Storia oggi

Il blog di Daniel Degli Esposti

Autore: Daniel Degli Esposti

  • Salvare. Narrazione-spettacolo su don Elio Monari

    Salvare. Narrazione-spettacolo su don Elio Monari

    Martedì 27 gennaio 2026, nel Giorno della Memoria, ci incontriamo alle 20:30 al Teatro La Venere di Savignano sul Panaro per la narrazione-spettacolo Salvare. Don Elio Monari e la rete di soccorso agli ebrei modenesi.

    Racconterò una storia di impegno collettivo nel nascondere e nell’assistere le persone perseguitate. È una vicenda di salvezza e di accoglienza, accaduta in un’epoca in cui la solidarietà nei confronti di chi era considerato “nemico” era un reato.

    Federico Benuzzi porterà in scena le voci di quel tempo tragico con le sue letture. Dalla nostra narrazione-spettacolo emergerà la figura di don Elio Monari, attivatore e animatore della rete clandestina per la salvezza delle persone oppresse.

    L’iniziativa è organizzata dall’Assessorato alla Legalità, Azioni per la pace, la memoria e le celebrazioni e dal Comitato per le Celebrazioni del Comune di Savignano sul Panaro.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare.

    Don Elio Monari: una piccola anteprima

    Elio Monari, figlio di Augusto e Luigia Ori, nasce a Spilamberto il 25 settembre 1913. Ordinato sacerdote, nell’estate del 1943 opera nella parrocchia modenese di San Biagio.

    Dopo l’armistizio dell’8 settembre diventa un elemento fondamentale per la rete clandestina di assistenza ai prigionieri alleati in fuga dai campi nazisti. Si mette a disposizione anche delle altre persone oppresse e perseguitate, tra cui gli ebrei. Si avvicina così ai primi organizzatori della Resistenza.

    Nella primavera del 1944 è prima costretto ad agire con crescente circospezione, poi viene indotto a trasferirsi in montagna per non esporsi troppo al pericolo della cattura.

    Diventa dunque il cappellano dei partigiani nella zona libera di Montefiorino con il nome di “Don Luigi”.

    Il 5 luglio viene arrestato dai nazisti al termine di uno scontro armato con i partigiani a Piandelagotti. Lo conducono nella villa Triste di Firenze, dove lo affidano ai fascisti della banda Carità. Quel gruppo infierisce ripetutamente sui prigionieri con torture di vario genere. Don Elio Monari viene alv insieme ad altri 16 ostaggi. Il suo corpo è ritrovato solo nel 1956.

    Dopo la Liberazione riceve una Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

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  • Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Italiani brava gente? Pomeriggio su crimini di guerra e fascismo

    Sabato 24 gennaio 2026 ci incontriamo alle ore 16 al Centro sociale Pedrini di Crespellano per un pomeriggio di contributi e riflessioni su una delle pagine più scomode della storia italiana. L’incontro Italiani brava gente? sarà il primo appuntamento del ciclo Fascismo, crimini di guerra e memoria dimezzata. Le sezioni ANPI di Valsamoggia si uniscono per riflettere sull’uso pubblico della storia. Come ci rapportiamo al passato? Come lo usiamo? Cosa intendiamo quando parliamo di memoria selettiva?

    Nel corso del pomeriggio, moderato da Riccardo Tagliati, lo storico Davide Conti parlerà dell’uso pubblico della storia e dei crimini di guerra italiani. Gino Marchitelli interverrà per raccontare la vergogna italiana dei campi fascisti. Io chiuderò il programma con un contributo sul nazionalismo e sull’italianizzazione forzata nell’area dell’Alto Adriatico.

    L’iniziativa è organizzata dalle sezioni di Valsamoggia e dal Comitato provinciale bolognese dell’ANPI, dal Centro sociale Bruno Pedrini di Crespellano, dallo SPI-CGIL Bologna, dal Comune di Valsamoggia e dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio.

    Italiani brava gente? Una piccola anteprima

    Nel 1934 l’ambizioso Italo Balbo diventa governatore della Libia. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture mastodontiche e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria.

    Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica: molti emigranti preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città.

    I progetti di sfruttamento elaborati dalla classe dirigente fascista non permettono tuttavia di scoprire i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo. Il regime non trasforma dunque la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come un costoso palcoscenico per la propaganda.

    Le brame imperiali del fascismo

    La brutalità della pacificazione fascista in Libia si ripresenta anche nel consolidamento del potere italiano in Somalia e nella nuova aggressione dell’Etiopia. Nel 1935 Mussolini attacca l’impero di Hailè Selassiè con un esercito superiore per uomini e mezzi, ma la campagna militare è complicata dal clima africano e dagli errori strategici del Regio Esercito.

    Nel frattempo, la Società delle Nazioni prova a fermare le ostilità, ma l’Italia rifiuta ogni trattativa. In Etiopia il Regio Esercito schiera mezzi notevolmente superiori a quelli normalmente impiegati nelle guerre coloniali: l’Italia vuole infatti distruggere completamente le forze armate etiopi e impadronirsi dei loro territori.

    La dittatura fascista punta a ottenere un maggiore prestigio sulla scena internazionale, ma ha anche bisogno di mettere le mani su risorse e mercati africani: le difficoltà economiche degli anni Trenta rischiano infatti di scontentare le classi dirigenti e di diffondere il malcontento tra le masse popolari.

