Storia oggi

Il blog di Daniel Degli Esposti

Autore: Daniel Degli Esposti

  • Modena 1943: passeggiata storica sull’alba della Resistenza

    Modena 1943: passeggiata storica sull’alba della Resistenza

    Giovedì 3 settembre 2026 ci incontriamo alle 20:15 davanti al Teatro Storchi (largo Garibaldi 15) per la passeggiata storica Modena 1943. Alba di Resistenza.

    Camminando nel centro della città, scoprirai cosa accadde a Modena nei 45 giorni di un’estate decisiva per le sorti dell’Italia nella Seconda guerra mondiale.

    Come reagì la società modenese alle notizie disastrose che provenivano dai fronti di guerra? Cosa pensavano le persone comuni di Mussolini e del regime fascista? Che cosa accadde quando la radio annunciò che il Duce era stato arrestato? E quali reazioni provocò il radiomessaggio dell’armistizio con gli anglo-americani, firmato il 3 settembre e comunicato nella serata dell’8?

    I miei racconti storici e le letture di Federico Benuzzi ti faranno scoprire il risveglio delle coscienze e il ritorno in scena di persone che si erano opposte al fascismo, trovandosi costrette ad agire in clandestinità. Che cosa fecero appena ritrovarono l’opportunità di parlare in pubblico? Come reagirono all’occupazione nazista dopo l’8 settembre 1943?

    La partenza della passeggiata storica è prevista per le ore 20:30.

    Se vuoi partecipare, iscriviti seguendo le indicazioni presenti nella parte finale dell’articolo.

    Come partecipare a Modena 1943

    Per partecipare alla passeggiata storica Modena 1943. Alba di Resistenza, con narrazioni di Daniel Degli Esposti e letture di Federico Benuzzi, è necessario iscriversi. Occorre inoltre pagare una quota di partecipazione, da versare alla partenza: 10€ a persona, 5€ per ragazze e ragazzi minori di 12 anni, gratuito per bambine e bambini minori di 6 anni. Anche i tuoi amici a quattro zampe sono i benvenuti!

    L’evento dura circa 2 ore, comprese le soste per le narrazioni storiche. La passeggiata si svolgerà su un percorso urbano, non ad anello. Dalla tappa conclusiva, sarà possibile raggiungere il punto di partenza con una camminata di circa 10 minuti.

    Per iscriverti alla passeggiata, scrivi una e-mail con il tuo nome e cognome e con il numero dei partecipanti a info@storiaoggi.it.

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  • Medicina resiste: passeggiata storica

    Medicina resiste: passeggiata storica

    Martedì 8 settembre 2026 ci incontriamo per la passeggiata storica Medicina resiste. A 83 anni dall’annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani, ripercorreremo la fase più intensa della Seconda guerra mondiale nella pianura bolognese.

    Camminando nel centro storico, scopriremo come a Medicina l’antifascismo si trasformò in Resistenza. Ritroveremo i luoghi in cui le violenze naziste e fasciste lasciarono un segno rimasto nella memoria e ascolteremo le voci di chi visse la lotta di Liberazione grazie alle letture attoriali di Federico Benuzzi.

    L’appuntamento è fissato alle ore 20:15 sotto la loggia del Comune, in via Libertà 103, a Medicina.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare. L’iniziativa è promossa da ANPI Medicina in collaborazione con l’amministrazione comunale.

    Medicina resiste: una piccola anteprima sull’8 settembre 1943

    Il 3 settembre 1943 il Regno d’Italia firma un armistizio con gli Stati Uniti e l’Impero britannico. Il Regio Esercito cessa le ostilità nei confronti delle forze armate alleate e s’impegna a resistere «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Tuttavia, le truppe italiane non sono pronte a combattere contro gli ex alleati tedeschi. Anche per questo, il governo di Badoglio non vuole dare l’annuncio della resa agli anglo-americani.

    Dopo qualche giorno di attesa, gli Alleati pretendono che l’Italia riveli la nuova situazione, minacciando nuovi bombardamenti sulle città. Il governo cede e l’annuncio è trasmesso via radio alle 19:42 dell’8 settembre.

    L’Italia si ritira dal conflitto lasciando il Regio Esercito senza direttive precise. Intanto le forze armate germaniche si preparano ad applicare il piano Achse, che prevede l’occupazione della penisola fino alla Campania meridionale.

    L’armistizio a Bologna

    A Bologna, mentre si formano cortei lungo le strade e s’improvvisano comizi nelle piazze, alcuni esponenti del Comitato «pace e libertà» si mettono a disposizione del Comando militare territoriale per contribuire alla difesa della città, chiedendo di distribuire armi ai cittadini.

