confronti delle “potenze plutocratiche”. Comincia così la retorica propagandistica dell’autarchia, mantenuta anche dopo la fine delle sanzioni, che vengono abolite nel luglio del 1936.

    Il massacro di Addis Abeba

    Per controllare le colonie, il regime fascista si serve senza esitazioni della violenza repressiva. Uno degli episodi più emblematici si consuma nella capitale etiope Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937.

    Tutto comincia mentre è in corso una cerimonia nel recinto del “Piccolo Ghebì”, il palazzo del governo. È presente anche il maresciallo Rodolfo Graziani, vicerè d’Etiopia: nei mesi della guerra di conquista ha utilizzato per primo i gas asfissianti e ha fatto bombardare a tappeto diverse città; dopo la proclamazione dell’impero si è reso responsabile di violente repressioni nei confronti dei gruppi etiopi contrari al dominio italiano.

    Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, nel corso dell’evento, due eritrei lanciano alcune bombe sul gruppo delle autorità italiane. Muoiono 7 persone e altre 50 rimangono ferite: tra queste c’è Graziani, che dall’ospedale ordina di mettere in stato d’assedio Addis Abeba.

    Il federale fascista Guido Cortese organizza la rappresaglia, lasciando campo libero alle violenze dei militari e dei civili italiani. Per tre giorni fascisti in camicia nera, soldati, operai, impiegati e ascari libici si scatenano tutti insieme per le vie della città, dando la caccia agli abitanti. Incendiano parecchie abitazioni e uccidono in diversi modi migliaia di persone.

    Dopo la fine della dominazione italiana, le autorità etiopi parlano di 30.000 morti. Secondo Angelo Del Boca, quella stima è eccessiva, ma nei tre giorni della strage le vittime non sono meno di 4.000.

    Il massacro di Debre Libanòs

    Le violenze non finiscono lì. Nelle settimane successive un’indagine delle autorità italiane mette pretestuosamente sotto accusa il clero copto, accusandolo di fomentare la ribellione.

    Così, fra il 21 e il 27 maggio, il generale Maletti viene incaricato di uccidere tutti i religiosi della città conventuale di Debre Libanòs. I telegrammi inviati dal vicerè a Mussolini parlano di 449 morti, ma negli anni Novanta le ricerche sul campo rivelano che la strage ha provocato fra le 1.400 e le 2.000 vittime.

    “Italiani brava gente”: un mito lontano dalla realtà

    Da episodi come questi emerge chiaramente la violenza repressiva del colonialismo italiano, che si inserisce nella complessa storia dell’espansione imperialistica europea in Africa.

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  • L’eccidio di Crespellano: intervento storico

    L’eccidio di Crespellano: intervento storico

    Sabato 30 agosto 2025 ci incontriamo per ricordare l’81° anniversario dell’eccidio di Crespellano, avvenuto il 28 agosto 1944.

    L’appuntamento è fissato per le ore 10 in piazza A. Berozzi (Crespellano, Valsamoggia). Lì Daniel Degli Esposti terrà il primo di tre interventi narrativi itineranti per ricostruire quella vicenda, inserendola nel suo contesto storico.

    Alle 11:15 il corpo bandistico Remigio Zanoli 1861 ci accompagnerà in corteo verso il monumento dedicato alle vittime dell’eccidio, dove si terranno il racconto storico finale e gli interventi istituzionali.

    L’iniziativa è promossa dal Comune di Valsamoggia, dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio, da ANPI Crespellano e dalle altre sezioni ANPI di Valsamoggia. La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    Gli eventi dell’agosto 1944: una piccola anteprima

    Tra il 20 e il 27 agosto i tedeschi e i fascisti piombarono nella zona di Monte San Pietro per sorprendere i partigiani. Le forze di occupazione volevano infliggere colpi significativi alle strutture della Resistenza e rimpolpare con nuovi ostaggi i battaglioni della TODT impiegati nel rafforza-mento della Linea Gotica.

    Il diciassettenne Otello Palmieri era un informatore dei “ribelli” ed era figlio di un uomo che non aveva mai voluto iscriversi al PNF. Dal momento che le spie lo avevano inserito nell’elenco degli individui pericolosi, il 27 agosto fu rastrellato insieme a un’ottantina di persone sospette e venne rinchiuso in una cantina di Calderino.

    Sessant’anni dopo, il segno di quel dramma restava impresso nella coscienza dell’ormai anziano Otello Palmieri. La rielaborazione della vicenda gli aveva condizionato l’esistenza e lo aveva portato a far emergere il bisogno di raccontare l’ineffabile attraverso i meccanismi di occultamento e disvelamento che caratterizzano le testimonianze degli eventi passati.

    I fascisti del Battaglione “Volontari della Morte” e la seconda compagnia del presidio GNR di Castel D’Aiano non si accontentarono di uccidere quattro uomini nel luogo di detenzione. Giunti in località Fagnano, i militi della GNR catturarono e fucilarono sul posto i disertori Pompilio Nanni e Marino Venturi.

    L’eccidio di Crespellano

    Il 28 agosto gli ostaggi superstiti furono caricati su un camion e vennero condotti lungo la strada per Bologna. Il conducente attraversò la località Muffa, fermò il mezzo poche centinaia di metri prima di entrare a Crespellano e fece allineare quattro individui al muro che costeggiava la strada provinciale, per offrire al plotone d’esecuzione bersagli più agevoli.

    Non è stato possibile stabilire con certezza se alcuni uomini avessero tentato la fuga o se si fosse verificato un atto di insubordinazione, ma la risolutezza dei fascisti non lasciò spazio ad alcuna speranza.

    I prigionieri rimasti sul camion furono costretti ad assistere alla fucilazione dei compagni. Secondo Otello Palmieri, la raffica partì dai fucili di alcuni fascisti che appartenevano alla classe 1925 e avevano frequentato le scuole nel territorio di Monte San Pietro.

    La testimone Celestina Salmi confermò che i membri del plotone non si limitarono a scaricare i mitragliatori contro i condannati, ma infierirono sui corpi già crivellati con diverse pugnalate. Secondo i testimoni già citati, dopo aver portato a termine l’esecuzione, i fascisti si allontanarono cantando e intimarono ai cittadini di non toccare i cadaveri, affinché la loro sorte fosse un monito per i sostenitori della Resistenza.

    Soltanto l’indomani Celestina Salmi riuscì a ricomporre le salme per facilitarne l’identificazione e allontanare l’orrore dagli sguardi dei passanti.

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