    Sanzioni e autarchia

    Tuttavia, il 18 novembre 1935 il Regno d’Italia viene colpito da sanzioni economiche adottate dalla Società delle Nazioni per punire l’aggressione all’Etiopia. Sulla carta questi provvedimenti, voluti soprattutto dall’Impero britannico e dalla Francia, vietano i commerci tra l’Italia e tutti i Paesi membri della Società delle Nazioni.

    In realtà, tuttavia, le sanzioni colpiscono le esportazioni senza impediscono all’Italia di comprare ferro, acciaio, carbone e petrolio, materie prime necessarie alla guerra. Le sanzioni colpiscono quindi la gente comune, ma non fermano il conflitto. I britannici non chiudono neppure il Canale di Suez, consentendo alla flotta italiana di rifornire le truppe.

    Così, nel maggio del 1936, dopo che i generali italiani hanno bombardato diversi villaggi con i gas asfissianti, il Regio Esercito entra nella capitale etiope Addis Abeba e Mussolini proclama l’Impero, anche se gli etiopi non smettono di resistere nelle periferie del Paese.

    Il regime sfrutta inoltre le difficoltà economiche del blocco commerciale per diffondere odio nei confronti delle “potenze plutocratiche”. Comincia così la retorica propagandistica dell’autarchia, mantenuta anche dopo la fine delle sanzioni, che vengono abolite nel luglio del 1936.

    Il massacro di Addis Abeba

    Per controllare le colonie, il regime fascista si serve senza esitazioni della violenza repressiva. Uno degli episodi più emblematici si consuma nella capitale etiope Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937.

    Tutto comincia mentre è in corso una cerimonia nel recinto del “Piccolo Ghebì”, il palazzo del governo. È presente anche il maresciallo Rodolfo Graziani, vicerè d’Etiopia: nei mesi della guerra di conquista ha utilizzato per primo i gas asfissianti e ha fatto bombardare a tappeto diverse città; dopo la proclamazione dell’impero si è reso responsabile di violente repressioni nei confronti dei gruppi etiopi contrari al dominio italiano.

    Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, nel corso dell’evento, due eritrei lanciano alcune bombe sul gruppo delle autorità italiane. Muoiono 7 persone e altre 50 rimangono ferite: tra queste c’è Graziani, che dall’ospedale ordina di mettere in stato d’assedio Addis Abeba.

    Il federale fascista Guido Cortese organizza la rappresaglia, lasciando campo libero alle violenze dei militari e dei civili italiani. Per tre giorni fascisti in camicia nera, soldati, operai, impiegati e ascari libici si scatenano tutti insieme per le vie della città, dando la caccia agli abitanti. Incendiano parecchie abitazioni e uccidono in diversi modi migliaia di persone.

    Dopo la fine della dominazione italiana, le autorità etiopi parlano di 30.000 morti. Secondo Angelo Del Boca, quella stima è eccessiva, ma nei tre giorni della strage le vittime non sono meno di 4.000.

    Il massacro di Debre Libanòs

    Le violenze non finiscono lì. Nelle settimane successive un’indagine delle autorità italiane mette pretestuosamente sotto accusa il clero copto, accusandolo di fomentare la ribellione.

    Così, fra il 21 e il 27 maggio, il generale Maletti viene incaricato di uccidere tutti i religiosi della città conventuale di Debre Libanòs. I telegrammi inviati dal vicerè a Mussolini parlano di 449 morti, ma negli anni Novanta le ricerche sul campo rivelano che la strage ha provocato fra le 1.400 e le 2.000 vittime.

    “Italiani brava gente”: un mito lontano dalla realtà

    Da episodi come questi emerge chiaramente la violenza repressiva del colonialismo italiano, che si inserisce nella complessa storia dell’espansione imperialistica europea in Africa.

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  • Passeggiata storica sulla strage del 9 gennaio 1950

    Passeggiata storica sulla strage del 9 gennaio 1950

    Domenica 18 gennaio 2026 ci incontriamo a Modena per una passeggiata storica sull’eccidio del 9 gennaio 1950. La Repubblica ferita ti farà scoprire una delle fasi più tese e drammatiche del dopoguerra in città.

    Perché in quell’inverno di 76 anni fa si arrivò a uno sciopero generale che mobilitò migliaia di persone? Come agirono i sindacati? Che cosa fece il Comune per fronteggiare il rischio di una disoccupazione che avrebbe immiserito centinaia di persone? Come si comportarono le istituzioni centrali dello Stato? Perché, nel mattino del 9 gennaio 1950, le forze dell’ordine aprirono il fuoco sui manifestanti?

    Il ritrovo è fissato alle 14:20 in piazza Dante Alighieri, davanti alla stazione centrale. La partenza è prevista per le ore 14:30. Se vuoi partecipare, iscriviti seguendo le indicazioni presenti nella parte finale dell’articolo.

    9 gennaio 1950: una piccola anteprima

    Il 9 gennaio 1950 le forze dell’ordine reprimono con la violenza lo sciopero generale a sostegno dei lavoratori licenziati dalle Fonderie Riunite di Modena in seguito alla serrata dello stabilimento.

    Nel corso della mattinata gli agenti di Polizia e i Carabinieri aprono più volte il fuoco contro i manifestanti sia nell’area della fabbrica, sia lungo la via Ciro Menotti. Sei lavoratori restano uccisi e parecchi altri riportano ferite di varia entità.