    Il generale Terziani rifiuta, affermando di essere pronto a eseguire gli ordini dei superiori. In quella serata, tuttavia, i vertici delle istituzioni e delle forze armate si eclissano, provocando il collasso del Paese.

    Terziani decide di arrendersi alle truppe tedesche e anche negli altri capoluoghi di provincia le autorità militari non organizzano sistematicamente la difesa, isolando di fatto i reparti che abbozzano una resistenza.

    Lo squadrone di cavalleria “Novara”, di stanza a Medicina, si disperde rapidamente, abbandonando armi ed equipaggiamenti.

    9 settembre: l’alba di “Medicina resiste”

    Così, il mattino del 9 settembre gli emiliani e i romagnoli si risvegliano sotto l’occupazione nazista. Il giorno successivo un Ordine del Führer istituisce il plenipotenziario civile del Reich in Italia, Rudolf Rahn, legato al Ministero degli Esteri. Hitler affida ai prefetti il compito di far funzionare le amministrazioni locali, insedia presso il governo fascista un consigliere straordinario per le questioni di polizia e istituisce un comandante militare territoriale per la zona occupata, favorendo il collocamento di presidi dell’esercito nelle principali città del centro-nord.

    I tedeschi impongono alle autorità italiane la collaborazione, garantendo l’appoggio delle truppe insediate nei centri urbani, ma la situazione rimane confusa per qualche giorno.

    In molti paesi i civili prendono d’assalto ammassi e salumifici per evitare che le scorte finiscano nelle mani dei tedeschi, provocando anche incidenti con gravi conseguenze.

    A Medicina, invece, nasce un comitato per la distribuzione del grano alla popolazione: dal momento che il commissario prefettizio Giuseppe Valeriani si è reso irreperibile, gli artefici dell’iniziativa sono antifascisti come Argentesi, Trippa, Bertolini, Baroncini, Mario Monterumici e il medico Leone Timoncini.

    Collaborando con l’ufficio annonario del Comune, il comitato distribuisce due quintali di grano per ogni persona a prezzo convenzionato, sostituendo per un anno la tessera del pane e della pasta. Si procede in gran fretta e il successo dell’iniziativa è soltanto parziale, ma sono evitati incidenti.

    Per scoprire altre vicende della lotta di Liberazione, ti aspetto alla passeggiata storica Medicina resiste.

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  • L’obbedienza non è più una virtù: incontro a Lama Mocogno

    L’obbedienza non è più una virtù: incontro a Lama Mocogno

    Sabato 22 agosto 2026 ci incontriamo alle ore 18 alla Locanda Bellavista di Lama Mocogno per il primo appuntamento di una nuova rassegna organizzata dalla locale sezione dell’ANPI. L’iniziativa s’intitola L’obbedienza non è più una virtù. Don Lorenzo Milani e l’obiezione di coscienza tra storia e presente.

    Barbara Baldaccini, vicepresidente della sezione ANPI Lama Mocogno – Scoltenna, parlerà di don Lorenzo Milani. La vita del sacerdote di Barbiana offre parecchi spunti di riflessione sia nell’ambito educativo, sia nel rapporto tra il pastore cattolico e la società civile. Nell’incontro emergerà, in particolare, l’impegno a favore dei giovani che rifiutavano il servizio militare.

    Io cercherò di far emergere perché anche oggi l’obbedienza non è più una virtù. Anche se gli interessi economici ci spingono verso il riarmo degli arsenali e delle coscienze, non mancano le obiezioni. Chi riesce, oggi, a dire NO alla guerra? Quali sono i modi con cui si può contrastare la militarizzazione della società?

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    «L’obbedienza non è più una virtù»: una piccola anteprima

    «Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto» (dalla Lettera ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965).

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  • Trekking storico a Monteorsello

    Trekking storico a Monteorsello

    Sabato 29 agosto 2026, nel pomeriggio, ti aspetto a Selva di Monteorsello per la seconda edizione del trekking Storie da gustare, sentieri da vivere.

    Cammineremo tra le colline che circondano il rio Monteorsello, nello splendido territorio di Guiglia. Racconterò nuove storie di Resistenza, seguendo idealmente i passi dei partigiani che, tra il 1944 e il 1945, scelsero quei luoghi per portare avanti la lotta di Liberazione.

    Come partecipare al trekking storico a Monteorsello

    Il ritrovo è fissato per le ore 17 presso l’Agriturismo Nonna Nella (via Buzzeda 4, Monteorsello di Guiglia). Da lì partiremo per il trekking. Entro le 19:30 ritorneremo all’Agriturismo Nonna Nella per un ricco apericena a buffet.

