Mercoledì 11 marzo 2026 ci incontriamo alle ore 20:30 nella Sala polivalente di Castello di Serravalle (piazza della Pace) per una serata di contributi e riflessioni sulla complessa vicenda del confine orientale.
L’incontro Spine di confine sarà il secondo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?
Nel corso dell’incontro, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Eric Gobetti parlerà delle foibe tra storia e memoria, ma anche della Resistenza dimenticata, ovvero degli italiani che s’impegnarono nella lotta di Liberazione nei Balcani. Dino Spanghero parlerà del confine orientale. Cesare Galantini interverrà per raccontare la memoria della Divisione Garibaldi Montenegro. Io chiuderò il programma con un contributo sulle guerre tra poveri nell’Emilia del secondo dopoguerra, quando gli imprenditori e gli agrari cercarono di utilizzare gli esuli del confine orientale per contrastare gli scioperi e le rivendicazioni dei lavoratori.
L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

Il confine orientale: un’anteprima
Negli ultimi 20 anni in Italia il discorso pubblico ha spesso fatto coincidere le difficili relazioni italo-jugoslave del dopoguerra con le uccisioni e gli occultamenti di cadaveri nelle foibe.
Nell’autunno del 1943 e poi nell’estate del 1945, in due fasi ben distinte tra loro, circa 4.000/5.000 persone di lingua e cultura italiana vengono uccise prima dalle formazioni della Resistenza e poi dai militanti della nascente Repubblica popolare federale jugoslava.
Quando la guerra è ancora in corso, anche per non incorrere nel rischio di far trovare i cadaveri alle forze di occupazione tedesche, i corpi vengono spesso gettati nelle cavità carsiche. Dopo la Liberazione, le uccisioni avvengono in circostanze diverse e una parte consistente dei decessi si verifica nei campi di prigionia allestiti dalle autorità jugoslave.
Alcune vittime sono compromesse con l’occupazione fascista, altre non sono disposte ad accettare il controllo della Repubblica nata dalla Resistenza titoista sui territori annessi dall’Italia dopo la Grande Guerra.
La sorte degli italiani uccisi nell’Alto Adriatico rispecchia la difficile conclusione di un conflitto totale, anche se nel senso comune non viene quasi mai ricondotta agli eventi accaduti nel periodo bellico e nel ventennio del regime fascista.
Una vicenda complessa
In realtà queste vicende storiche – chiamate in causa ogni 10 febbraio con il Giorno del ricordo – presentano una maggiore complessità. Innanzi tutto, la data scelta per commemorarle è quella del Trattato di pace di Parigi, che nel 1947 disegna gli equilibri successivi alla Seconda guerra mondiale, togliendo all’Italia le colonie e i territori sulla sponda destra dell’Adriatico.
Si tratta tuttavia di una vicenda geopolitica assai più estesa, che ridisegna completamente gli scenari europei. Non è dunque possibile isolarne e assolutizzarne un solo elemento, come se si trattasse di un semplice contenzioso italo-jugoslavo. Non è neppure possibile rimuovere tutto ciò che era accaduto prima del 1945.
I Balcani sotto l’occupazione fascista e nazista
A partire dall’aprile 1941, l’occupazione tedesca e italiana della penisola balcanica inaugura infatti una fase carica di problemi e violenze, crimini di guerra e contraddizioni di potere.
Per controllare la Jugoslavia, i nazisti e i fascisti rispolverano il principio romano del “divide et impera”. Alcuni gruppi armati, come gli ustascia croati, ricevono la fiducia e la responsabilità di amministrare parte dei territori, mentre altri (come i cetnici serbi) vengono squalificati e denigrati, pur essendo fieramente monarchici e anticomunisti.
Le tensioni interetniche diventano dunque strumenti di dominio. La visione razziale della Germania nazista prevede la riduzione dei popoli slavi ai lavori forzati. Anche i fascisti recuperano l’originaria ostilità nei confronti delle etnie balcaniche per rinvigorire il morale dei soldati e stimolarli ad aggredire il nemico del momento.
Il destino peggiore è comunque riservato ai partigiani di Josip Broz “Tito”, ai sinti, ai rom e agli ebrei, considerati senza alcun dubbio nemici del popolo germanico e dei fascismi europei.
Crimini di guerra
Nel corso del conflitto i nazisti e i fascisti commettono diversi crimini di guerra e contro l’umanità. Le forze armate incendiano e saccheggiano diversi villaggi, stuprano e uccidono migliaia di civili non soltanto per vendicare gli agguati subiti dalla Resistenza, ma anche per cercare di spezzare col terrore la solidarietà tra i partigiani e la popolazione.
L’Italia fascista non nasconde affatto le proprie responsabilità. Diversi soldati scelgono addirittura di inviare le foto delle atrocità ai parenti per mostrare i risultati fisici delle proprie vittorie.
L’esodo
Le violenze, le uccisioni e l’occultamento dei cadaveri non possono inoltre far dimenticare altri due processi storici, strettamente legati al confine orientale. Si tratta dell’esodo di circa 250.000 persone di lingua e cultura italiana dalle aree slave del confine orientale.
L’accoglienza di queste persone si rivela ben presto problematica. Lo Stato deve farsi carico del loro mantenimento, ma le comunità di destinazione non vedono di buon occhio l’arrivo di nuovi “concorrenti” nel consumo delle risorse e sul lavoro.
In Emilia alle preoccupazioni di sopravvivenza si aggiungono inoltre i pregiudizi politici. Coloro che fuggono dalla Jugoslavia di Tito vengono infatti percepiti come fascisti, anche se molti di loro vivono nel disimpegno e nell’indifferenza. L’ostilità reciproca induce le Sinistre a inasprire i propri giudizi sui profughi e questi ultimi ad abbracciare un nazionalismo sempre più incline a sviluppare nostalgie degli anni Trenta.
Milioni di persone in movimento
L’esodo istriano e giuliano-dalmata si svolge in un’epoca di grandi migrazioni. Nel secondo dopoguerra milioni di persone sono infatti costrette ad abbandonare i loro spazi di vita per raggiungere altri luoghi.
È, ad esempio, il caso dei circa 13 milioni di tedeschi residenti nei territori occupati dalla Wehrmacht tra il 1938 e il 1945. Le loro vicende, intrecciate alle occupazioni militari del periodo bellico e alle contrapposizioni ideologiche del dopoguerra, rappresentano una pagina di storia mai completamente “elaborata”. Una questione complessa, spesso liquidata con disprezzo o strumentalizzata dalle forze politiche.
Limitandosi al contesto del confine orientale, occorre infatti analizzare le cause scatenanti la violenza, valutando i “precedenti” fra italiani e slavi.
Considerare adeguatamente le azioni di occupazione e controllo bellico che il regime fascista ha dispiegato nella penisola balcanica è fondamentale per comprendere storicamente la difficoltà dei rapporti fra le comunità nelle regioni di confine.
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