    Nell’immediato la tragedia accentua la polarizzazione politica tra le Sinistre, pronte a denunciare le violenze dello Stato, e forze politiche dell’area moderata, determinate a sostenere a ogni costo i tutori dell’ordine pubblico. I fatti del 9 gennaio segnano tuttavia anche un “punto di non ritorno”, dal momento che costituiscono l’ultima strage di lavoratori dell’immediato dopoguerra italiano.

    Come si arriva a quel giorno così drammatico per la città di Modena? In quale contesto vivono la popolazione e i lavoratori dopo la Seconda guerra mondiale? Per saperne di più, ti aspetto alla passeggiata storica del 18 gennaio.

    Come partecipare

    Per partecipare alla passeggiata storica La Repubblica ferita, con narrazioni di Daniel Degli Esposti e letture di Federico Benuzzi, è necessario iscriversi. Occorre inoltre pagare una quota di partecipazione, da versare alla partenza: 10€ a persona, 5€ per ragazze e ragazzi minori di 12 anni, gratuito per bambine e bambini minori di 6 anni. Anche i tuoi amici a quattro zampe sono i benvenuti!

    Il ritrovo è fissato per domenica 18 gennaio alle 14:20 in piazza Dante Alighieri, davanti alla stazione centrale di Modena. La partenza è prevista per le ore 14:30.

    L’evento dura circa 2 ore, comprese le soste per le narrazioni storiche. La passeggiata si svolgerà su un percorso urbano, non ad anello. Dalla tappa conclusiva, sarà possibile raggiungere il punto di partenza con una camminata di circa 10 minuti.

    Per iscriverti alla passeggiata, scrivi una e-mail con il tuo nome e cognome e con il numero dei partecipanti a info@storiaoggi.it.

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  • Mostra “Traditi. Storie di ebrei a Riccione: 1938-1945”

    Mostra “Traditi. Storie di ebrei a Riccione: 1938-1945”

    Domenica 28 dicembre 2025 inaugurerà la mostra Traditi. Storie di ebrei a Riccione: 1938-1945. Il progetto nasce da una domanda: che fine hanno fatto le donne e gli uomini censiti come ebrei a Riccione nell’estate del 1938?

    Questo interrogativo ha attivato una ricerca storica che mi ha coinvolto direttamente. Consultando diversi archivi tra la Romagna, Bologna e Roma, ho riportato alla luce le sorti di persone comuni, investite da un odio costruito dalla propaganda del regime fascista e alimentato dalle difficoltà materiali di uno dei periodi più tormentati della storia italiana.

    Da questo lavoro di indagine è nata la mostra Traditi, curata da me e da Andrea Tirincanti. L’inaugurazione è prevista per domenica 28 dicembre alle ore 17 al Museo del Territorio “Luigi Ghirotti” di Riccione, in viale Lazio 10. L’ingresso è gratuito e non è necessaria la prenotazione.

    Il progetto è promosso dal Comune di Riccione e dal Museo del Territorio “Luigi Ghirotti” di Riccione con il sostegno della Regione Emilia-Romagna.

    Mostra "Traditi. Storie di ebrei a Riccione: 1938-1945"

    Storie di ebrei a Riccione: una piccola anteprima

    La settimana di Ferragosto è cruciale per Riccione fin dall’inizio del Novecento. Turisti e villeggianti affollano la spiaggia, facendo le fortune degli alberghi e dei ristoranti. I negozi si preparano a ricevere i clienti e gli uffici comunali organizzano i servizi dell’accoglienza.

    È un lavoro straordinario anche negli anni normali, ma nel 1938 una direttiva del regime fascista aggrava il carico degli impiegati pubblici. Il Duce ha deciso di censire gli ebrei italiani e tutti i Comuni devono redigere elenchi aggiornati alla mezzanotte del 22 agosto.

    Le questure e le tenenze dei Carabinieri si attivano per compilare le schede predisposte dal governo. Una volta inviati a Roma, quei fogli alimentano un meccanismo di segregazione che porterà prima alle leggi antisemite dell’autunno, poi alle persecuzioni crescenti del tempo di guerra e infine alla partecipazione italiana alla «soluzione finale della questione ebraica», ovvero alla Shoah.

    Per scoprire le vicende delle persone coinvolte dal censimento di quell’estate, ti aspetto alla mostra Traditi. Storie di ebrei a Riccione: 1938-1945, che sarà visitabile fino al 14 febbraio 2026.

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  • Palestina/Israele: incontri a Campogalliano

    Palestina/Israele: incontri a Campogalliano

    Lunedì 12 gennaio 2026 a Campogalliano partirà il secondo ciclo degli incontri La storia e il presente. Si intitola La terra più amata. Palestina/Israele: una bussola storica.

    Il corso approfondisce lo scenario di Palestina/Israele da una prospettiva storica, analizzando alcune delle principali questioni che polarizzano il dibattito pubblico e facendo emergere i meccanismi che costruiscono identità contrapposte per alimentare pratiche di annientamento dell’altro.

    L’iniziativa intende fornire elementi di conoscenza storica sulla questione palestinese/israeliana, sul genocidio corso nella striscia di Gaza e sulle violenze nei territori occupati, ponendosi l’obiettivo di contrastare narrazioni propagandistiche, fake news e polarizzazioni.

    Per comprendere meglio ciò che accade in quel drammatico scenario, senza lasciarsi intrappolare dai contrapposti discorsi d’odio, è utile ricostruire correttamente e criticamente le radici storiche dei problemi, al fine ultimo di generare o consolidare una cultura di pace.