    Consigliamo la partecipazione alle persone abituate a camminare. Il percorso presenta alcuni tratti in salita e alterna tratti su asfalto, su ghiaia, su sentiero e su capezzagna. Raccomandiamo di indossare scarpe adatte a camminare nella natura, di portare un cappellino e una scorta d’acqua.

    Per partecipare, è necessario iscriversi scrivendo al numero 335.496736 o al numero 342.6681316. La quota di partecipazione, comprensiva dell’accompagnamento storico e dell’apericena, è di 25€ (pagamento in loco).

    L’iniziativa è promossa dall’Agriturismo Nonna Nella, da Storia oggi e da ANPI Marano sul Panaro – Marano Resiste.

    Una piccola anteprima

    Tra i primi mesi del 1944 e la primavera del 1945 i campi e i boschi di Monteorsello furono nascondigli per diversi giovani. Se all’inizio molti di loro volevano solo cercare di non farsi arrestare, col passare dei mesi cominciarono a battersi per far finire la guerra e le ingiustizie che avevano vissuto.

    In una serie di tappe narrative, ti farò scoprire le storie delle donne e degli uomini della Resistenza a Selva di Monteorsello. Sono vicende in cui s’intrecciano disperazione e coraggio, determinazione e preoccupazioni. Sono storie vive, che scopriremo camminando, ovvero adottando ritmi simili a quelli di chi si spostava in clandestinità durante la lotta partigiana.

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  • Non c’era tempo per la paura: narrazione-spettacolo

    Non c’era tempo per la paura: narrazione-spettacolo

    Domenica 30 agosto 2026 ci incontriamo alle 9:30 nella sala del Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano (Via Palmiro Togliatti 5/F, Valsamoggia) per la narrazione-spettacolo Non c’era tempo per la paura. Storie di Resistenza a Crespellano.

    Racconterò nuove vicende dell’antifascismo e della lotta partigiana in paese, proseguendo il filo tracciato lo scorso 19 aprile con la narrazione-spettacolo Controvento. Armando Masetti e la Resistenza a Crespellano.

    Non c’era tempo per la paura: una piccola anteprima

    La Resistenza di Crespellano è ricca di vicende che rivelano la forza di una comunità determinata a battersi per costruire la giustizia.

    Nelle prime fasi della Resistenza, l’esperienza dei perseguitati politici fu decisiva per diffondere la coscienza antifascista. Decine di donne scelsero di rischiare, uscendo nelle strade e nelle piazze per far sentire la propria voce. Occuparono la piazza chiedendo distribuzioni di cibo e vestiti, ma soprattutto contestando la guerra fascista.

    La solidarietà popolare consentì al Comitato di liberazione nazionale e agli organizzatori della lotta partigiana di costruire collegamenti tra le diverse zone del territorio occupato.

    Crespellano divenne così una cerniera di Resistenza tra il bolognese e il modenese. Le formazioni delle periferie provinciali rimangono in contatto con i centri arrivi nelle città, dove non sempre i militanti conoscono gli animatori degli altri nuclei ribelli.

    Per conoscere le storie della Resistenza a Crespellano, ti aspettiamo alla narrazione-spettacolo Non c’era tempo per la paura.

    Come partecipare

    La partecipazione alla narrazione-spettacolo Non c’era tempo per la paura. Storie di Resistenza a Crespellano è gratuita grazie al sostegno di ANPI Crespellano. Non è necessario prenotare.

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  • Coltivare la pace: narrazione-spettacolo a Savignano

    Coltivare la pace: narrazione-spettacolo a Savignano

    Domenica 30 agosto 2026 ci incontriamo alle ore 18 nel parco Gino Strada a Savignano sul Panaro (frazione Garofano) per la narrazione-spettacolo Coltivare la pace. Teresa Sarti, Gino Strada e il viaggio di Emergency nel mondo contemporaneo. Racconterò le vicende di due persone che hanno dedicato la propria vita a concretizzare la giustizia e l’uguaglianza tra gli esseri umani.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    L’iniziativa è organizzata da Emergency – Gruppo di Modena e dal Comune di Savignano sul Panaro. Sarà l’occasione per ricordare la passione e l’impegno civile con cui Roberto Cocciolo ha proseguito il cammino di Teresa e Gino. Raccontare questa storia è un modo di raccogliere il testimone per continuare a seguire il suo esempio nella vita di tutti i giorni.

    Nel corso dell’evento i rappresentanti dell’Associazione Kaki Tree Project consegneranno all’Amministrazione comunale una talea dell’albero di cachi sopravvissuto alla bomba atomica sganciata sulla città di Nagasaki il 9 agosto 1945. Quell’albero rappresenta la forza della pace ed è un simbolo per tutte le persone che vogliono coltivarla, contrastando il riarmo atomico (e non solo). La talea sarà messa a dimora nelle settimane successive in un parco pubblico di Savignano.