    Come si svolgono gli incontri

    Ogni incontro durerà circa due ore. Nella prima parte, terrò la relazione storica, sfruttando anche immagini e/o materiali multimediali. Nella seconda parte, risponderò alle vostre domande aprendo un dibattito sugli argomenti trattati nell’esposizione.

    Consiglio di partecipare a chi desidera comprendere come e quando nascono i problemi della Palestina di oggi. I docenti degli istituti scolastici possono ricavare dagli incontri alcuni spunti di riflessione e approfondimento, dal momento che proporrò fonti visive e fornirò riferimenti bibliografici.

    Palestina-Israele. Una bussola storica: programma del corso

    12/1/2026 – Che cos’è il sionismo? Storia di un progetto politico che non coincide con l’ebraismo.

    19/1/2026 – «Straniero in terra propria»: storia del popolo e dell’identità palestinese.

    26/1/2026 – Il peso delle memorie: Shoah, Nakba, antisemitismo e apartheid tra storia e dibattito.

    2/2/2026 – Fine del processo di pace: errori e contraddizioni dagli accordi di Camp David a oggi.

    9/2/2026 – J’accuse: violenze criminali e la questione del genocidio.

    Come partecipare

    Gli incontri si svolgeranno in una sala con un numero limitato di posti. Le iscrizioni saranno a numero chiuso ed è necessario prenotare.

    Per iscriverti, telefona o invia un messaggio Whatsapp al numero 370.3494419. Nel testo, indica nome e cognome, numero di telefono e indirizzo e-mail. In alternativa, scrivi gli stessi dati all’indirizzo di posta elettronica centrolaquercia2000@gmail.com.

    L’iscrizione agli incontri prevede una quota di 20 euro, comprensivi di tutte e 5 le date, che dovrà essere versata all’inizio del primo incontro.

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  • Ecocidio: incontro a Cento sull’impatto ambientale della guerra

    Ecocidio: incontro a Cento sull’impatto ambientale della guerra

    Giovedì 11 dicembre 2025 ci diamo appuntamento a Cento per una serata dedicata a uno dei temi più urgenti (e trascurati) del presente. L’incontro Ecocidio. L’impatto ambientale della guerra sarà un’occasione per osservare in modo insolito la devastazione provocata dai conflitti armati. Non ci concentreremo solo sui combattimenti, che compromettono gli ecosistemi e gli ambienti dove le comunità cercano di vivere. Parleremo anche della produzione di armamenti, che contribuisce in modo determinante alla crisi climatica.

    L’incontro si terrà alle ore 20:45 nella Sala Rossa, in piazza del Guercino, a Cento. Nel corso della serata, dialogherò con le/i ragazz* del Tavolo dei Giovani di Cento.

    L’ingresso è gratuito e non è necessario prenotare il posto.

    Ecocidio: una piccola anteprima

    Nel 1970 il biologo statunitense Arthur Galston inventa il termine ecocidio per descrivere la devastazione provocata dall’«agente arancio» sulle foreste tropicali del Vietnam. Il defoliante utilizzato dalle forze armate degli USA sconvolse l’ambiente a tal punto da rendere necessaria l’adozione di un nuovo termine.

    Analogamente, 26 anni prima, il giurista polacco Raphael Lemkin aveva inventato il termine genocidio per indicare lo sterminio nazista e fascista degli ebrei d’Europa. Per comprendere la natura e gli effetti di un crimine dalla portata inedita, è necessario dotarsi delle parole adatte a descriverlo.

    Tuttavia, il piano lessicale non è sufficiente. Di fronte a un crimine, è necessario prendere provvedimenti per contrastare l’ingiustizia e dare slancio a ideali più sani di convivenza.

    Il reato di ecocidio

    Nel giugno 2021 il Gruppo di esperti indipendenti per la definizione giuridica di ecocidio afferma che il termine ecocidio indica atti illeciti o sconsiderati commessi con la consapevolezza che esiste una probabilità sostanziale che tali atti causino danni gravi, diffusi o a lungo termine all’ambiente.

    Nell’agosto 2021 il governo francese ha introdotto una legge per definire e punire il reato di ecocidio. La norma colpisce coloro che «causano danni gravi e duraturi alla terra, alla flora, alla fauna o alla qualità dell’aria, del terreno o dell’acqua». Anche il Regno Unito, il Cile e il Messico si sono mossi per sanzionare giuridicamente il reato di ecocidio.

    In Italia, il 24 luglio 2023 i deputati Zaratti, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari e Piccolotti hanno presentato alla Camera una proposta di legge per l’introduzione del reato di ecocidio.

    Il 26 marzo 2024 il Consiglio dell’Unione Europea ha votato per criminalizzare casi paragonabili all’ecocidio.

    Manca ancora, tuttavia, una capacità di contrastare con forza la distruzione dell’ambiente. Sarebbe necessario perseguire l’ecocidio con un’azione coordinata a livello globale.

    Le guerre e gli investimenti nel riarmo dovrebbero essere fermati con effetto immediato alla luce del loro tremendo impatto sull’ambiente e sul clima.

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  • Guiglia è Medaglia d’oro al Merito Civile per la Resistenza

    Guiglia è Medaglia d’oro al Merito Civile per la Resistenza

    Martedì 16 dicembre 2025 sarà un grande giorno per Guiglia. Il Comune riceverà la Medaglia d’Oro al Merito Civile. La Presidenza della Repubblica ha deciso di concederla con questa motivazione.

    Durante il secondo conflitto mondiale il territorio di Guiglia fu vittima dell’occupazione tedesca, che costrinse gli abitanti a difendersi da feroci aggressioni; i cittadini non mancarono di prodigarsi per dare rifugio ai partigiani, che si adoperavano per liberare il territorio. In particolare, nel dicembre 1944 furono catturati diversi ostaggi che, portati nella sede del comando tedesco, furono torturati ed uccisi. Negli ultimi mesi del conflitto il Comune di Guiglia fu colpito da 25 bombardamenti, che provocarono numerosi morti e feriti fra la popolazione, e distrussero o danneggiarono molte abitazioni. Mirabile esempio di sacrificio, di spirito di solidarietà e di virtù civiche. Settembre 1943 – Dicembre 1944 – Guiglia (MO).

    Una ricerca sulla storia di Guiglia

    Nell’estate 2019 ho passato diversi giorni nell’Archivio storico comunale di Guiglia per una ricerca sulle vicende della comunità nella Seconda guerra mondiale.

    Da quelle carte e da altri documenti, custoditi in diversi archivi modenesi, ho ricostruito una serie di storie che facevano emergere l’impegno civile di tante persone e famiglie, pronte a battersi anche senza le armi per costruire una realtà più giusta.

    Il Comune di Guiglia utilizzò la relazione nata da quella ricerca storica come punto di partenza per la richiesta di un riconoscimento al merito civile. Nel 2025, a sei anni dall’inizio del lavoro, è arrivata la risposta che ci ha riempito di gioia.

    La consegna della Medaglia d’Oro

    Il grande giorno sarà martedì 16 dicembre e ci ritroveremo alle ore 10 nella Sala degli Scolopi (castello di Guiglia) per la cerimonia pubblica.

    Nel corso della mattinata, racconterò brevemente le vicende storiche che hanno portato al riconoscimento.

    Guiglia nella Seconda guerra mondiale: una piccola anteprima

    La popolazione di Guiglia fu pienamente coinvolta nelle dinamiche della “guerra totale”, che caratterizzarono il fronte italiano del secondo conflitto mondiale, in modo particolare fra l’8 settembre 1943 e l’ultima decade dell’aprile 1945.

    La prima fase del conflitto

    Nella prima fase del conflitto il richiamo alle armi dei giovani e le necessità del razionamento alimentare misero in seria difficoltà diverse famiglie. I mezzadri e i coltivatori diretti dovettero adeguarsi al sistema degli ammassi, conferendo i prodotti nelle località indicate dalle autorità.

    Gli approvvigionamenti alimentari ai lavoratori non agricoli arrivavano spesso in ritardo e non garantivano sempre il fabbisogno necessario al mantenimento dell’efficienza fisica.

    Le conseguenze dell’8 settembre 1943

    All’indomani dell’armistizio diverse famiglie si attivarono a proprio rischio per proteggere gli ex prigionieri alleati e i militari italiani sbandati. Qualcuno riuscì inoltre a fornire carte d’identità in bianco a 7 ebrei stranieri, internati per alcuni mesi nel territorio comunale: soltanto uno di loro sarebbe poi stato catturato e deportato ad Auschwitz, trovando la morte in circostanze non meglio definibili.

    Guiglia e la “Spedizione Bandiera”

    Alla fine del primo inverno dell’occupazione nazista la “Spedizione Bandiera” segnò l’avvio della Resistenza armata nella valle del Panaro. Il 12 marzo 1944 la battaglia di Pieve di Trebbio fu il primo combattimento tra partigiani e fascisti repubblicani.

    Dopo una mattinata di lotta il comandante Leonida Patrignani fu costretto a far ripiegare i volontari della libertà sulla riva sinistra del Panaro, dove sciolse la formazione. Diversi giovani proseguirono comunque la Resistenza anche nei mesi successivi.

    n quella prima battaglia morirono 7 partigiani, mentre un altro venne sorpreso e ucciso dai fascisti il giorno successivo. Gli effetti delle operazioni militari non riguardarono soltanto i protagonisti, ma si estesero alla comunità della frazione, che dovette fare i conti con i prelevamenti della Guardia nazionale repubblicana.

    Guiglia nell’estate del 1944

    Nell’estate del 1944 i nuclei partigiani presenti tra Castello di Serravalle, Savignano sul Panaro, Guiglia e Zocca intensificarono le proprie attività, inducendo in diversi casi i fascisti alla ritirata temporanea o alla resa. A Guiglia il distaccamento della GNR si consegnò alle forze della Resistenza, lasciando il paese privo della sorveglianza armata fascista. I partigiani assaltarono dunque l’ammasso per evitare che i generi alimentari venissero utilizzati dai nazisti.

    I rastrellamenti e la strage dei Boschi di Ciano

    A partire dalla seconda metà di luglio le forze armate e i corpi paramilitari tedeschi si avvalsero della collaborazione dei repubblicani per mettere in atto una serie di rastrellamenti nel territorio di Guiglia.

    I principali obiettivi erano la cattura di uomini adulti, da impiegare nei lavori di fortificazione delle linee difensive oppure da inviare in Germania come manodopera per le industrie belliche, e l’intimidazione della popolazione civile, accusata di eccessiva vicinanza al movimento partigiano.