    Una piccola anteprima

    Ripercorreremo insieme le vite di Teresa Sarti e Gino Strada, dall’infanzia nella Sesto San Giovanni del secondo dopoguerra all’idea che “umanizzare la guerra significa abolirla”, faro per le attività e per le campagne di Emergency.

    Capiremo perché Teresa e Gino comprendono e ripudiano le ingiustizie strutturali della società in cui crescono, battendosi per superarle sia nell’insegnamento scolastico sia nella professione medica, fino a immaginare l’avventura di una ONG finalizzata a salvare vite umane ripudiando al tempo stesso la guerra.

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  • Ospitaletto nella Seconda guerra mondiale: intervento storico

    Ospitaletto nella Seconda guerra mondiale: intervento storico

    Domenica 9 agosto 2026 il Comune di Marano sul Panaro ricorderà la strage di Ospitaletto, avvenuta tra il 12 e il 25 agosto 1944. Le celebrazioni e gli interventi istituzionali saranno seguiti da un mio racconto storico sulle vicende che 82 anni fa sconvolsero la frazione dell’alta collina maranese.

    In quest’anno, segnato dalle devastazioni delle guerre e dagli abbagli del riarmo, intreccerò la narrazione di ciò che accadde qui a diversi spunti di riflessione sul presente. Che cosa accade a una comunità quando un esercito o una milizia devasta il luogo in cui vive? Come si può tornare a vivere in una terra martoriata? Quali parole possono descrivere efficacemente drammi di questo tipo?

    Il ritrovo è fissato alle ore 10 nel piazzale antistante la chiesa di Ospitaletto. Dopo il concerto della banda cittadina, è previsto il saluto dell’Amministrazione comunale. In seguito si terrà il mio racconto storico.

    La strage di Ospitaletto: una piccola anteprima

    Fra il 30 luglio e il 3 agosto 1944 le truppe tedesche attaccano in forze la zona libera di Montefiorino. I partigiani della montagna modenese e reggiana non hanno possibilità di resistere e sono costretti a sganciarsi.

    I più determinati a proseguire la lotta si spostano nelle valli vicine e cercano di riorganizzarsi. Le difficoltà non mancano: i collegamenti sono difficili e qualcuno perde la fiducia nei comandi.

    Partigiani a Ospitaletto

    Intorno al 10 agosto una formazione di circa 300 uomini, staccatasi dalla divisione di Marcello Catellani, si insedia presso alcune case coloniche a Ospitaletto di Marano sul Panaro. La guida Adolfo Bambini (“il Toscano”), un combattente deciso a continuare la lotta nonostante le difficoltà. Passa poco tempo ed elementi ostili alla Resistenza segnalano ai fascisti la presenza dei partigiani.

    Nel pomeriggio del 12 agosto una piccola squadra della Guardia nazionale repubblicana di Marano e Vignola parte per attaccare i “ribelli”. I fascisti, però, sono in inferiorità numerica: perdono il camion e si rifugiano in una casa colonica. I militi di Salò si salvano poco dopo, poiché l’arrivo di rinforzi tedeschi impegna i partigiani in un combattimento. Nel corso degli scontri il vice-comandante della formazione Mario Allegretti coglie i nemici alle spalle, mettendoli in fuga.

    I nazisti ripiegano, lasciando sul terreno cinque uomini. Mentre scendono a valle, le truppe accusano i contadini Marino e Leonidio Vandelli di aver coperto la fuga dei “ribelli”. Sono padre e figlio, colti nei campi quasi per caso. Passano insieme momenti convulsi, presto interrotti dagli spari di chi non si fida del loro silenzio. Muoiono così, uno accanto all’altro.

    Una violenza protratta nel tempo

    All’alba del 13 agosto comincia la vendetta. Aiutati dai fascisti, i nazisti della Veterinär-Kompanie 362 (362. Infanterie-Division) impiccano nel borgo di Ospitaletto cinque partigiani prelevati dal carcere vignolese di Villa Santi: sono Aldo Casalgrandi, Luciano Orlandi, Primo Terzi, Antonio Maccaferri e Geo Ballestri. Dopo aver proibito di rimuovere i corpi, si radunano nella piazzetta dello Spino per pianificare la terra bruciata.

    Nel pomeriggio i reparti nazisti uccidono civili, incendiano cascine e massacrano il bestiame. Muoiono Gino Baranzoni, Augusto Cavedoni, Giuseppe Ferrari, Caterina Gualmini, Giuseppe Leonelli, Adalgisa Ronchi, Clarice Ronchi, Maria Savigni, Teobaldo Savigni e Alberto Severi. Quando scende la sera, gli esecutori della strage impongono che nessuno rimuova i corpi dei morti e le carcasse degli animali fino al Ferragosto.

    Le operazioni antipartigiane ripartono il 17 agosto, sfruttando le difficoltà organizzative della Resistenza. Con la collaborazione dei fascisti, i nazisti raggiungono Selva di Puianello e le zone di confine tra Ospitaletto e Serramazzoni. I partigiani vengono sorpresi all’alba e accusano diverse perdite tra morti e prigionieri. Perdono la vita Agostino Longini, Ivaldo Maccaferri, Livio Arrigo Pelliccioli e Giorgio Fontanili. Secondo le testimonianze raccolte presso la comunità locale, sette ostaggi vengono uccisi a Ospitaletto il 25 agosto. Sul loro conto le notizie sono tuttavia ancora imprecise, eccezione fatta per Corrado Tagliavini e Antonio Ferrari.

    I silenzi del dopoguerra

    Dopo le tragedie dell’agosto 1944 nessun membro della comunità biasimò pubblicamente i delatori. Le famiglie delle vittime cercarono nella discrezione e nella vicinanza reciproca gli stimoli alla ripresa di una normalità altrimenti impossibile. La comunità preferì mantenere un profondo riserbo sulla strage, al punto che le spie non furono denunciate neppure nel dopoguerra. Nessuno sentì il desiderio di riaprire le ferite inferte dal conflitto. Il dolore del lutto rimase confinato nel silenzio delle colline rurali, che cercarono di riprendere i ritmi della quotidianità.

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  • Trekking e pastasciutta antifascista a Lama Mocogno

    Trekking e pastasciutta antifascista a Lama Mocogno

    Domenica 26 luglio 2026 ci incontriamo alle Piane di Mocogno per un trekking storico che aprirà la giornata della pastasciutta antifascista a Lama Mocogno.

    L’appuntamento è fissato per le ore 9 nella zona del Centro Fondo. Cammineremo per un paio d’ore, andando alla scoperta delle storie custodite dai “caselli della Resistenza”. Per arricchire i miei racconti, Federico Benuzzi darà voce alle memorie legate a quei luoghi.

    Intorno alle 11 saremo di ritorno alle Piane di Mocogno per partecipare alla pastasciutta antifascista (con inizio alle 12) e alle attività del pomeriggio. Dalle 15 suoneranno la Banda Popolare dell’Emilia Rossa e Le piccole morti, mentre alle 17:30 ci sarà l’estrazione della sottoscrizione a premi.

    La pastasciutta è offerta dalla sezione ANPI Lama Mocogno. A seguire sarà disponibile un menu con crescentine, insalate miste, un piatto vegetariano, dolci, frutta, bevande e caffè a offerta libera.

    Come partecipare alla pastasciutta antifascista a Lama Mocogno

    Per partecipare al trekking è consigliato (ma non necessario) prenotare (info: 334.1647273).

    Per la pastasciutta è necessaria la prenotazione (334.1647273).

    Il progetto di ricerca sui “caselli della Resistenza”

    Negli ultimi mesi ho cominciato una ricerca per ricostruire le vicende storiche della Resistenza nel territorio di Lama Mocogno. La locale sezione dell’ANPI sta costruendo un percorso per unire una serie di “caselli”, fabbricati che servivano per dare riparo al bestiame, ai pastori e agli attrezzi nelle zone dei pascoli.

    Le indagini negli archivi delle formazioni partigiane, il recupero delle interviste e delle memorie familiari si legano alla volontà di capire e raccontare la funzione di quelle strutture durante la lotta di Liberazione.

    Parliamo di “caselli della Resistenza” perché i partigiani trovarono riparo in molti di questi fabbricati. La comunità locale ha tramandato per decenni aneddoti su ciò che accadde tra i pascoli e i singoli “caselli”.

    Dove finisce la storia e comincia la “leggenda”? Che cosa sappiamo davvero di quei “caselli”? Quali fatti si sono verificati nei dintorni delle Piane di Mocogno? E perché, in ogni caso, quella zona è stata fondamentale per lo sviluppo della Resistenza?

    Il trekking storico e la pastasciutta antifascista a Lama Mocogno del 26 luglio saranno l’anteprima di un progetto che continuerà ad accompagnarci nei prossimi mesi.

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  • La caduta del fascismo: passeggiata a Modena

    La caduta del fascismo: passeggiata a Modena

    AGGIORNAMENTO: l’evento è annullato per le previsioni di temporali intensi su tutta l’Emilia nella giornata del 21 luglio. Martedì 21 luglio 2026 ci incontriamo per la passeggiata storica La caduta del fascismo. I 45 giorni del 1943 a Modena. Camminando nel centro della città, scoprirai ciò che accadde in un momento chiave della Seconda guerra mondiale.