    Il 18 luglio il rastrellamento si verificò anche a Castello di Serravalle e a Zocca: 20 ostaggi furono impiccati in località Boschi di Ciano, mentre altri 22 vennero trasferiti a Bologna e rinchiusi nel campo di smistamento delle Caserme Rosse; la maggior parte di loro, prima di rientrare in paese, dovette svolgere un periodo di lavoro nell’Organizzazione Todt nelle retrovie del fronte.

    Guiglia nell’autunno 1944

    Altri rastrellamenti sconvolsero il paese e le frazioni tra ottobre e novembre. Le truppe e i reparti paramilitari saccheggiarono più volte le abitazioni e le stalle, arrecando gravi danni alla popolazione civile. Alle loro razzie si aggiungevano inoltre i prelevamenti delle formazioni partigiane e le scorrerie di gruppi criminali, pronti ad approfittare del caos bellico per ricavare vantaggi personali.

    Retrovia della Linea Gotica

    Nel corso dell’autunno la zona di Samone divenne nevralgica per le operazioni militari naziste. Il fronte del conflitto si stabilizzò sulla Linea gotica e l’area a sud di Zocca divenne nevralgica per le operazioni militari, che andarono tuttavia incontro a una lunga stasi invernale. Nell’abitato di Samone si insediò un comando tedesco, che si proponeva di controllare tutta la zona e il transito lungo la strada fondovalle del Panaro.

    Da quella località partì uno dei contingenti che il 5 novembre contribuì ad accerchiare i partigiani nella zona di Benedello, innescando una delle battaglie più significative nella storia della Resistenza modenese. In quelle circostanze diversi partigiani riuscirono a salvarsi grazie all’aiuto delle donne e delle famiglie contadine.

    Le azioni delle SS e la strage di villa Martuzzi

    Tra novembre e dicembre la presenza dei nazisti sul territorio di Guiglia aumentò ulteriormente. Venne allestito un ospedale militare e trovarono alloggio diversi reparti: gli avvicendamenti erano frequenti per la vicinanza alle linee del fronte.

    Tra il 23 e il 30 dicembre un reparto della XVI Panzergrenadier Reichsführer SS di stanza a Vignola effettuò alcune operazioni di rastrellamento nel territorio di Guiglia, prelevando diversi ostaggi. Sedici di loro furono condotti nella sede del comando a villa Martuzzi: lì vennero torturati e uccisi insieme a un altro uomo.

    Salvare le persone e le opere d’arte

    Nei primi mesi del 1945 le formazioni partigiane attive nella zona di Guiglia e Zocca s’impegnarono a far oltrepassare il fronte ai soggetti più deboli e alle persone in pericolo, correndo gravi rischi per la forte presenza di reparti armati. L’impegno di Pietro Zampetti, Soprintendente alle Gallerie di Modena, consentì di mettere in salvo la collezione delle opere d’arte estensi, collocate nel castello di Guiglia fin dal 1940.

    I bombardamenti aerei

    Nelle ultime due settimane del conflitto i bombardamenti alleati contro i reparti nazisti e le infrastrutture di collegamento si intensificarono notevolmente, poiché la riva destra del Panaro divenne di fatto una zona di operazioni militari.

    In tutto l’arco del conflitto Guiglia fu colpita da 25 azioni di bombardamento e cannoneggiamento, che provocarono 19 morti e 12 feriti tra la popolazione civile. Le abitazioni completamente distrutte furono 28, quelle danneggiate 184 e quelle che riportarono alcune lesioni 212.

    Una Resistenza civile

    La fascia pedemontana e le colline intorno al Panaro ebbero dunque un ruolo fondamentale nella lotta di liberazione, poiché consentirono di mantenere i collegamenti fra i nuclei partigiani della montagna, le basi logistico-organizzative e le strutture delle formazioni attive in pianura.

    La collaborazione che i contadini e le famiglie di Guiglia offrirono agli organizzatori della lotta di liberazione permise ai gruppi combattenti di rifornirsi e nascondersi in luoghi sicuri.

    Il timore dei rastrellamenti non fece riavvicinare le comunità alla guerra nazista e fascista: la solidarietà e il sostegno nei confronti della Resistenza non furono unanimi, ma conobbero una diffusione tale da permettere alla lotta partigiana di sopravvivere in clandestinità fino alla Liberazione.

    Una storia da conoscere

    L’impegno civile della popolazione, segnata dalle difficoltà materiali e dalle sofferenze morali, merita dunque la riconoscenza delle istituzioni. Se il desiderio di democrazia alimenterà il bisogno di conoscere le radici storiche del presente, l’eredità della lotta partigiana continuerà ad avere un senso anche quando saranno scomparsi tutti i protagonisti e i testimoni di quei fatti.

    Comprendere storicamente quel passato significa infatti riconoscere da dove provenivano le idee di giustizia, equità e libertà che indussero migliaia di persone in tutta l’Italia a mobilitarsi per chiudere i conti con le tragedie dei fascismi.

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  • Festival Con la Palestina nel cuore: un grande successo

    Festival Con la Palestina nel cuore: un grande successo

    Domenica 30 novembre 2025, a Maranello, centinaia di persone hanno salutato con un applauso il festival Con la Palestina nel cuore. Al termine dell’ultimo incontro, organizzato nella chiesa di San Biagio con la presenza di don Mattia Ferrari, il pubblico ha espresso apprezzamento e gratitudine per una rassegna che ha dato voce alla cultura palestinese attraverso il racconto della storia, le testimonianze, la poesia, il teatro, il cinema, la musica e il cibo.

    Festival Con la Palestina nel cuore: una rassegna fatta di tanti linguaggi

    Dal 20 al 30 novembre 2025, tra Maranello e Lama Mocogno, un pubblico partecipe e numeroso ha seguito interventi che hanno aperto prospettive non solo per comprendere le cause del genocidio in corso nel territorio occupato palestinese, ma anche per agire concretamente contro la violenza del colonialismo d’insediamento e dell’economia di guerra.

    La rassegna ha accolto i contributi di Moni Ovadia, Vauro Senesi, padre Ibrahim Faltas, Linda Maggiori, Raffaela Baiocchi (Emergency), Fausto Gianelli e Daniel Degli Esposti.

    Luca Caffaro, Moni Ovadia, Tiziana Tagliazucchi e Daniel Degli Esposti al festival "Con la Palestina nel cuore". Foto di Elena Zafferri
    Luca Caffaro, Moni Ovadia, Tiziana Tagliazucchi e Daniel Degli Esposti al festival “Con la Palestina nel cuore”. Foto di Elena Zafferri

    La cultura palestinese a tavola

    Il festival è stato arricchito da spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e mostre. Una cena e un pranzo palestinesi, realizzati da Altoforno impasti agresti, ci hanno permesso di entrare ancora più in contatto con la cultura del popolo oppresso.

    Un punto di vista diverso

    Nel corso del festival ci siamo immersi in una riflessione al tempo stesso emozionante, ironica e tragica.

    Da decenni, ormai, la Palestina è uno specchio del mondo. Nel colonialismo d’insediamento e nel genocidio che strazia la Striscia di Gaza si riflettono le storture di un sistema economico che schiaccia le società per favorire i privilegiati.

    Intorno a noi la violenza del potere non fa scorrere il sangue. Eppure, cancella quel principio costituzionale che chiama la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

    Oggi la Palestina sta risvegliando le nostre coscienze. Continuiamo a batterci, non solo per porre fine all’orrore del genocidio, ma anche per affermare che un altro mondo è ancora possibile.

    Costruire una cultura di pace

    Non capita tutti i giorni di raccontare ciò che sarebbe potuto succedere in Palestina se le lotte sindacali degli anni Trenta si fossero estese fino a contagiare positivamente la maggioranza delle persone.

    Quanti episodi videro i palestinesi e gli ebrei spalleggiarsi sui luoghi di lavoro per migliorare le proprie condizioni di vita…

    Conoscere queste storie e riflettere sul loro significato è indispensabile per capire che lo scontro tra i popoli non è inesorabile, ma viene fomentato da chi alimenta l’odio nazionalista.

    Contrastiamo l’aggressività criminale del sionismo e affermiamo che un’altra umanità è possibile.

    I promotori

    Il festival è stato organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello e Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno e con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Il comitato organizzatore del festival era composto da Tiziana Tagliazucchi (Yawp), Elisabetta Tagliazucchi (Yawp), Luca Maria Caffaro (Anpi) e Daniel Degli Esposti (Storia oggi).

    La serata del 29 novembre al festival "Con la Palestina nel cuore". Foto di Elena Zafferri
    La serata del 29 novembre al festival “Con la Palestina nel cuore”. Foto di Elena Zafferri

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  • La crisi dell’Occidente: incontro a Nonantola

    La crisi dell’Occidente: incontro a Nonantola

    Mercoledì 3 dicembre 2025 ci incontriamo a Nonantola per una serata intitolata La crisi dell’Occidente. Europeismo, atlantismo e difficoltà del capitalismo.

    Gli spunti di riflessione nascono da ciò che è accaduto negli ultimi cinque anni. La pandemia da Covid-19, la rinuncia ad affrontare costruttivamente la crisi climatica e la corsa al riarmo hanno messo in evidenza parecchie storture del sistema economico-sociale in cui viviamo.

    Perché l’Europa sembra avvinghiata dall’immobilismo politico e condannata all’irrilevanza globale? Cosa sta succedendo agli Stati Uniti dopo l’illusione che il collasso dell’URSS segnasse la “fine della storia”? Quali prospettive può riservare l’alleanza atlantica nell’era di Donald Trump?

    Queste domande guideranno le riflessioni e il racconto della storia per accendere una luce sullo stato di salute del capitalismo. Quale ruolo hanno gli squilibri generati dal sistema economico nella crisi dell’Occidente? Che cosa si può fare, oggi, per cercare di correggere la rotta?

    La serata sarà condotta da Greta Ansaloni del Gruppo Aula 22. Io porterò un contributo storico per mettere in evidenza le connessioni tra il passato e il presente. Conoscere ciò che è accaduto tra la seconda metà del Novecento e l’inizio degli anni Duemila aiuta a comprendere le origini dei problemi attuali e ad affrontarli con maggiori consapevolezze.

    La crisi dell’Occidente: come partecipare

    L’appuntamento è fissato per mercoledì 3 dicembre alle ore 21 nella Sala dei Giuristi del Palazzo della Partecipanza agraria di Nonantola, in via Roma 21.

    La partecipazione è gratuita e non è necessario prenotare.

    L’iniziativa è compresa nel programma di attività Aula 22, promosso da Anni in fuga APS Nonantola, SPI CGIL, ANPI – sezione di Nonantola e ACLI.