    Come reagì la società modenese alle notizie disastrose che provenivano dai fronti di guerra? Cosa pensavano le persone comuni di Mussolini e del regime fascista? E che cosa accadde quando la radio annunciò che il Duce era stato arrestato?

    I miei racconti storici ti faranno scoprire il risveglio delle coscienze e il ritorno in scena di persone che si erano opposte al fascismo, trovandosi costrette ad agire in clandestinità. Che cosa fecero appena ritrovarono l’opportunità di parlare in pubblico?

    Il ritrovo è fissato alle ore 20:45 davanti al Teatro Storchi (largo Garibaldi 15). La partenza è prevista per le ore 21.

    Se vuoi partecipare, iscriviti seguendo le indicazioni presenti nella parte finale dell’articolo.

    La caduta del fascismo: una piccola anteprima

    Nella seconda metà di luglio alcuni gerarchi sollecitano la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo. Mussolini accetta questa proposta e fissa la riunione per il pomeriggio del 24 luglio.

    a discussione è animata, poiché i rovesci degli ultimi mesi e l’impatto dei bombardamenti spingono diversi membri a chiedere la rottura dell’alleanza con la Germania nazista. Nel corso della seduta Dino Grandi presenta un ordine del giorno che mette in minoranza la posizione bellicista e filonazista di Mussolini.

    L’arresto di Mussolini

    Il voto del Gran Consiglio apre la strada all’arresto del Duce, che il 25 luglio viene ratificato dal re Vittorio Emanuele III. Il sovrano “dimentica” di aver aperto la strada all’ascesa del fascismo e di averne sostenuto le politiche fino al collasso militare di quell’estate. Cerca dunque di scaricare sul Duce tutte le responsabilità del fallimento militare e dei crimini commessi dalle truppe italiane.

    Il cambiamento è però tutt’altro che radicale. Di fronte al tracollo del Regio Esercito, la monarchia cerca semplicemente di salvare la propria immagine e la compattezza del blocco sociale che ha sostenuto il fascismo. Togliendo dalla scena il leader più visibile e compromesso, Casa Savoia spera di raggiungere un’intesa con gli Alleati senza smarrire il controllo sulla politica nazionale.

    Il governo Badoglio

    Vittorio Emanuele III affida dunque il governo a un uomo tutto sommato gradito ai conservatori britannici. È il maresciallo Pietro Badoglio, un militare che ha goduto a lungo dei favori di Mussolini e si è macchiato di crimini nella guerra di Etiopia.

    Appena prende il controllo dell’ufficio, Badoglio si adopera affinché le manifestazioni di giubilo per la destituzione del Duce vengano contenute o soffocate dalle forze di polizia. Si affretta poi a dichiarare che «la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco». Intanto però i diplomatici avviano trattative con gli Alleati per portare il Paese fuori dal conflitto.

    Una classe dirigente allo sbando

    La classe dirigente del regime fascista si spacca. Alcuni gerarchi prendono le distanze dal progetto politico-militare che hanno sostenuto negli otto anni precedenti; altri rimangono invece fedeli alla linea tracciata dal dittatore, rifiutando ogni tentativo di uscire dalla guerra.

    In tutta la penisola comincia un periodo di tensioni e incertezze. I britannici e gli statunitensi proseguono i bombardamenti a tappeto sulle città per convincere il popolo ad allontanarsi definitivamente dalla guerra fascista, mentre Badoglio non rompe subito l’alleanza con il Reich per timore di generare una reazione non controllabile.

    Ordine pubblico e repressione

    La linea del Governo costringe le autorità periferiche dello Stato e i reggenti dei municipi a intensificare la sorveglianza sulle comunità, affinché l’ordine pubblico non risulti turbato dall’incedere degli eventi.

    Poco dopo l’annuncio dell’avvicendamento al vertice dell’esecutivo, ad esempio, il questore di Modena invita i podestà e i commissari prefettizi alla guida delle amministrazioni comunali a vigilare «per evitare manifestazioni di qualsiasi genere».

    I vertici del Regno temono che le piazze d’Italia si riempiano di persone pronte a chiedere pane e pace, caricando di ulteriori pressioni le trattative per l’uscita dalla guerra e innescando nuovi sospetti nelle coscienze dei militari tedeschi.

    Come partecipare alla passeggiata

    Per partecipare alla passeggiata storica La caduta del fascismo, con narrazioni di Daniel Degli Esposti e letture di Federico Benuzzi, è necessario iscriversi. Occorre inoltre pagare una quota di partecipazione, da versare alla partenza: 10€ a persona, 5€ per ragazze e ragazzi minori di 12 anni, gratuito per bambine e bambini minori di 6 anni. Anche i tuoi amici a quattro zampe sono i benvenuti!

    L’evento dura circa 2 ore, comprese le soste per le narrazioni storiche. La passeggiata si svolgerà su un percorso urbano, non ad anello. Dalla tappa conclusiva, sarà possibile raggiungere il punto di partenza con una camminata di circa 10 minuti.

    Per iscriverti alla passeggiata, scrivi una e-mail con il tuo nome e cognome e con il numero dei partecipanti a info@storiaoggi.it.

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  • Mandela Day: incontro a Modena

    Mandela Day: incontro a Modena

    Sabato 18 luglio 2026 al Parco Amendola di Modena sarà celebrato l’International Mandela Day. Come ogni anno, Loving Amendola e Modena Terzo Mondo ricorderanno Nelson Mandela con una serata di parole e musica.

    L’evento inizierà alle ore 21 con il mio intervento storico. Racconterò l’apartheid sudafricano, l’impegno di Nelson Mandela contro il razzismo e il legame da lui instaurato con il movimento per la liberazione della Palestina. Spingendomi verso il presente, ricostruirò come si sono sviluppati i rapporti tra il Sudafrica, Israele e la Palestina.

    Rifletterò anche sui motivi che recentemente hanno fatto crescere l’ostilità nei confronti delle persone straniere in Sudafrica. Perché nel Paese che Mandela sognava di trasformare nella “nazione arcobaleno” si sono diffuse idee xenofobe? E perché le vittime del razzismo (o i loro eredi) possono diventare artefici del razzismo?

    Al termine del mio intervento, intorno alle 21:30, ci sarà l’esibizione dei Calaluna in un tributo a Fabrizio de André.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    Mandela Day: chi era Nelson Mandela?

    Nelson Mandela nasce a Mvezo, nella provincia di Cape Town, il 18 luglio 1918. Tuttavia non si chiama Nelson: i genitori gli impongono il nome Rolihlahla. È un bambino fortunato, poiché è figlio di un capo locale, inserito nell’alta società xhosa. Quando supera la soglia dei 20 anni, la famiglia cerca di imporgli un matrimonio combinato. Rolihlahla non accetta però l’idea di sposarsi per rispettare un ordine e fugge a Johannesburg.

    Quando arriva in città, decide di chiamarsi “Nelson” e s’iscrive alla facoltà di legge dello University college of Fort Hare. Ha già una personalità piuttosto spiccata: ama lo sport, in particolare il pugilato, e le donne. Vive una giovinezza intensa e appagante, ma qualcosa gli impedisce di sentirsi del tutto realizzato. È molto più ricco e fortunato di tanti altri ragazzi africani, ma nella società sudafricana di quegli anni la pelle dal colore dell’ebano è l’ostacolo più grande.

    Nella “patria” dei britannici e degli afrikaner, discendenti dei colonizzatori olandesi, i neri non sono cittadini al pari dei bianchi. Non possono neppure vivere al loro fianco, frequentando gli stessi luoghi. È infatti in vigore l’apartheid, un sistema legislativo che impone la segregazione razziale.

    Nelson non accetta il razzismo. Già nel 1942 aderisce a un partito di ispirazione proletaria, l’African National Congress. Comincia a studiare i problemi da una prospettiva di profonda apertura culturale. Si sente un privilegiato, quindi decide di lottare per garantire i diritti anche ai suoi fratelli più poveri.

    Dalla lotta contro il razzismo al penitenziario di Robben Island

    A 40 anni Nelson capisce che i sostenitori dell’apartheid, pur di mantenere i loro privilegi, sarebbero disposti a massacrare i neri. Accetta allora di impugnare le armi e di organizzare la guerriglia. È disposto a rischiare tutto ciò che ha, pur di cambiare il Sudafrica.

    Entra in clandestinità, ma presto le forze governative lo scoprono e lo arrestano. I media degli afrikaner lo presentano come un pericoloso terrorista. Nel 1964 Mandela viene rinchiuso a Robben Island, nel buio di una cella di isolamento. Ogni giorno sente il rumore dei picconi con cui gli altri detenuti spaccano le pietre del cortile. Diventa così il numero 46664.

    I carcerieri si convincono che quell’uomo in catene non sarebbe più tornato a essere Mandela, il leader carismatico della lotta contro l’apartheid. In fondo, nel resto del mondo quelli che conoscono la sua storia sono troppo pochi per muovere le opinioni delle masse. Negli anni Sessanta il regime segregazionista è anche piuttosto tollerato dall’establishment occidentale. Chi potrebbe mai mantenere viva la speranza di rovesciarlo dall’interno?