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  • Nakba: reading teatrale a Lama Mocogno

    Nakba: reading teatrale a Lama Mocogno

    Sabato 22 novembre 2025 ci incontriamo alle ore 19 nella sala parrocchiale di Lama Mocogno per il reading teatrale Nakba. Racconterò le vicende storiche avvenute in Palestina tra la fine del 1947 e il 1949. Tania Corsini e Francesco Pio D’Arminio daranno voce con letture attoriali alle persone che vissero «la pulizia etnica della Palestina» (Ilan Pappé).

    Il reading è inserito nel festival Con la Palestina nel cuore, una rassegna di talk, spettacoli, mostre e camminate storiche, in programma dal 20 al 30 novembre tra Maranello e Lama Mocogno. Daremo voce alla cultura palestinese attraverso il racconto della storia, le testimonianze, la poesia, il teatro, il cinema, la musica e il cibo.

    Il festival è organizzato dalle associazioni Yawp – Passioni in movimento di Maranello e Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia – sezioni di Lama Mocogno e Maranello, in collaborazione con le parrocchie di Maranello e Lama Mocogno e con il patrocinio del Comune di Maranello.

    Una piccola anteprima: il 1948 in Palestina

    Il 14 maggio 1948 il leader sionista David Ben Gurion proclama la nascita dello Stato d’Israele, di cui sia gli Stati Uniti sia l’URSS riconoscono immediatamente la sovranità.

    Nella notte successiva, le forze armate della Lega araba entrano in Palestina. Inizia la prima guerra arabo-israeliana. Lo Stato ebraico la interpreta come una guerra d’indipendenza e può contare su aiuti internazionali.

    Avendo accumulato un’organizzazione militare e armamenti superiori a quelli della Lega araba, nel 1949 Israele estende il proprio territorio oltre i confini assegnati dalle Nazioni Unite.

    Altre parti dell’ipotizzato Stato palestinese passano invece sotto il controllo dell’Egitto e della Transgiordania, ribattezzata Giordania.

    La Nakba

    Al termine del conflitto, oltre 700.000 palestinesi sono costretti ad abbandonare le loro terre e cercano rifugio nei campi profughi dei Paesi vicini. Per tutti loro la sconfitta e la perdita dei beni diventano la Nakba (“catastrofe”).

    È un’esperienza di distacco che per alcuni sfocia nell’esilio, mentre per altri apre decenni di straniamento. C’è chi cerca salvezza trasferendosi in uno dei Paesi della Lega Araba, trovando un’accoglienza contraddittoria e problematica.

    I governi non vogliono, infatti, assumersi l’onere di assisterli e sperano che la loro sventura faccia pressione sulle organizzazioni internazionali, inducendole a forzare la mano con Israele.

    I palestinesi e la Lega Araba

    Emerge, così, una tendenza nel rapporto tra i palestinesi e i Paesi della Lega Araba. I governi di questi Stati non considerano le esigenze dei rifugiati, ma si servono di loro (e, più in generale, della questione palestinese) per posizionarsi o per perseguire i propri interessi.

    Altri rifugiati palestinesi si stabiliscono a ridosso della propria terra d’origine, in una parte della Cisgiordania (sotto l’amministrazione giordana) o della Striscia di Gaza (affidata all’Egitto).

    Rifugiati: un’emergenza divenuta strutturale

    Col passare degli anni gli insediamenti precari si stabilizzano e, pur essendo chiamati campi profughi, si trasformano “città di fatto”. Le baracche diventano edifici e, per dare un tetto alle generazioni nate lì, si alzano verso il cielo, perché possono crescere solo in verticale.

    La vita è difficile: il lavoro è quasi sempre precario e sottopagato, le condizioni igieniche sono problematiche e spesso la sussistenza è affidata alla United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA), l’agenzia che l’ONU istituisce per assistere i rifugiati palestinesi.

    Nessuno cancella esplicitamente il “diritto al ritorno”, ma le organizzazioni internazionali sono impotenti di fronte al rifiuto di Israele. Lo Stato ebraico non vuole aprire al reinsediamento dei profughi palestinesi, che rimangono confinati in un limbo pluridecennale.

    Palestinesi in Israele

    Non mancano, infine, persone e famiglie che scelgono di rimanere nei territori controllati da Israele. Pur ottenendo la cittadinanza, non vivono in condizioni di effettiva parità, perché lo Stato non li considera come parte della propria missione politica.

    Fino al 1966 i “palestinesi del 1948” sono sottoposti a un regime di legge marziale. Il governo giustifica tale stato d’eccezione facendo riferimento al mancato raggiungimento di una pace con gli Stati della Lega Araba, per il quale la classe dirigente israeliana è in buona parte responsabile.

    Nei decenni successivi la legislazione mantiene elementi discriminatori che evolvono per accompagnare i cambiamenti economico-sociali del Paese, trovando ulteriori rafforzamenti a partire dalla seconda metà degli anni Novanta.

    Come partecipare al reading Nakba

    Il reading Nakba è in programma sabato 22 novembre alle ore 19 nella sala parrocchiale di Lama Mocogno, in via XXV aprile 21. L’evento è a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti.

    A seguire, presso la Locanda Bellavista, ci sarà la cena palestinese Cibo oltre la guerra, a cura di Altoforno Impasti agresti. Per partecipare, occorre prenotare entro mercoledì 19 novembre (cell. 320.6345096).

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