    Nel buio della sua cella, tuttavia, Mandela non smette di credere nel cambiamento. Gli anni Settanta del Sudafrica scorrono senza stravolgimenti, ma nel resto dell’Occidente molte persone cominciano a interessarsi delle ingiustizie subite dai “dannati della terra”.

    Il mondo comincia ad accorgersi che quell’uomo, ormai chiamato affettuosamente Madiba, può diventare l’anima libera dell’Africa nera. Comincia una mobilitazione che si prolunga fino alla metà degli anni Ottanta. Nel decennio di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, una generazione di musicisti raccoglie il grido degli oppressi del Sudafrica e chiede la libertà del prigioniero numero 46664. Anche diverse istituzioni sportive decidono di punire gli artefici dell’apartheid, escludendo le rappresentative sudafricane dalle competizioni internazionali.

    La liberazione dal carcere e l’arrivo al potere

    Alla fine degli anni Ottanta la battaglia di Nelson Mandela si avvicina a una conclusione positiva. Madiba continua infatti a far sentire un’energia che si proietta al di là delle sbarre e dei muri. Anche l’apartheid ha le ore contate: il governo inizia infatti a smantellare la segregazione razziale.

    L’11 febbraio 1990 il presidente De Klerk ordina la scarcerazione del detenuto-simbolo dell’apartheid, che pronuncia subito un discorso molto ispirato. Il Sudafrica sta per entrare in una nuova epoca.

    Quando esce dal carcere, Mandela assume ufficialmente la guida dell’African national congress. Passano quattro anni e il Sudafrica organizza le prime elezioni presidenziali alle quali possono partecipare liberamente anche i neri. Con quel voto Mandela diventa presidente dello Stato che lo ha rinchiuso per 27 anni nella cella di Robben Island. Un’intera generazione di neri non vede l’ora di abbattere i simboli della discriminazione.

    Quasi tutti vorrebbero cancellare la nazionale di rugby, ovvero gli Springboks, il simbolo sportivo della supremazia bianca. Quasi tutti si aspettano che Mandela annienti una squadra che ha sempre sostenuto la propaganda dell’apartheid. I piani di Madiba, però, sono radicalmente diversi. Quando era giovane, non sognava di eliminare i bianchi, ma di costruire una nuova nazione per tutti i sudafricani.

    Per questo nel 1995, quando il Sudafrica organizza il Mondiale di rugby, Mandela decide di abbracciare in pubblico François Pienaar, il capitano degli Springboks.

    La “nazione arcobaleno”

    Il giocatore si lascia guidare dal presidente in una visita a Robben Island, poi trasmette alla squadra un messaggio di unità. Il Sudafrica non è favorito dai pronostici, ma gioca con grande determinazione e riesce a vincere il campionato del mondo. Per la prima volta il Paese celebra un trionfo degli Springboks in un’atmosfera di festa generale.

    Dopo decenni di segregazione e di odio, i bianchi e i neri si scoprono uniti sotto la bandiera della nuova Repubblica. Mandela non riesce a risolvere completamente il problema del razzismo, ma dimostra che lo sport può trasformarsi in un linguaggio di fratellanza. Nel 1996 il calcio, giocato soprattutto dai neri, gli regala un’altra grande gioia. La sua nazionale, conosciuta con l’appellativo di Bafana-Bafana, vince la Coppa d’Africa.

    Gli ultimi anni di Nelson Mandela

    Negli anni Duemila decine di atleti fanno visita a Madiba, ritenuto ormai un simbolo della lotta antirazzista. La NBA, il massimo campionato del basket statunitense, lo nomina addirittura ambasciatore del proprio sport in Africa. L’ultimo grande regalo arriva dalla FIFA: il discusso presidente Joseph Blatter assegna al Sudafrica l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio del 2010.

    Quando si aprono i giochi, Madiba ha già 92 anni ed è malato, ma non rinuncia a partecipare. Sfida il gelo di Johannesburg per un giro di campo su un caddy elettrico. È la sua ultima immagine pubblica. Nei tre anni successivi i polmoni non gli permettono più di restare sotto i riflettori. Madiba trascorre l’ultima fase della sua vita tra la casa di Johannesburg e l’ospedale.

    Nel 2019, a sei anni dalla morte, Nelson Mandela può ancora essere considerato uno dei personaggi più influenti di due secoli distinti: il Ventesimo e il Ventunesimo. Il suo ricordo continua a guidare chi si batte per i diritti degli “ultimi”, anche quando le missioni sembrano impossibili. Proprio per questo, oggi più che mai, è importante conoscere la storia di questo protagonista dell’ultimo secolo. Perché sapere chi è Nelson Mandela aiuta a ricordare che le battaglie per la giustizia e la libertà possono essere vinte.

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